Le tesi 5 e 6 del vescovo Spong
di Dario Culot
Il Vescovo John Shelby Spong - foto di Scott Griessel, tratta da commons.wikimedia.org
Si è visto che, in un mondo scientifico, le intrusioni soprannaturali nell’ordine naturale, attuate da Dio o dal Figlio incarnato, non sono plausibili, sì che neanche i miracoli magici contro natura sono più accettabili. Così entriamo nella tesi n. 5.
Inutile dire che i miracoli attribuiti a Gesù servono per confermare la sua natura divina. Del resto nella Bibbia anche Mosè riesce a fare miracoli, perché dotato da Dio di tale potere. Ma se pensiamo alle piaghe d’Egitto (Es 7, 14ss.) sembra che questi miracoli siano un tantino vendicativi, non certo un modo nobile per liberare il popolo eletto. E poi, se Dio è onnipotente, perché non ha mandato una sola piaga, d’intensità tale da permettere la fuga degli ebrei? Perché Dio indurisce il cuore del faraone andando così contro il suo stesso scopo? Perché, se tutte le piaghe rappresentavano il potere soprannaturale di Dio, i maghi egiziani riuscivano a replicare le prime? Non sembra un modo serio e convincente per introdurre i miracoli nel racconto biblico; però questo è il modo in cui l’idea del miracolo è entrata anche nella religione cristiana[1].
Poi c’è la separazione delle acque del Mar Rosso (Es 14): tutti quelli della mia età ricordano il film di Cecil DeMille I Dieci comandamenti del 1956.
I cristiani hanno usato di preferenza la traduzione biblica greca dei LXX, che già aveva tradito il testo originale ebraico. Basta vedere questo caso: una volta partiti con Mosè, gli israeliti vengono inseguiti fino al Mar Rosso (così dice la Bibbia dei LXX e così riporta anche At 7, 36 seguendo la traduzione greca). Però nell'originale ebraico (Es 13, 18; Gs 24, 6) il luogo è yam-suf, che – secondo Spong[2] - può tradursi solo con mare di giunchi. C'è da chiedersi: chi era ispirato da Dio, lo scrittore originale o il traduttore ebraico-greco? Certo che col mare di canne crolla un mito: l'alto muro di acque che si abbatte sui carri degli inseguitori è molto più prodigioso e soprannaturale che un insieme di carri impantanati nel fango, facili bersagli per gli arcieri israeliti (gli israeliti erano usciti dall'Egitto armati: Es 13, 18).
Poi c’è il miracolo della manna dal cielo, che Dio manda per sei giorni ma non il settimo dedicato al riposo (Es 16, 4-30), anche se l’invio per sei giorni è sufficiente anche per il settimo. Insomma, la moltiplicazione del cibo non sarà un’esclusiva di Gesù.
In seguito, il potere miracoloso di Mosè viene passato al suo successore Giosuè: al passaggio dell’arca le acque tumultuose e ingrossate del fiume Giordano si separano (Gs 3, 7).
In altra occasione Giosuè fa fermare il sole per avere a disposizione più ore di luce e per poter così distruggere i nemici in fuga (Gs 10, 13). Ma su questo miracolo sorge spontanea un’osservazione: El-Eljon aveva diviso gli uomini fissando i confini fra i vari popoli, e ad Yhwh aveva dato solo Giacobbe e Israele, mentre ad es. a Camos (o Kamosh) aveva dato il popolo degli ammoniti. El-Eljon dunque non può essere un altro nome di Yhwh, e Yhwh non aveva ancora l’importanza di El-Eljon, perché è solo quest’ultimo aveva il potere di effettuare la divisione. Dunque El-Eljon sembra essere l’epiteto con cui viene identificato il più alto in grado nel gruppo degli Elohim, l’unico che ha il potere di dividere le terre e stabilire i confini dei popoli (Dt 32, 8ss.). Solo El-Eljon è il capo supremo di tutti gli elohim, non lo è l’elohim Yhwh. Ma Yhwh (come Satana che si ribella a Dio) non accetta la divisione fatta dal suo superiore; risentito per aver ricevuto così poco, insoddisfatto della divisione, cerca di andare alla conquista di terre altrui. Dico “cerca” perché Alessandro Magno senza l’aiuto di nessun elohim ha conquistato un impero immenso che va dall’Europa all'India in pochi anni; invece Giosuè, succeduto a Mosè, combatte una guerra di conquista della terra promessa con la partecipazione in prima persona di Yhwh[3] (esattamente come Marte partecipa in prima persona alla guerra di Troia[4]); in questa guerra di conquista, l’elohim Yhwh (tradotto con: il Signore Dio) avalla pure numerosi massacri (basta leggere il libro di Giosuè; o Es 17, 8-13: Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada); però Giosuè muore a 110 anni (Gs 24, 29) senza aver ancora conquistato per intero un territorio piccolo come la Palestina. Solo re David conquisterà infatti Gerusalemme. Più tardi arriveranno gli assiri e poi i babilonesi che - di nuovo senza l'aiuto di alcun vero Dio - conquisteranno la Palestina con delle guerre lampo. Insomma, questo elohim Yhwh non sembra poi così onnipotente, come in seguito ci è stato fatto credere.
