Val d'Aposa, dal V volume delle "Cose Notabili" di GIuseppe Guidicini

Dalla via Urbana alle Pugliole di Santa Margherita.

Per seguire le norme che danno le lapidette, bisogna dire che questa strada comincia dalla via Urbana, sbocca nel Trebbo dei Carbonesi, ripiglia nel fianco del palazzo Zambeccari, e si fa terminare al Ponticello di Sant'Arcangelo.

La sua denominazione l'ebbe dal corso dell'Avesa che vi percorreva prima del 1070. Nel 1289 si pubblicavano i bandi nel trebbo di Val d' Aposa e davanti la casa di Pellegrino Semopizzoli.

Val d'Aposa a destra entrandovi per la via Urbana.

Li 29 marzo 1608 l'Ornato concesse ad Angelo e fratelli de' Nobili di aggiungere alla loro casa il portico da quella parte che guardava la via delle suore del Corpo di Cristo, in lunghezza piedi 83, e in larghezza piedi 6 e oncie 2, cominciando dal portico dei Branchetti.

I primi archi di portico, subito passata la via Urbana, appartengono alla casa N. 259 della via Urbana.

N. 265. Isalma del fu Gio. Battista Palcani, vedova Macchiavelli, li 19 gennaio 1569 possedeva una casa grande in Val d'Avesa, posta sotto S. Martino della Croce dei Santi, in confine della via pubblica, di altra via (forse il vicolo morto), della stessa Isalma, e di Agostino de' Baldi.

1566, 15 gennaio. Marcantonio e fratelli Aspertini comprarono da Ercole Pressidoni, alias Fontana, una casa sotto S. Mamolo in via Val d'Aposa, per L. 1020. Rogito Gio. Battista Mezzavacca. Confinava cogli eredi di Sante Sega, e con quelli di Raffaele Macchiavelli da due lati. Questo stabile nel 1591 sembra che appartenesse ai Baldi, poi nel 1601 ai Nobili, indi ai Traeri Bersani fabbricatori di organi, che la possedevano nel 1712.

L'ultimo di questa famiglia fu D. Carlo, morto nel 1768. Passò in seguito ad Agostino Troiani Scarabelli di Modena. Sembra che i suddetti Nobili fossero di quella famiglia ascritta all'arte degli Strazzaroli, della quale fece parte un Giovanni lettor pubblico nel 1417.

Non si sa per qual ragione possedessero i Nobili il sepolcro dei Mezzovillani accanto a quello dei notari nel sagrato di S. Domenico, distrutto nel 1713.

N. 264. Tutta o parte di questa casa, vicina alla precedente, sembra appartenesse ai Branchetti, indi ai Campeggi, ai quali successero per compra i Malvezzi marchesi di Dozza.

N. 263. Piccola casa che nel 1715 serviva d'ospizio ai cappuccini, ai quali apparteneva anche nel 1796. II primo cappuccino venuto a Bologna fu il P. Giuseppe da Fermo che qui s' installò nel 1541.

Dove fu fabbricato il convento esisteva prima un' osteria, o bettola, che fa comprata dai cappuccini nel 1554.

N. 261. Pretendesi che nel 1149 fossero su questo suolo le case dei Feliciani, de' quali Feliciano Feliciani, dottor in leggi e lettor pubblico nel 1256, assunse il cognome Picciolpassi, che l'adottarono pure i suoi discendenti. Uno scrittore li chiama anche Feliciani, Zanzoni e dal Filaloglio, aggiungendo esser venuti da Firenze dove erano conosciuti sotto il nome di Tebaldi della Vitella. Furono di partito Lambertazzo, ed esercitarono la professione di banchieri. Il certo si è che nel suddetto suolo ebbe casa il famoso Pietro di Giovanni Cola d'Ancarano, nativo d'Orvieto, dottor in leggi, giudice del Podestà di Bologna e lettor pubblico nel 1384.

Testò li 12 ottobre 1414 lasciando eredi il dott. Nicolò, Antonio, Filippo e Giacomo suoi figliuoli, e dopo l'estinzione delle loro discendenze chiamò Lasia e le sue figlie finchè vivessero. In mancanza poi di queste, ordinò l'erezione di un collegio nella casa di sua abitazione, in Val d' Aposa sotto la parrocchia di S. Martino dei Santi, dove fossero raccolti scuolari poveri, che si dedicassero allo studio del gius civile e canonico. Volle che vi fossero accettati uno o due della famiglia Farnese, e in mancanza di questi, altrettanti della famiglia Vitelesi di Corneto, dalla quale discendeva per parto di madre.

Incaricò della presidenza i rettori e i consiglieri dell' Università, e mancando questi ai loro doveri, sostituì il vescovo pro tempore ed uno del magistrato degli Anziani. Rogito Nicolò di Arpinello della Foglia.

