Gio. Antonio Vittori nel trattato della famiglia Beccadelli dice che Colaccio di Mino, di Benno, ebbe nel 1311 il comando delle genti mandate dai Bolognesi in aiuto dei Fiorentini, e che nel 1329 accompagnò con gente armata Bertrando da Bologna ad Imola quando andò a prendere possesso di detta Città. Nel 1336 la fazione Scacchese assalì ad un tempo la Maltraversa, e i Beccadelli che avevano il loro palazzo nella piazza di S. Stefano, ma Colaccio si mise alla sola difesa di questo, e con tanto valore che ne respinse gli Scacchesi con la totale loro disfatta; però piegandosi alle preghiere di molti uomini influenti acconsenti alla pace sotto condizione che la pena inflitta a quel partito si riducesse all' espulsione dalla città di otto del suo partito, e dei più tumultuanti dello Scacchese. Rimase egli così potentissimo e da tutti riverito. Ma in progresso di tempo volendo i suoi nemici torlo dal governo della cosa pubblica sotto pretesto di alcune risse e fazioni che andavano susseguendosi in piazza con molestia dei Magistrati, tanto si diedero dattorno che fecero emanare una legge che inibiva la presenza in palazzo a tutti coloro che avevano parenti in esilio e così fu esso interdetto a Colaccio ed ai Becadelli. Ma non contenti ancora i suoi nemici, si tanto adoperaronsi che riuscirono ottenere l'esilio per lui stesso recando danni immensi alle case dei Becadelli ed in particolar modo a quella di Riccardo, suo cugino che spianarono affatto, il qual Riccardo era uno dei membri più rispettabili della sua famiglia, e che nel conflitto rimase estinto. A maggior di loro scherno atterrarono la quercia che esisteva nella piazza di Santo Stefano di sua proprietà e della quale parleremo in altro incontro. Questa illustre famiglia fu pure cacciata da S. Giovanni in Persiceto da loro tenuto po' Guelfi. Colaccio si ritirò alla Riccardina dove fu confinato con Tordino e Tommaso. Mentre avevano luogo tali vicende, fu acclamato signore di Bologna Taddeo Pepoli, e così Colaccio por- tossi ad I mola dove dopo sei anni mori e di là fu trasportato a Bologna con somma pompa e sepolto in S. Domenico. Ebbe esso per moglie Agnesina di Castel de Britti ed in seconde nozze Mina di Bornino Bianchi.
Bentivogli Ulisse d'Alessandro sposò Pellegrina Bonaveri, fiorentina, figlia di Bianca Capello gran Duchessa di Toscana. Da questa ebbe due figli maschi, Alessandro, e Francesco, e due femmine, cioè Bianca moglie del conte Andrea Barbazza, e Vittoria di Ippolito Marsili. Governata Pellegrina da sfrenate passioni, morì miseramente ed in guisa da somministrare argomento a Girolamo Brusori di comporre sul suo conto un romanzo intitolato La Fuggitiva apponendo nomi supposti ai personaggi che figurano nel medesimo. Il sunto è questo: Filippo di Sparta ( Pietro Bonaventura ) mercante fiorentino abitava in Atene ( Venezia ) di prossimità al palazzo Capello. S' invaghi esso di Bianca appartenente a detta famiglia dalla quale fu appassionatamente corrisposto ed in guisa che gli fu forza fuggire a Bologna onde tener celato il frutto del loro amore che fu una bambina dal Brusori chiamata ( Fuggitiva. ) Da Bologna recaronsi a Sparta ( Firenze ) ove per alcun tempo vissero poveramente. Era a quei di gran Duca di Toscana Francesco ( che il romanziere chiama Eurodimonte re di Laconia) il quale per la ricorrenza di certe feste veduta Bianca ad un balcone se ne invaghì , ed indusse il Mondragone suo favorito a far sì che la moglie sua procurassegli la conoscenza di colei non solo, ma pur anco legami di stretta amicizia. Non gli fu difficile riuscire in tale pratica, che anzi dopo non molto invitatala al suo palazzo onde mostrargli le ricche sue gioie e precisamente in un gabinetto dal quale trovato modo di ritirarsi lasciò che il Duca ne entrasse per una porta segreta lasciandola in assoluta balia di lui. Intesosi entrambi e ricambiate assicuranze di reciproca intelligenza si convenne che al marito s' impartirebbero onori e protezione