I preti già sposati secondo le bancarie sinodal-morettiane Tamar Lotanni e Teresa Volta
di Stefano Sodaro
Immagine di persone inventate creata con IA
Nanni Moretti, il regista della nostra giovinezza e prima età adulta, è ricoverato al San Camillo a Roma per un infarto. Settantunenne, noi lo ricordiamo benissimo, commosse e commossi ad ammirarlo quando, in Caro diario - del 1993 -, prorompeva in un trionfante: “Voi gridavate cose orrende e violentissime e VOI siete imbruttiti. IO gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne!”. Eravamo come lui, forse un po’ più giovani d’età, forse un po’ più in là, ma ci rappresentava tutte e tutti.
Ora, oggi, gli facciamo i nostri più affettuosi auguri. Siamo una generazione interamente e integralmente morettiana. Non possiamo concepire la nostra storia, le nostre giornate, senza di lui.
Ricordiamole altre due sue pellicole: La messa è finita, del 1985, e Habemus Papam, del 2011.
Il mondo cattolico, in entrambi i casi, non la prese proprio benissimo (ma neanche malissimo).
Nel primo film si trattava di un prete in crisi, non tanto per motivi esistenziali, innamoramenti, presunte sbandate – tutto da vedere che, in realtà, siano tali e che don Giulio, il protagonista vede piuttosto presenti nelle persone a lui più care -, quanto per una difficoltà enorme, quasi insormontabile, di inserire il suo ministero nella complessità del vivere contemporaneo.
Mentre, nel 2011, quel Papa innominato di Habemus Papam, interpretato magistralmente da Michel Piccoli - che, oppresso dall’ansia e da una crisi improvvisa necessitante l’intervento addirittura dello psicanalista Professor Brizzi (Nanni Moretti medesimo), si affaccia alla fine dalla Loggia delle Benedizioni in Piazza San Pietro per annunciare che non sarà lui il Pontefice che, pur eletto in assoluta legittimità, potrà guidare la Chiesa -, quella storia, quella immagine, quel volto affranto, sì, suscitarono imbarazzo, sconcerto, persino indignazione nelle frange cattoliche più tradizionaliste. Ma aprirono lo squarcio su una effettiva possibilità contemplata dal diritto canonico. Del resto, Habemus Papam precedette solo di due anni – profeticamente – la rinuncia di Benedetto XVI.
In questi giorni si è tenuta e conclusa a Roma la II Assemblea Sinodale della Chiesa (cattolica) Italiana. Il risultato è stato clamoroso. Teologhe, teologi, delegate, delegati, preti, vescovi, che insorgono verso il documento preparato in fretta e furia dall’apposito Comitato della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. Vi si oppongono con una chiarezza di parola mai sinora registrata nella Chiesa post-ruiniana post-conciliare. Ottengono che il documento finale non sia messo in votazione e che tutto quanto sia rinviato ad ottobre prossimo. Esami di riparazione per la Chiesa Italiana, dunque. Che ci stanno, e vanno, benissimo. Le parole di Serena Noceti sono esemplari per cristallina trasparenza e spiegano bene che cosa sia accaduto a Roma. Il Vaticano II ritorna, come il ritorno delle Caravelle profetizzato da Ernesto Balducci nel 1992.
Ancora.
In un volume, edito in francese nel 2024 da Descleé de Brouwer, dal titolo La grâce et la pesanteur. Le célibat obligatoire des prêtres en question, l’autrice Marie-Jo Thiel, medico e professoressa emerita all’Università di Strasburgo, conia la assai indovinata espressione di “preti già sposati” (Des prêtres déjà mariés s’intitola il paragrafo del volume a pag. 177) per riferirsi ai preti cattolici delle Chiese Orientali che hanno ricevuto l’ordinazione dopo il matrimonio e vivente la moglie. Una definizione che, al qui scrivente direttore di questo settimanale – che da tre decenni (trent’anni, già…) si occupa di preti sposati cattolici orientali -, appare davvero felicissima e centrata. Molto più che quella di “viri probati” o anche solo “preti sposati”. Ed è espressione inedita, da valorizzare.
Bene: non risulta difficile immaginare “preti già sposati” immersi nella normale vita quotidiana di tutte e tutti noi, con famiglia, casa, professione, sorrisi, gioie, dolori, sofferenza, inquietudini, interrogativi, molte incertezze - molte di più delle sicurezze, che invece il clericalismo sfoggia come un abito talare imperituro -.
I nostri editoriali, da tempo, inventano personaggi, in particolare femminili, che possano, con un po’ di sforzo immaginifico, incrociare e frequentare le nostre latitudini – Francesco papa dice “periferie” – esistenziali.
Oggi ideiamo due protagoniste dei nostri giorni feriali, che chiameremo – senza alcun riferimento (è la precisazione di rito) a dati reali – Tamar Lotanni e Teresa Volta.
Le immaginiamo come due giovani donne bancarie. Che da quando sono arrivate nella loro banca, sono riuscite a portare aria fresca, novità d’entusiasmo e d’incoraggiamento per tutti, grazia, raffinatezza, acume, intelligenza, cordialità, dolcezza, competenza, capacità di salutare ogni nuovo sorgere del sole con un luminoso sorriso.
Tamar Lotanni e Teresa Volta sono bancarie “sinodal-morettiane”.
Che cosa vuol dire?
Che i sogni dei nostri Anni Settanta, Ottanta, Novanta e Duemila sono consegnate nelle loro mani abili ed eleganti. Perché l’utopia si trasformi, ancora, in progetto, nonostante i nostri fallimenti e le nostre delusioni.
Perché la speranza abiti un tempo pauroso che ci tocca vivere.
Perché tanta paura si converta in gioia, pazzesca e fuori sesto, da pazze, da pazzi. Della follia dei sogni abbiamo immenso bisogno.
Evviva Tamar Lotanni! Evviva Teresa Volta!
Un possibile cammino assieme è appena iniziato.
E buona domenica!