Comunque i miracoli, espressione di un potere soprannaturale che sovverte le leggi di natura, non scompaiono con queste antiche guide storiche (Mosè e il suo successore - Dt 34, 9), perché circa 400 anni più tardi, nel IX secolo a.C., ricompaiono con i profeti Elia ed Eliseo suo successore (1Re 19)[5].
Il primo miracolo di Elia è ripagare la vedova alla quale ha chiesto da mangiare e da bere con una quantità inesauribile di farina e olio (1Re, 17, 7-16): dunque anche in questo caso abbiamo una moltiplicazione del cibo. Poi risuscita il figlio morto di questa vedova (1Re 17, 17-24), ed è il primo caso in cui un morto torna in vita. Anche Elia divide le acque del fiume Giordano per passare sull’altra sponda (2Re, 2, 8). Elia, infine, ascende al cielo, e molti particolari della sua ascensione saranno ripresi per descrivere l’ascensione di Gesù[6].
Eliseo torna in patria col mantello di Elia e a sua volta separa le acque per attraversare il Giordano all’asciutto (2Re, 13s.). Pure lui moltiplica le riserve di cibo (2Re, 4, 1-7), resuscita qualche morto (2Re 4, 14-37), e compie una guarigione miracolosa di un capo militare straniero colpito dalla lebbra (2Re 5).
Con queste premesse, e ben sapendo che i primi ascoltatori ebrei ben conoscevano la Bibbia, va segnalato che il primo scrittore cristiano, Paolo, non cita mai alcun miracolo da parte di Gesù.
Solo dopo oltre quarant’anni dalla morte di Gesù si comincerà a parlare di suoi miracoli contro natura, comprese guarigioni e risurrezione di morti, proprio al pari di quelli biblici. Ad es. la risurrezione del figlio della vedova di Nain sembra la fotocopia della risurrezione effettuata da Elia dell’unico figlio di una vedova (1Re 17, 17-24)
Solo in Giovanni,[7] vangelo scritto intorno all’anno 100 d.C., c’è la spettacolare risurrezione pubblica di Lazzaro. In Luca (Lc 16, 19ss.), Lazzaro (o almeno un individuo con lo stesso nome) vive da invisibile alla porta del ricco epulone, e quando l’uomo ricco muore finisce in un luogo di tormento e chiede ad Abramo di rimandare Lazzaro sulla terra per avvertire i suoi fratelli su cosa succede a chi – come lui - è rimasto indifferente alle sofferenze altrui; ma Abramo risponde che, se non hanno ascoltato Mosè, i vivi non si lasceranno convincere neppure da uno che ritorna dai morti. Allora non sembra che il racconto di Giovanni abbia trasformato questo Lazzaro in un personaggio reale al solo fine di confermare che il messaggio biblico è vero? E allora anche tutti gli altri collegamenti con la Bibbia (come la moltiplicazione del cibo) non possono essere intesi solo per comunicare che il Dio di Gesù è sempre lo stesso Dio di Mosè e di Elia? Ripeto che gli ascoltatori ebrei di allora avevano una grande familiarità con i testi biblici – che noi oggi normalmente non conosciamo anche se abbiamo una Bibbia in casa - per cui i collegamenti per essi erano del tutto naturali[8].