illimitata in iscambio del suo disonore. Bonaventura ricco e colmo d'onori , lasciò dominarsi dall'orgoglio, e dalla prepotenza, in guisa che non contento di amoreggiare con una vedova dama appartenente ad una nobilissima famiglia, non rispettando riserva alcuna, pretese minacciare i fratelli di lei, qualora non avessero soggiaciuto palesemente alla loro vergogna. Tanta tracotanza mosse il Duca a severamente rampognarlo e la stessa Bianca mentre questi era nascosto in casa sua, ma Pietro irruppe smodatamente, ingiurando la mogle con isconvenienti termini chiamandola donna da bordello, aggiungendo che avrebbe saputo tagliare a sè le corna dorate, ad essa la gola. Indignato il Duca da tanto ardire, deliberò la di costui rovina permettendo ai fratelli della vedova di liberamente vendicarsi, per cui costoro, assalitolo di notte mentre partivasi da quella dovette soccombere non ostante la strenua difesa che seppe a lungo sostenere. Rimasta Bianca in istato vedovile, v'ha chi crede fosse tosto sposata dal gran Duca, ed altri che per innalzarsi a tanto, istigasse il principe a far uccidere il marito, e che lo sposasse poi, ma fra alcun lasso di tempo. Il gran Duca aveva da essa avuto un figlio D. Antonio che nel romanzo nomasi ( Achisandro ) che per opera del Card. Ferdinando de' Medici che poi fu gran Duca, lo creò Cavaliere di Malta per essere illegittimo. Bianca mise in opera raggiri di ogni sorta onde ottenere che il Cardinale fosse escluso dalla successione, ma non riuscitavi, tentò di avvelenarlo, mentre tutti e tre pranzavano. Avvisato il Cardinale potè scampar dall' insidia orrenda, ma non così il gran Duca che ne moriva tosto, per cui Bianca disperata avvelenossi. Ferdinando cioè il successore all'estinto Duca, maritò Pellegrina nel Conte Ulisse Bentivogli dotandola di trentamila scudi. Era esso figlio d' Isotta Manzoli che l'autore del Romanzo chiama Xia. Da questo matrimonio nacquero Alessandro, Francesco, Bianca, Vittoria. Il Romanzo da il nome Elialto, a Giulio Cesare Malvezzi, e di Filindo al figlio suo Flamminio, Sig. di Sibotta al Conte Filippo Popoli, personaggi tutti che forse contribuirono alla rovina di Pellegrina. Sì fu questa malevisa ai figli e sì tanto che nella ricorrenza di una passeggiata nelle Valli d'Argenta, fu immersa in quelle acque per opera del figlio Francesco che con premeditato disegno fece ribaltare il legno, in cui trovavasi quella infelice ed in tal punto, gli fu impossibile salvarsi. Il cielo però non permise che sì tanto delitto andasse impunito, perché Francesco datosi alla carriera Prelatizia al tempo di Urbano VIII ed accusato di esser autore di libelli infamanti contro il Pontefice, fu fatto prigione in Castel S. Angelo, e reo convinto, in tarda età fu sul ponte di quello pubblicamente decapitato per mano del carnefice.
Nel 900 lo mura della Città passavano dietro la Chiesa della Madonna di Galliera.
Il primo a portare il cognome Gozzadini fu un Giuliano nel 1234 che trovasi citato nell' atto emanatosi per la dedizione di Frignano. I discendenti di lui furono molti e si trova che quella famiglia a quei di era di già molto diramata. Nel 1300 si trovano settanta od ottanta Gozzadini tutti adulti, e ciò che più conta segnati tutti ad un tempo in una sola matricola.
Onorio II è da molti ritenuto nativo di Bologna da altri del contado. Circa poi il cognome Fagnani non si crede venga da Fagnano, perchè Fagnano non era nel Bolognese. Il dominio dei Bolognesi sul territorio d'Imola ebbe luogo tre o quattr'anni dopo la morte di Onorio.
Nel 1179 si cominciò a tener consiglio e far atti pubblici nella Casa di Bulgaro e così prosegui per vent'anni circa, e precisamente finche fu fabbricato il Palazzo nuovo del Pubblico ( sic ) , per cui in quello di S. Ambrogio non si radunava che ben di rado il popolo, tal che sembrerebbe che dopo l' instaurazione della Repubblica, il popolo non fosse chiamato che ad intervalli, e che l'autorità si restringesse nei soli Magnati.