Mori li 13 maggio 1416 con dolore dei bolognesi, e lasciando un vuoto nella nostra Università. Mancati gli eredi, si trova nel 1418 il collegio di già aperto e regolato, non si sa il motivo, tanto dall' università dei leggisti quanto dal magistrato degli Anziani e dei riformatori comulativamente. Il rettorato di questo collegio era ambito dai più potenti bolognesi, siccome accadde nel 1481 in cui Agamenone Marescotti e Pirro coi loro seguaci, si batterono per questa carica, e se Giovanni II non si frapponeva si sarebbe sparso molto sangue, che fu risparmiato col proporre un ballottaggio che favorì il marchese Malvezzi.

Nel 1534 erano alunni di questo collegio Alessandro di Pier Luigi Farnese d'anni 15 nipote di Paolo III, ed Ascanio Sforza d'anni 16 anch' egli nipote dello stesso Pontefice, fatti poi Cardinali appena che l'avolo loro fu innalzalo al pontificato.

Da un rogito di Galeazzo Bovi in data del 22 giugno 1565 risulta che il Papa aveva già conferita I'amministrazione perpetua del collegio Ancarano, con titolo di commendatore, al cardinal Alessandro Farnese, dopo la cui morte passò il diritto ai regnanti di Parma, che vi spedivano giovani de' suoi Stati. Finiti questi, I' ebbero i Borboni di Napoli, i quali mandavano giovani di quei regni a perfezionarsi negli studi in questo collegio.

Le case d' Ancarano confinavano con due strade, con Antonio Galluzzi, con Bagarotto Bianchi e con Lodovico Muzzoli. In queste dimorarono i collegiali dalla loro istituzione fino al 1532, nel qual anno si trova che furono vendute al cardinal Lorenzo Campeggi, per cui dicesi che i collegiali per poco tempo passassero in Brochindosso in una casa di Farnese d' Ancarano, che forse è il N. 792 dove vedevansi le armi di detto Farnese, la qual casa ultimamente apparteneva a Don Giovanni Domenico d' altro Gio. Domenico Morandi. Sembra poi che si stabilissero nel Borgo della Paglia nella casa N. 2844, di dove partirono nel 1740 per passare in Borgo Salamo. (Vedi Borgo Salamo NN. 1050, 1049, 1048).

Avendo il cardinal Lorenzo Campeggi acquistato il palazzo Sanuti in S. Mamolo N. 107, fece compra nel 1532 anche delle suddette case atterrate per formare il giardino. Li 25 febbraio 1542 Rodolfo Campeggi ottenne dal Senato di mettere a retta linea il nobile suo edifizio che stava erigendo nella parte posteriore del suo palazzo nella via di Val d'Aposa. Quando i Padri Barnabiti vollero innalzare il campanile per la loro chiesa dedicata a S. Paolo, si opposero a questa deliberazione i Campeggi, i quali ottennero che non fosse alzato più di quello che lo è presentemente, e che non avesse finestre aperte dalla parte del loro palazzo.

N. 260. Casa venduta li 15 giugno 1520 da Pier Paolo da Porto de' Britti a Giovanni Banzi, per L. 2300. Rogito Gentile Poeti e Lattanzio Panzacchia. Era posta in Val d' Aposa presso il Collegio Ancarano, e confinava con D. Luigi Bartolomeo Chiudaroli, alias dal Sapone, e con Gio. Antonio da Saraceno di dietro. Sotto la data delli 9 ottobre 1533 si trova descritta questa casa nell'inventario legale dell' eredità di Gio. Battista di Petronio Banzi, e si dice essere in cappella S. Martino della Croce dei Santi, e confinare con Antonio da Saraceno e coi beni del collegio Ancarano. Nel 1715 era dei Senegoni, ai quali apparteneva anche ultimamente.

Si passa il Trebbo dei Carbonesi.

La continuazione di Val d' Aposa dal Trebbo Carbonesi al ponticello di Sant'Arcangelo si trova spesso nominata via dello Spirito Santo, e nel secolo XIV via di Sant' Antonio di Padova dalla chiesa dedicata a questo Santo.

In un rogito di Bertolotti Antonio delli 21 febbraio 1667 è chiamata contrada rincontro la Croce dei Santi. Nel 1715, nei campioni delle strade, è detta via degli Asini, della qual denominazione non se ne può dare alcuna etimologia.

Per le case incluse nel palazzo dei Zambeccari, che erano su questa strada, veggasi via Trebbo Carbonesi.

N.1358. Casa che appartenne a Camillo Sandri e ad Alessandra Giroldi di lui madre. Era posta sotto la parrocchia di S. Martino dei Santi, e confinava coi Zambeccari a mezzodì e levante, coi beni della chiesa di S. Martino, e colla compagnia dello Spirito Santo a settentrione. Rogito Lorenzo Martesoni. Sembra che questo stabile fosse comprato dal confinante Zambeccari.

NN.1360,1359(8). Chiesa di Santa Maria dei Celestini, alias dello Spirito Santo, la quale fu fabbricata sopra un suolo vacuo venduto li 20 dicembre 1481 da Matteo Gargiaria, per L. 80, ai PP. Celestini. Rogito Pietro Comel. Questo tempio lo dedicarono alla Natività della Beata Vergine.

