DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
Non un anno: un mandato
Ci sono momenti dell’anno che funzionano come soglie. Non perché accada qualcosa di oggettivamente straordinario, ma perché ci aiutano a guardare diversamente ciò che stiamo vivendo. La fine dell’anno è una di queste soglie. E ogni volta rischiamo di interpretarla nella maniera più semplice: il calendario che finisce, un altro che comincia, l’idea che il vero cambiamento sia solo il numero che passa da dicembre a gennaio. Ma forse il tempo non è questa sequenza neutra di giorni che si susseguono. Forse non è nemmeno un contenitore in cui archiviare successi e insuccessi. Forse il tempo, per un credente, è qualcosa di più radicale: una vocazione.
Sono parole che potrebbero sembrare astratte, ma non lo sono affatto. Perché se il tempo è vocazione, significa che non è mai semplicemente “subìto”. È un incontro. È un invito. È la forma concreta attraverso cui Dio continua a bussare alla nostra vita, non dall’alto dei cieli ma dentro le ore che viviamo, dentro le situazioni che ci raggiungono, dentro le responsabilità che ci accolgono o ci sorprendono. Il tempo come vocazione è l’opposto del fatalismo: non accade perché deve accadere, ma perché ci chiama a scegliere. Il tempo non ci trascina, ci interpella.
L’anno nuovo, allora, non è un calendario da appendere al muro: è un mandato. Non nel senso pesante del compito imposto, ma nel senso più biblico e più umano di una direzione che ci viene consegnata. Non basta contare i giorni: occorre capirne il senso. Un mandato non chiede di riempire il tempo, ma di orientarlo. E questo può accadere soltanto quando la vita non viene considerata come un insieme di eventi da gestire, ma come una storia da abitare.
Le strutture della Chiesa, spesso ancora legate a modelli storici forti, conoscono bene la tensione tra continuità e cambiamento. Ma la vita dei credenti, in questo senso, è ancora più esigente: ogni battezzato non è solo destinatario di norme, ma soggetto attivo di una missione. Il battesimo non è un rito di appartenenza; è una consegna. Dice che la nostra libertà non è anarchia, ma responsabilità: siamo chiamati non a fare tutto ciò che ci piace, ma a fare ciò che dà vita, ciò che genera, ciò che costruisce. Il battesimo ci ricorda che il tempo non è casuale: è dato per portare frutto.
Alla fine dell’anno, dunque, non abbiamo semplicemente passato dodici mesi: abbiamo ricevuto dodici mesi di possibilità, di domande, di occasioni, di fatiche e di consolazioni. Forse non abbiamo risposto a tutte; forse alcune le abbiamo ignorate, o ci hanno spaventato. Ma la logica del Vangelo non è quella del rendiconto. È quella dell’appello: “Ricomincia. Vieni. Riparti da qui”. Anche Dio, nel suo modo di accompagnare l’umanità, non conta i giorni: li apre.
Per questo un nuovo anno non è mai una pagina bianca dai bordi perfetti. Somiglia piuttosto a un paesaggio intravisto tra gli alberi: non tutto è chiaro, non tutto è prevedibile, ma è sufficiente per mettersi in cammino. Il mandato non è un programma dettagliato, è una traiettoria: custodire ciò che siamo, crescere in ciò che possiamo diventare, riconoscere che la storia che viviamo non è soltanto nostra. La fede non ci toglie dal tempo, ma ci insegna a portarlo, a trasformarlo, a renderlo luogo di rivelazione.
C’è una frase che può accompagnarci verso l’anno che arriva: non è necessario sapere tutto per cominciare; è necessario cominciare per scoprire tutto. È la logica della vocazione: un passo alla volta, un sì dopo l’altro, una fedeltà che prende forma nella concretezza dei giorni.
Se il nuovo anno è un mandato, allora ogni giorno può diventare missione, ogni relazione può diventare dono, ogni difficoltà può diventare occasione, ogni incontro può diventare annuncio. Non perché siamo eroi, ma perché siamo chiamati. E la chiamata non chiede perfezione: chiede presenza.
Alla fine, forse la domanda decisiva non è “che anno sarà?” ma “che posto avrò io dentro questo anno?”.
E la risposta, come sempre, sarà un intreccio misterioso tra la nostra libertà e il passo discreto di Dio, che continua a consegnarci tempo non per riempirlo, ma per viverlo fino in fondo