Nel 1185 Prendiparte fu il primo Podestà nativo di Bologna che coprisse quella carica.
Nel 1217 il colle di S. Michele in Bosco era chiamato Remondato.
Non è vera la dedizione a Bonifacio VIII, nel 1297 che anzi non fu fatto alcun cambiamento governativo, ma soltanto la città si rimise ad esso per le differenze che esistevano cogli Estensi circa Bazzano. Non è vera la ribellione pure del 1311 dacchè continuava Bologna nella stessa forma di Governo.
Nel 1322 si cominciò nelle lettere a mettervici la formola Populus Libertatis, mai prima usatasi, e soltanto dopo l'espulsione di Romeo Pepoli per autenticare il dominio radicale nel Popolo.
Nel 1327 Bologna si sottomise al Papa. Bertrando fece rientrare i Pepoli, ma riconosciuto non valido l'atto di dedizione, fu rinnovato alli 8 Novem. 1331 per deputazione del Consiglio Comunale, il titolo dato però dal Papa a Taddeo Pepoli, non fu siccome vorrebbesi far credere da taluni di Vicario ma soltanto di conservatore che era ben altro. La durata ne era fissata a 5 anni. Non è vero che i Pepoli vendessero Bologna al Visconti — probante populo — ma a viva forza, avendo anticipatamente introdotte le truppe di lui.
Nel 1376 segui riforma di libertà, ma il vero movente, ne fu il timore che il Papa per penuria di denari cedesse Bologna al Marchese d' Este. È però positivo che qualche trattativa erasi inoltrata.
Nel 1377 il Papa lasciò per cinque anni il Governo in mano ai magistrati sotto condizione che giurassero fedeltà alla Santa Sede poi deputò Giovanni Lignano Vicario a riceverne il giuramento, ma non avendo giurisdizione e stando in propria casa non potè che assistere a quell'atto.
Bulgaro morì sul finire dell'anno 1100 o sui primi del 1167. Dicesi che fosse si tanto rimbambito da giuocare persino coi ragazzi, e ciò si opporrebbe alla pretesa commissione conferitogli dall'imperatore ed a quanto ne riferisce in proposito l'Oddofredo. Aggiunge poi la cronaca da cui attingiamo quella curiosa notizia che in tarda età prendesse in moglie una vezzosa fanciulla e che non trovatala pura, siccome dovevasi ripromettere, la stessa mattina dopo il suo matrimonio recandosi alla Cattedra per dar lezione dicesse:
Rem non novam nec inusitatam aggredimur.
Fu esso sepolto in S. Petronio.
L'antica casa de' Geremei era ove non è molto trovavasi l'osteria della Scimmia, allora S. Cristoforo ora Compagnia degli Orbi , e vi avevano la loro torre. Barufaldino stava da S. Sebastiano, era parente dei Primadizzi e forse sua madre apparteneva a quella famiglia, nel suo testamento nominando un Barufaldino Primadizzi suo cugino.
In quell'antica casa vi restò un ramo che cambiò il suo cognome in quello di Beccari, perchè veniva da un Beccaro Geremei. Nei memoriali si chiamavano Beccari de Militibus per differenziarli da altra famiglia Beccari popolare ma potente che abitava da S. Tommaso dal Mercato.
Questi Beccari Geremei proseguirono a godere la suddetta casa e torre per qualche tempo, ma non seguirono la fazione Geremea, ed invece la Lambertazzi. La famiglia del primo stipite era mancata, ma la fazione contraria ai Lambertazzi non per questo ne portava meno il nome.
Il primo a trovarsi iscritto negli atti pubblici è Geremia filius Ramberti nel 1103 poi nel 1108 Ramberto de Geremia. Trovasi ancora nelle rubriche di quei di Rodulphus Henricus Geremiae de Ramberto. Nel 1194 la famiglia Geremei favori il Vescovo Gerardo Gisla in due differenti circostanze.
Nel 1258 per malintesi ritortigli vennero per la prima volta alle mani coi Lambertazzi, seguiti dai Galluzzi, Lambertini, Artenisi (orig. Artemisi) e precisamente presso la Croce dei Santi, mentre dall'altra parte trovavansi i Carbonesi, Scannabecchi, Castel de' Britti. Continuarono per alcun lasso di tempo gli scontri fra loro, secondati sì gli uni che gli altri, dalle famiglie aderenti, ma nel 1279 finalmente venuti a reciproche spiegazioni poterono intendersi e così riappacificarsi.