Il dott. Lodovico Bolognini, desideroso di stabilire una compagnia spirituale composta di alcuni ascritti a quella della SS. Trinità e di vari devoti, ottenne di collocarla in Santa Maria dei Celestini concessagli dai compadroni che si riservarono il dominio, come consta da un rogito di Tommaso Grengolo delli 29 gennaio 1497, e fu in questa occasione che dal nome della nuova compagnia prese quello di chiesa dello Spirito Santo. La facciata di prima fabbrica si vede tuttora conservata. La compagnia fu soppressa li 21 luglio 1798, ed il locale venduto a Francesca Canevelli, vedova Galli. Rogito Luigi Aldini delli 18 agosto 1801.

Si passa la via Pugliole dello Spirito Santo. (nel testo orig. del Guidicini, qui erano indicate le Pugliole dei Celestini Questa imprecisione non fu notata dal Breventani).

N. 1434. Li 15 luglio 1594 questa casa era in parte di Francesco del fu Matteo Bonfioli, che l' assegnò al cumolo della Misericordia. Confinava colla via pubblica da tre lati, e coi Zambeccari. Nel 1680 era dei Padri del ben morire di San Gregorio.

N. 1433. Casa dirimpetto alla chiesa di Sant'Antonio, nella quale circa l'anno 1621 dicesi che vi era una torre in allora dei Benacci.

Via Val d' Aposa a sinistra cominciando dalla via Urbana.

N. 274. Casa che al cominciare del secolo XVI apparteneva a Lorenzo Gessi, e in seguito ai Vanotti. Fu poi comprata dai Padri di S. Paolo.

N. 275. Casa dei Padri di S. Paolo.

N. 276. Questa casa apparteneva a Matteo e fratelli, figli del fu Girolamo Fabretti. La metà però di questa casa era dei Barnabiti, e li 18 gennaio 1622 comprarono il rimanente per L. 4800 dai suddetti Fabretti. Rogito Pietro Roffeni.

Confinava con altra casa dei compratori, con Lorenzo Gessi, e con un viazzolo detto dietro il Collegio di Spagna (ora chiuso). Il detto vicolo passava da Val d' Aposa alla via oggi detta Belfiore, il suolo del quale fu concesso in parte, cioè fino alla casa di Torquato Monaldinì, ai Barnabiti li 5 maggio 1606 (Vedi via Belfiore).

Li 26 maggio predetto fu accordato al Monaldini il restante del vicolo stesso per farlo desistere dalle proteste che egli giustamente faceva contro la detta clausura.

Si passa la via Trebbo dei Carbonesi.

NN. 1355,1356. Chiesa e canonica di S. Martino della Croce dei Santi, parrocchia la cui esistenza sembra che rimonti al 1142. Qualunque sul cominciare del secolo XV la sua giurisdizione fosse ampliata con quella della parrocchia dei Santi Simone e Giuda dei Maccagnani, pure rimase ristrettissima.

Il ius patronato apparteneva alla famiglia Torelli, poi furon associati ai Torelli gli eredi di ser Melchiorre Azzoguidi, i Battuti della Vita, i Calderini, e Napoleone e fratelli Malvasia.

Da una sentenza pronunziata nel 1679 si apprende che il padronato di questa chiesa spettava per cinque oncie al senator Giuseppe Michele e Cesare Alberto, fratelli Malvasia, come successori della donazione fatta da Anselmo Masini ad Antonio della Serra, alias Malvasia, e per un' altr'oncia al conte Carlo e Alessandro, fratelli Malvasia; per le altre sei oncie ai Grassi, Guastavillani, Tanara, ed ai Padri dei Servi.

Li 30 dicembre 1791 l' arcivescovo Giovanetti, per gli atti del notaro Gaspare Sacchetti, dichiarò caducati i compadroni di detta chiesa, e posta la dichiarazione fatta dai parrocchiani di non voler sottostare ad alcuna spesa per il riattamento della medesima, fu messa in vendita assieme alla canonica, casa, botteghe, ecc. spettanti al benefizio.

Nel 1792, per decreto dello stesso Arcivescovo, gli fu unita la prebenda della soppressa chiesa parrocchiale di S. Silvestro detto in Cantina, (vedi via Toschi), e allora s'intitolò chiesa dei Santi Martino e Silvestro della Croce dei Santi.

Finalmente fu soppressa, poi chiusa la chiesa li 16 agosto 1806, e ridotta ad abitazione e bottega.

Due cose sono state scritte sul conto di questa chiesa; l'una che si dicesse S. Martino dell'Avesa, l'altra che sia stata fabbricata per custodire la vicina Croce dei Santi.

In quanto alla prima potrebbe essere che essendo stata fondata in prossimità dell'alveo abbandonato dell' Avesa, qualcuno l' avesse cosi nominata, tanto più se vero fosse che sia stata edificata prima del 1142, e cioè circa ottant'anni prima di quella di S. Martino, detto poi Maggiore, dell' Avesa.

In quanto alla seconda non sembra probabile che si sia fabbricata una chiesa parrocchiale per custodire una croce eretta in mezzo di una vicinissima strada tanto più che questa premura non si ebbe nè per la Croce detta dei Casali, né per l'altra di Porta Ravegnana , ammesso che per quella di S. Sebastiano si fosse fatta la chiesa di questo titolo parimenti parrocchiale e per lo stesso fine.