Seguendo allora l’esegesi moderna, noi possiamo oggi intendere i miracoli come segni interpretativi, non come avvenimenti storicamente avvenuti, per confermare che Gesù era il Messia, e dal Messia ci si attendeva miracoli. In realtà Isaia aveva offerto un quadro dei segni che avrebbero contraddistinto l’arrivo del regno di Dio (si apriranno gli occhi ai ciechi, si schiuderanno le orecchie ai sordi, lo zoppo salterà, il muto griderà, ecc.) ed è proprio questa la risposta che Gesù darà agli inviati del Battista, quando gli chiederanno se era lui il Messia o se si doveva aspettare qualcun altro (Mt 11, 5; Lc 7, 22). Dunque Isaia aveva predetto i segni miracolosi da parte del Messia, includendoli, gli evangelisti confermano la messianicità di Gesù. Ma non è necessario credere a quei segni come ad eventi storici realmente avvenuti[9].
Nella tesi n.6 il vescovo Spong afferma che la teologia dell’espiazione deve essere definitivamente abbandonata e soprattutto che il concetto di espiazione vicaria raffigura un Dio barbaro, un Gesù vittima e gli essere umani creature sempre in colpa[10].
È chiaro che peccato originale e teoria dell’espiazione vanno a braccetto.
Il feto, che non ha alcuna consapevolezza dei limiti della sua vita nell’utero, e anzi si trova in perfetta unione con la madre, al momento della nascita si separa e trova novità mai provate prima: fame, sete, freddo. Nell’essere umano permane questa aspirazione all’unità, che non scomparirà mai: pensiamo alla fase dell’innamoramento cui segue magari una rottura: la perdita ci segna profondamente. Ogni perdita ci segna profondamente.
La Chiesa ha collegato quest’esperienza che mira all’unità al peccato originale: Dio deve intervenire per salvarci ma essendo un giudice severo richiede un’espiazione senza la quale non c’è perdono. Poi ci ha insegnato che Gesù è morto per ciascuno di noi, per i nostri peccati. Essendo noi esseri umani decaduti, abbiamo perso la perfezione iniziale e viviamo nel peccato che da soli non possiamo sconfiggere. Dio ha preso l’iniziativa di salvarci e se Gesù non fosse Dio il tentativo di salvezza non avrebbe funzionato perché gli esseri umani non possono salvarsi da soli[11]. Ecco perché nel Credo si dice che Gesù, l’agente di Dio nella salvezza, è della stessa sostanza di Dio. Per volere di Dio, Gesù-Dio si è fatto carico della punizione richiesta da Dio e più mostruosa è la sofferenza di Gesù più sicura è la nostra salvezza, Quando la morte in croce è apparsa insopportabile, la sofferenza di Gesù è stata trasformata in gloria (cfr. il Vangelo di Giovanni), ma la croce è rimasta al centro ed è rimasto per noi un potente messaggio di colpa. Non sorprende che le nostre liturgie siano piene di suppliche a Dio perché abbia pietà, con conseguente auto-disprezzo e senso di colpa per ogni credente.
Forse perché abbiamo sentito innumerevoli volte questo racconto non lo consideriamo più neanche urtante più di tanto. Ma il vescovo Spong rifiuta l’idea di un Dio malvagio e sado-maso, l’idea che un sacrificio di sangue possa lavare i nostri peccati. Sostiene che deve esserci un altro modo per raccontare la storia di Gesù, perché altrimenti si distrugge la bontà di Dio che viene trasformato in un mostro vendicativo.
Se il sangue di Cristo è stato versato per redimere noi tutti dai nostri peccati come sostiene Paolo, vien naturale vedere Gesù come un uomo programmato dallo stesso Dio-Padre per soffrire,[12] e allora l’ombra minacciosa della croce si estende rapidamente su tutta la relazione fra Dio e noi, anche se la partita vera viene giocata fra Dio (Padre) e Dio (Figlio). Concordo perciò con tutti coloro – e sono ormai tanti - i quali ritengono sbagliato attribuire la morte di Gesù al volere divino, come momento di un progetto salvifico, una necessità intrinseca alla storia della salvezza. Si tratta invece di un avvenimento storico determinato dall’ostinato rifiuto da parte di chi deteneva in allora il potere della proposta rivoluzionaria che Gesù andava diffondendo. Dio è certamente coinvolto nell’avventura di Gesù, ma la sua fine tragica è decisa solo dagli uomini. Gesù ha vissuto la sua morte come un’ingiustizia e, come tale, contraria al volere di Dio[13]. Gesù ha mostrato un percorso nettamente contrastato dai potenti, ma non ha pagato i debiti di nessuno perché i debiti possono essere pagati solo da chi li ha contratti. Non ha potuto cancellare le colpe degli uomini perché non era nella sua possibilità convertirsi in loro vece[14]. Un altro può camminare con noi, ma nessuno può camminare per noi.