N. 1351. Sul conto di questa casa si hanno le seguenti notizie:

1516, 11 dicembre. Casa già Enrighetti, poi Righetti, posta sotto S. Martino della Croce dei Santi. Era nell'angolo del vicolo che andava a Santa Margherita, in confine di detto vicolo a settentrione, della via pubblica a oriente, di Alessandro ed eredi di Achille Marescotti a ponente. Rogito Bartolomeo Ruffìni.

Alessandro Righetti la vendette a Battista del fu Aldrovando Calzolari, per L. 2225. Rogito Antenore Macchiavelli e Bartolomeo Ruffìni delli 3 dicembre 1551. Questa casa comprendeva l'attual numero 1351 appartenente alle suddette monache.

Sembra che questa sia la casa ereditata dall'opera dei Vergognosi, lasciatagli per testamento da D. Antonio Negri.

Si passa il vicolo Gangaiolo.

Nell' angolo a settentrione del vecchio Gangaiolo cominciavano le case degl'antichi Grilffoni, estinti nel 1450 in Giovanni di Lodovico. Costoro cominciano ad essere citati nei libri dei Memoriali del 1290.

Matteo Griffoni, medico che viveva nel 1310, fu il primo di questa famiglia. Quel Matteo Griffoni che scrisse il Memoriale si crede nipote o pronipote del medico, e fu quegli che inventò tutte le favole che si raccontano dei Griffoni, e ciò per esaltare la sua famiglia.

Altri Griffoni, oriundi da Sant' Agata, di professione speziali, sorsero quando gli altri mancarono, si fecero grandi circa la suddetta epoca, e spesse volte vengono confusi coi primi dai nostri storici.

Il cognome loro lo trassero forse dal Griffo posto per insegna alla loro spezieria. Una terza famiglia Griffoni derivò da un Giuseppe mercante pistoiese stabilito in Bologna, e morto nel 1576, i cui figli nel 1596 furon accettati nella seconda famiglia Griffoni da Riniero e fratelli, figli di Francesco.

I Primi Griffoni ebbero la loro torre nell'angolo del chiuso Gangaiolo, che fu edificata da Guido circa il 1190, e precipitò nel 1296 sopra le case di Palmirolo e di Gherardo Torelli che erano nella parte opposta della strada. Questa torre dicesi che fosse più bassa di quella dei Catalani di dodici puntate o colombare. Per tale ruina mori il solo Paolo Spadacorta di S. Giovanni .in Persiceto, coi buoi attaccati al carro, che egli conduceva. Dall'estinzione della famiglia Griffoni fino al 1567 non si hanno notizie a chi abbiano appartenute le loro case nelle quali era compreso il seguente numero.

N.1436. Stabile che nel 1475 era di mastro Baldassarre da Modena, medico, e li 20 marzo 1567 si trova l'obbigazione falla dai fratelli ed eredi di Paris Vizzani al dott. Giacomo e canonico Francesco di Antonio Tortorelli, di vendere e cedere le ragioni a poter francare una casa sotto Santa Margherita presso la chiesa di Sant'Antonio di Padova, in via detta di Sant'Antonio di Padova, per L. 5000.

Questo contratto ebbe il suo effetto il primo luglio 1587 col pagamento della predetta somma fatta da Giacomo di Antonio Tortorelli ad Alessandro e Aurelio fratelli Vizzani. Rogito Girolamo Fasanini.

1583, 26 marzo. Giacomo di Antonio Tortorelli comprò da Nicola Melchiorre e da Bernardino fratelli Dal Pino una casa posta sotto Santa Margherita, per lire 12000. Rogito Girolamo Fasanini. Questa casa fu fabbricala dai Tortorelli, i quali l'ornarono di decente facciata.

1690, 4 aprile, Pietro e Gio. Antonio, fratelli Maccbiavelli, comprarono da Antonio e dal canonico Francesco, fratelli e figli di Giacomo Tortorelli, una casa grande, nella quale era compresa altra casetta, posta sotto Santa Margherita, per L. 15000. Rogito Barlolomeo Marsimigli. Qui abitò l'avv. Alessandro di Gio. Antonio Macchiavelli, insigne coltivatore della patria storia, e fondatore dell' Accademia dei Filopatri, morto li 22 settembre 1766. Quanto fu egli infaticabile scrittore, altrettanto fu inesatto ed inventore di favole, per cui non poche volte ebbe dispiacevoli incontri.

Si trova poro che li 21 febbraio 1667 un Giuseppe Maria Maccbiavelli vendette alle suore di Santa Margherita due appartamenti di una casa posta sotto San Martino della Croce dei Santi nella contrada detta degli Asini, ed anche via di rimpetto alla Croce dei Santi, per L. 2350. Confinava colle compratrici, coi Gradassi, e col collegio Dosio. Rogito Antonio Bertolotti.

1731, 28 luglio. L' avvocato Alessandro e D. Carlo di Gio. Antonio Macchiavelli vendettero due case, una grande e l'altra piccola, per L. 14500, alle monache di Santa Margherita, riservandosi d' abitarla a tutto l' otto maggio 1732 senza corrisposta d'affitto. Rogito Galeazzo Bonesi.

Le suore la diedero in affitto al celebre dottor medico Paolo Battista Balbi morto li 7 dicembre 1772.

N.1437. Chiesa ed ospedale, detto il nuovo di Sant' Antonio, spesso confuso con l'altro di S. Bernardo degli Umiliati, per esser stati ambedue nelle vicinanze del monastero di Santa Margherita, ma questo secondo era in quel vicolo che da Barbarla in faccia ai Marescolli conduceva a Santa Margherita.

Questi Umiliali avevano un altro ospedale fuori di Porta Sant'Isaia a sinistra poco prima di arrivare a San Paolo di Ravone. In quest'equivoco è caduto ancora il Nuovo Masina, tomo II, Cart. 37.

L' ospedale di Sant'Antonio di Val d' Avesa si dice che esistesse già fino dal 1199, e basta questo per provare che non sia stato fondato dai Griffoni, mentre a quei giorni non vi erano cognomi, e tanto meno quello dei Griffoni. Era governato dai frati della Penitenza del Terz'Ordine di S. Francesco, e siccome vien detto che vi fossero chiamati nel 1234, è facile che da quest'anno dati la sua fondazione. Il Ghirardacci, cadendo anch'esso nell'errore che questo fosse l'ospedale di S. Bernardo degli Umiliali, racconta che nel 1312 fu ampliato colla compra di un casamento nella via di Santa Margherita, o S.Barbaziano, presso la casa dei frati.

Il medico Taddeo, nativo di Firenze, figlio di Alderotto, nacque da oscuri parenti, e passò la sua gioventù in bassi uffizi. In età d' anni 30 si dedicò allo studio, e divenne celebre in medicina, che la praticò e l'insegnò in Bologna.

Fu chiamato dai più ricchi signori d'Italia e dagli stessi potentati, fra i quali dal Papa, che per la riportata guarigione lo rimunerò decem millibus aureis.Testò nel 1293vigesimo secundo mensis Januarii intrantis. Lasciò un totale di L. 10000 di bolognini. Un quarto di questa somma volle che fosse impiegata nella compra di tante possessioni fruttifere da amministrarsi dai frati della Penitenza a comodo dei poveri vergognosi. Lasciò erede Taddeo suo figlio per un terzo, Mina sua figlia per l'altro terzo, e Opizo suo nipote di fratello per l'ultimo terzo. Ordinò pure che se detto Taddeo fosse premorto senza maschi legittimi, la metà del suo terzo passasse ai frati della Penitenza di Bologna per i poveri vergognosi. Rogito Bonaventura di Viviano.

Dunque questi frati nei secoli XIIl, XIV e XV si dedicarono al sollievo dei poveri vergognosi, impiegando le rendite della ricca eredità Alderotti.

Frate Alessandro Mattesilano, del terz'ordine di S. Francesco, racconta nel suo memoriale, che arriva al 1492, esser nato li 9 febbraio 1422, ed aver veduto cominciare la fabbrica della chiesa dedicata a Sant'Antonio di Padova, e che in quel tempo i frati dei Servi ottennero da Nicolò V, per anni 10, le rendite di Taddeo d' Alderotto per la costruzione del loro convento. Dispiacque ai frati del terz'ordine ed ai cittadini bolognesi quest'applicazione, parendo loro che quando s'avessero a convertire le dette rendite ad uso diverso della mente del testatore, fosse meglio impiegarle nel tanto desiderato monastero delle Clarisse. Questi frati, consigliatisi con Battista Mezzavacca, con Battista Manzoli, e con Bartolomeo dalla Calcina, deliberarono che il Calcina si portasse a Roma a dimandare al Papa la revocazione del decreto fatto a favore dei Serviti, e l'applicazione dell' eredità Alderotti alla fabbrica di un nuovo monastero dell'ordine di Santa Chiara. Questa rappresentanza diede adito a molte controversie terminate coll' accomodamento di dare ai Serviti L. 1000 di bolognini per una sol volta, ed il restante dell'eredità rimanesse a favore del nuovo progettato monastero delle Clarisse. Il Papa acconsentì e cedette ai Terziari di edificare nel loro ospedale il progettato monastero, e di introdurvi monache del Corpo di Cristo di Ferrara. Il monastero fu fondato altrove (vedi Val d' Aposa N. 273), ma nonostante le suore furon messe in possesso di alcune case dei frati, eccettualo l'oratorio e chiesa di Sant' Antonio coll'annesso spedale, che a norma del breve furon riservati ai detti frati, come da rogito di Giacomo Grassi del 1454.

Li 20 ottobre 1453 il commissario apostolico, delegato dal Papa, riservò a favore dei frati della Penitenza del terz' ordine di S. Francesco l'oratorio di Sant'Antonio e le case annesse al medesimo, ove si osservava l'ospitalità dai detti frati, assegnando alla badessa ed alle suore del Corpus Domini tre case vicine alle altre tre suddette comprate con denari dell' eredità del dott. Taddeo Alderotto, lasciati ai detti frati. Rogito Francesco Formaglini.