Cominciamo allora col chiederci se inginocchiarci mentre imploriamo pietà è davvero l’atteggiamento appropriato di un figlio di Dio. Gesù ha detto di voler portare vita in abbondanza (Gv 10.10), ma la vita in abbondanza non potrà mai essere il risultato di una vita in cui troneggiano la paura e la colpa.
Secondo il vescovo americano i cristiani hanno ripreso il simbolo dell’agnello pasquale ebraico il cui sangue permetteva al popolo di entrare in unione con Dio,[15] unendolo con le antiche pratiche di sacrifici animali, che una volta includevano persino sacrifici umani.
Togliere la teologia dell’espiazione è un passo essenziale se si vuole un futuro per il cristianesimo, perché non siamo peccatori decaduti, ma siamo persone incomplete, limitate che anelano alla pienezza. Siamo persone in evoluzione e non abbiamo bisogno di essere salvati da una caduta mai avvenuta. Abbiamo invece bisogno di essere amati e responsabilizzati così che possiamo diventare tutto ciò che siamo in grado di essere,[16] mentre la teologia dell’espiazione non ci porterà mai alla pienezza. Gesù non può essere inteso come salvatore/redentore, ma come esempio della vita di Dio che ci chiama a vivere pienamente, ad amare prodigalmente, a passare dall’incompiutezza alla compiutezza.
NOTE
[1] Spong J.S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020, 143s.
[2] Idem, 146. Nello stesso senso, e prima di Spong, Mauro Biglino in molte delle sue conferenze.
[3] Cfr. Es 14, 13; Gs 10, 40ss.; e per di più “Yhwh agisce da solo, senza alcun altro El straniero” (Dt 32, 12), il che è ulteriore evidente conferma della pluralità degli elohim: come avrebbe potuto esserci con lui un El straniero se Yhwh fosse stato l’unico Dio? (Biglino M., La Bibbia non parla di Dio, ed. Oscar Mondadori, 2016, 152).
[4] Ma qualcuno dovrebbe a questo punto spiegarci per quale motivo consideriamo l’Iliade racconto fantastico e la Bibbia racconto vero. Biglino M., La Bibbia non parla di Dio, ed. Oscar Mondadori, 2016, 149ss. dimostra anche come gli elohim biblici siano spesso perfettamente sovrapponibili agli dei omerici.
[5] Spong J.S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020, 140, 151ss.
[6] Idem, 154.
[7] Oggi, è stata finalmente cancellata la parola “miracolo” che si trovava nelle passate traduzioni (cfr. ad es. la versione CEI del 1974) e che non è mai esistita nell’originale testo greco (viene usata la parola semeion, segno, non thauma, miracolo, parola mai usata dall’ evangelista per indicare le azioni di Gesù, ma abusata nell’insegnamento della nostra religione). Va aggiunto che il segno non è una prova definitiva che obbliga a credere, ma è solo una base, un appoggio sufficiente per dare la propria adesione (Da Spinetoli O., Il Vangelo del Natale, ed. Borla, Roma, 1996, 292s.). Il miracolo, per la sua straordinaria unicità, dovrebbe obbligare a credere.
[8] Spong cit., 161s.
[9] Idem, 168.
[10] Idem, 171ss.,
[11] Ma è stato correttamente osservato che non si può negare che Dio avrebbe potuto perdonarci i peccati per qualunque azione di Cristo (e tale perdono sarebbe già redenzione), se così fosse piaciuto a Lui (Rahner K., Saggi di cristologia e di mariologia, ed. Paoline, Roma, 1965, 73 e 75).
[12] Se tutto è stato programmato in anticipo da Dio, non è stato Gesù a decidere in libertà: c'è solo una sottomissione in obbedienza (Castillo J.M., Vittime del peccato, ed. Fazi, Roma, 2012, 185s.).
[13] Molari C., Quei tanti Gesù. Approcci recenti in cristologia e soteriologia, in internet più siti: digitare Carlo Molari approcci recenti).
[14] Ortensio da Spinetoli, Bibbia e catechismo, ed. Paideia, Brescia, 1999, 137 e 149.
[15] Spong cit., 180s.: l’agnello era il simbolo non di un sacrificio richiesto dall’ira di Dio, ma del desiderio umano di raggiungere la propria pienezza, la perfezione che l’essere umano non condivideva con Dio, ma che Dio voleva anche per l’uomo.
[16] Sempre più umani, dice Castillo.
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