Nel 1461 si trova che la casa e l'ospedale di Sant'Antonio eran stati concessi alle suore del terz' ordine di S. Francesco, e che le medesime furon obbligate di corrispondere ai predetti frati la pigione di una casa posta sotto S. Barbaziano dove i medesimi forse continuavano ad esercitarvi l' ospitalità, o solamente ad abitarvi. Per tutt'altro che abbia relazione questo locale colle monache della Santa si ricorra alla via Tagliapietre N. 273.

L'ospedale manteneva nove letti per poveri infermi, ed aveva una casa per le donne del terz'ordine. I frati, togliendosi dai Conventuali, si sottomisero agli Osservanti, quindi ad insinuazione di questi cedettero ai monaci Basiliani la detta chiesa di Sant'Antonio di Padova in permuta di quella di S.Basilio fuori di San Mamolo, e ciò seguì li 17 agosto 1475. Rogito Alberico Duglioli.

I predetti stabili confinavano a oriente con la via pubblica, a mezzodì con mastro Baldassarre da Modena medico, a ponente col monastero di Santa Margherita, e a settentrione cogli eredi di Giovanni Stancabò. Sembra che le dette suore del terz' ordine fossero soppresse, poiché tanto la chiesa di Sant'Antonio, quanto la loro casa, furono date, dicesi per ordinazione di Sisto IV delli 28 giugno 1475, ai Padri Armeni di S. Basilio dopo che questi, mediante il loro Priore frate Procolo Vagini da Bologna, ebbero consegnato ai Padri Minori dell' Osservanza il convento appena fuori di porta S. Mamolo, in oggi detto dell' Annunziata.

S'ignora come e quando i Basiliani rinunciassero ed abbandonassero Sant'Antonio di Val d' Aposa, il fatto è che quivi subentrò una compagnia detta di Sant'Antonio, la quale li 25 febbraio 1593 vendette alle suore di Santa Margherita la casa e I'oratorio posti sotto Santa Margherita nella via del Ponticello di Sant'Arcangelo, presso i Ghisilieri, le compratrici e i Tortorelli, per il prezzo da determinarsi da Gio. Battista Ballarini perito della compagnia, e da Gio. Paolo Tacconi perito delle suore, e in caso di controversia da Rodolfo Bonfioli. Rogito Annibale Cavalli. Il prezzo fu fissato in L. 15165, 6, 9, e fu stipulata la vendita li 4 novembre 1594 a rogito del detto Cavalli. Questi locali furono incorporati al monastero delle compratrici. (Vedi S. Mamolo N. 10 e 11.).

N.1438. Dov'è un portico con colonne di pietra nera, che il volgo credeva di marmo, vi era la casa dei fratelli Antonio, Agostino, Petronio, Alessandro ed Annibale, figli del fu Aldrovandino Fondazza, da essi venduta il primo ottobre 1516 a Gualengo del fu Giorgio Ghisilieri, per L. 4000. Rogito Bornio Sala e Barlolomeo Grengoli.

Si dice essere posta sotto S. Michele Arcangelo del Ponticello, e confinare coi beni di Sant'Antonio di Padova, colle suore di Santa Margherita, con Antenore Campana, e con strade da due lati.

Li 18 dicembre 1517 Petronio del Mutto, battirame, promise a Gualengo e ad Amadesio, fratelli Ghisilieri, in seguito a decreto del Vicelegato, di non far più battere né di giorno, né di notte, sorte alcuna di rame in una bottega vicina a detti Ghisilieri da Sant'Arcangelo, non solo in riguardo ai benefici da essi ricevuti, ma ancora in rispetto della legge prescritta dallo Statuto, che vietava il poter esercitare dette arti vicino alle persone di studio per non frastornarle. Rogito Tideo Fronti.

L' ultimo di questo ramo senatorio Ghisilieri, erede del cav. Gio. Andrea Gigli in causa di Dorotea moglie di Gualengo Ghisilieri, il qual Gigli testò li 16 agosto 1607 a rogito di Gio. Battista Ciocca, fu il P. Ettore del conte Gualengo, prete dell'Oratorio, morto la notte del 27 aprile 1678. Il Sacro Monte di Pietà, Amministratore della sua eredità, vendette alle suore di Santa Margherita questo stabile e casette annesse, per L. 13350. Erano poste sotto Sant'Arcangelo nella contrada del Ponticello, e confinavano colla chiesa di Sant'Antonio e colle compratrici. Rogito Scipione Uccelli e Giuseppe Maria Macchiavelli delli 23 gennaio 1692. Con questi stabili le monache ampliarono la loro clausura.

Prima di dar termine alle notizie risguardanti la via Val d' Aposa, non si vuoi omettere di parlare del Broilo dei Maccagnani, dov'era la chiesa di S.Simone dei Maccagnani, sotto la qual parrocchia vi furono le case della detta famiglia, e quelle dei Porti, dei Marescotti antichi e di un ramo Dalla Fratta. Al N. 107 di Strada S. Mamolo si è dello che Carlo del fu Cambio Zambeccari, famoso dott. in leggi, ebbe una casa con casetta contigua, poste ambedue sotto S. Giacomo dei Carbonesi, nella via detta contrada di S. Procolo, che confinavano colla detta via, reputata per quella di S. Mamolo, colla via detta Broilo dei Maccagnani di dietro. Rogito Antonio da Castagnolo delli 3 giugno 1400. Si trova un rogito di Azzo Bualelli in data del 18 settembre 1393, nel quale si ricorda una contrada delta Bruolo sotto S. Giacomo dei Carbonesi, ossia di S. Martino della Croce dei Santi. Le case del dott. in leggi Pietro di Giovanni Cola d'Ancarano erano in Val d'Aposa (Vedi N. 261), e confinavano con due strade. La giurisdizione parrocchiale della chiesa di S. Simone dei Maccagnani fu unita a quella di S. Martino della Croce dei Santi, come si ripeterà in appresso, e questa piccola parrocchia s' estendeva a tutto il N. 262 in via Val d' Aposa, e al di là del detto numero andando verso mezzogiorno cominciava quella di S. Mama. Queste notizie perciò c'inducono a credere che il Broilo dei Maccagnani o era nella via Val d' Aposa, o questo Broilo era un vicolo intermedio fra la strada di S. Mamolo e quella di Val d'Aposa.

Che in questi contorni vi sia stata una strada, lo dice il Masina ristampato dove tratta della circonferenza di Bologna del secolo XI, ed afferma appunto che trovavasi fra i numeri 105 e 106 della strada di S. Mamolo e terminava in Val d' Aposa, soggiungendo che si chiamasse Val di Brigola. Si osservi però che questa direzione è da levante a ponente, e che le case di S. Mamolo di Val d' Aposa non potevano confinarvi di dietro, ma solo lateralmente.

Nella via Trebbo dei Carbonesi al N. 385 si troverà che vi sboccava nel 1380 la via ora chiusa, che dicevasi Val di Brigola, la cui direzione era da settentrione a mezzogiorno.

Finalmente in via Val d' Aposa nel 1591 e 1601, a rogito Pietro Sacchi, vi era una casa presso la via Urbana, che confinava con un vicolo che un rogito di Ettore Cattadini del 1608 lo dice vicolo morto. Le notizie suesposte devono persuadere che la via Belfiore e quella dietro il convento del Corpus Domini in linea della nuova strada Urbana, non potevano essere il Broilo dei Maccagnani, e che questo Broilo o era nelle vicinanze di Val d' Aposa, o in una parte di questa stessa via, perché non è raro il trovare anticamente che porzione di una strada, oltre il nome della sua totalità, avesse in qualche parte un nome particolare di Trebbo, o di Broilo, di una famiglia che vi abitasse. Si fa riflettere ancora che se il Broilo dei Maccagnani fosse stato in Belfiore e nella strada detta via del Corpo di Cristo, si sarebbe citato in qualche rogito delle tante compre fatte dal 1365 al 1367 per la fondazione del Collegio di Spagna, o il Broilo stesso, o la chiesa di S. Simone dei Maccagnani. Interessando i dettagli raccolti sugli stabili del Broilo suddetto, si riportano le seguenti notizie:

1303, 28 gennaio. Gabrielle del fu Bartolomeo Marescotti aveva casa grande in cappella S. Mamolo, e confinava colla casa del monastero di S. Procolo, con quella del fu Gherardo Marescotti, e colla via. Altra casa in confine della suddetta, e di quella che fu del dott. Bonrecupero Porti, del Broilo dei Maccagnani, e della via pubblica.

I Porti, o dal Porto, ossia d' Azzone, avevano case presso il Broilo dei Maccagnani nel 1265. La casa dei Porti, o dal Porto, e cioè dei discendenti del famoso Azzone, vien rammemorata da un rogito del 28 gennaio 1303, nel quale si dice che la casa grande di Gabrielle del fu Bartolomeo Marescotti confinava con uno stabile del monastero di S. Procolo, col fu dott. Bonrecupero Porti, col Broilo dei Maccagnani e colla via pubblica.

La famiglia magnatizia della Fratta si divise in due rami, uno dei quali abitava in cappella Sant'Antonino di Porta Nova dove fu l' osteria, ridotta poi a stallatico, detto dei due Gambari, nell'antica via Fieno e Paglia, in oggi detta della Piazza del Carbone; l' altro stava sotto la parrocchia dei Santi Simone e Giuda dei Maccagnani presso S. Paolo. I Montalbani appropriandosi il cognome della Fratta pretesero di far rivivere quell'illustre famiglia, ma errarono di molto. L' avolo del dott. Ovidio Montalbani era muratore e si sottoscriveva "Io Vincenzo Alicorni, detto il Rosso di Montalbano".

Un rogito di Tommaso di Pietro Tancredi, in data delli 14 novembre 1300, tratta della compra fatta da Orabile del fu Alberto di Gualterino Maccagnani da Giacomo del fu Bartolomeo Boateri e da Rainerio del fu Delfino, di una casa grande in cappella di S.Simone de' Maccagnani. Confinava colle vie da due lati, coi casamenti di Dinadano e di Filippo Maccagnani. Più un' altra in detta cappella, in confine della via pubblica, della chiesa di S.Simone de' Maccagnani, di Alessandro Torelli, e di Guido Simopizzoli.

Un rogito di Giacobino da Parma deIli 10 febbraio 1307 riguarda i predetti stabili comprati per L. 305 da Rainero del fu Delfino Dal Ponte, ma sembra assolutamente che debba leggersi dal Priore, e venduti da Giacoma del fu Alberto di Gualterino Maccagnnni sorella di Orabile. In detto rogito è pure descritta una casa posta in cappella di S. Simone de' Maccagnani. Confinava colla via, con Dinadano Semipizzoli, e con Filippo Maccagnani. Più un'altra casa in detta cappella, che confinava colla via pubblica da due lati, colla chiesa di S. Simone, con Alessandro Torelli e con Guido Semipizzoli. Il Rainerio del fu Delfino concorse alla vendita del 1300, e figura il solo compratore nel 1307, lo che fa credere che il primo contratto fosse con patto di francare.

La chiesa di S. Simone de' Maccagnani sussisteva come parrocchia anche nel 1366.

Nel 1408 si trova che Ecclesia Sancti Simeonis de Maccagnanis evanuit poi si dice la sua giurisdizione era già unita a quella della chiesa di S.Martino dei Santi ius patronato dei Torelli. I Torelli stavano sotto la parrocchia di S.Simone dei Maccagnani, come vien comprovato dai rogiti summenzionati, e secondo un'antica memoria del 1142 si sa che avevano torre e possidenza nella situazione dove è ora la chiesa di S. Paolo.

La parrocchia di S. Simone de' Maccagnani era racchiusa entro quelle di San Giacomo de' Carbonesi, di S. Mamolo, di S. Cristoforo delle Muratelle, e di San Martino deIla Croce dei Santi, le quali, prese in complesso, davano una popolazione ben ristretta; dunque piccola, anzi piccolissima, doveva essere quella di S.Simone, che forse era un simile di S.Cattaldo dei Lambertini che aveva cinque case, e forse cinquanta parrocchiani.

Si conclude dunque che è molto probabile che il Broilo dei Maccagnani fosse un vicolo racchiuso entro l' isola dal Trebbo dei Carbonesi alla via Calcavinazzi, e da S. Mamolo a Val d' Aposa, se non era una località di Val d' Aposa cosi detta a quei giorni.

Aggiunte

1245 30 settembre. Oddofredo dottor in leggi del fu Bonaccursio di Riccardo de Denari comprò dai fratelli Riccardo e Caravita a, figli del fu Bonacursio, e da Ramburga del fu Guglielmo di Anglico Cortellari, la metà di una casa per indiviso posta nel quartiere di S. Procolo nella contrada o vicolo di Val d'Avesa, per lire 30. Rogito Salathil del fu Martino.

Mori l' Oddofredo li 3 dicembre 1265.

Alla fine di questa strada dirimpetto alle Pugliole vi era il ponte sul!' Avesa che diede il nome di Ponticello di Sant'Arcangelo a questa località.

1536, 28 marzo. Vincenzo di Baldassarre Bettini alias Fabri comprò da Giovanni di Bandino Bandini una casa posta sotto S. Mamolo nella via Val d' Aposa, per L. 1350; confinava col compratore, coi Segni e coi Guidotti. Rogito Giovanni Battista Castellani. I numeri in Val d'Aposa che erano sotto la parrocchia di S. Mamolo erano a destra andando verso S. Mamolo. Questi numeri erano il 276, 275 e 274, appartenenti i due primi all' amministrazione parrocchiale di S. Paolo, l' ultimo ai Vanotti. A sinistra poi vi era il N. 265 dei Traeri o Traiani, poi il fianco della casa Cesari N. 266 di Calcaspinazzi.

1437, 20 febbraio. Matteo del fu Dino de Cilli, banchiere, e Catterina del fu Lizzo da Villola, vedova di Dino Cilli e madre di detto Matteo, vendettero a suor Misina del fu Antonio di Rizzardo Caselli, professa in Santa Maria Nuova, una casa con orto posta sotto S.Mamolo in via Val d'Avesa, per L. 200. Confinava colla via pubblica da due lati, con madonna Cippa di Bartolomeo Consolini, coi beni dei frati di Santa Maria Nuova degli Angeli, e con Francesco Pellarano. Rogito Gaspare Usberli.

1569, 19 gennaio. Isalma del fu Gio. Battista Palcani, vedova Machiavelli, aveva casa, che affittava, sotto S. Martino della Croce dei Santi, posta in Val d'Avesa. In un rogito è descritta per casa grande, e confinava con due strade, colla detta vedova Macchiavelli, e con Agostino de' Baldi.

Nel 1471 si trova ricordata la contrada delta il Serraglio in Val d' Aposa.