Corsivo secondo
A proposito di Lungro e Piana: elogio del prete sposato invisibile
di Stefano Sodaro
Immagini non reali di persone inventate tramite IA
Ieri, con la nomina di Papàs Raffaele De Angelis a vescovo eparchiale di Piana degli Albanesi, la Chiesa cattolica italiana ha celebrato un evento importante per la tradizione bizantina italo-albanese. Ma mentre il nuovo vescovo entra nella luce dei riflettori, resta nell’ombra — come sempre — la figura del presbitero sposato, che in queste stesse eparchie vive, celebra, serve, e torna a casa dalla sua famiglia. Invisibile, ma reale. Ignorato, ma canonico. E allora, a proposito di Lungro e Piana, lasciatecelo fare un elogio: quello del prete sposato invisibile.
In un angolo discreto della cattolicità, esiste una figura che vive, celebra, predica, consola, battezza, e torna a casa dalla moglie e dai figli: il prete sposato cattolico. Non è un eretico, non è un ribelle, non è un protestante travestito. È semplicemente un presbitero, qualcuno forse direbbe un sacerdote, delle Chiese orientali cattoliche, in piena comunione con Roma, ordinato secondo una disciplina che la Chiesa stessa riconosce e tutela. Eppure, nella narrazione dominante della Chiesa latina, non esiste. O meglio: esiste, ma non si dice.
Il trucco è semplice: non negare, ma non mostrare
Non si tratta di censura, ma di rimozione elegante. Il prete sposato orientale non viene contestato, ma non viene raccontato. Non viene smentito, ma non viene citato. È il personaggio secondario che non entra mai in scena, pur essendo nel copione. E quando qualcuno — magari un teologo curioso — prova a illuminarlo, la reazione non è lo scandalo, ma il fastidio. Quella sottile irritazione che nasce quando la realtà disturba una narrazione comoda.
Il caso emblematico: parlarne è già troppo
Chi ha provato a scrivere, studiare, o semplicemente far conoscere questa disciplina orientale, sa bene che il problema non è il contenuto, ma il fatto stesso di parlarne. Non si tratta di proporre riforme, ma di riconoscere una pluralità già esistente. Eppure, anche questo può sembrare eccessivo. Perché? Perché la Chiesa latina ha costruito attorno al celibato una mitologia identitaria, che non tollera eccezioni visibili, anche se canoniche.
Una cattolicità selettiva
La Chiesa ama definirsi “cattolica”, cioè universale. Ma questa universalità è spesso selettiva. Le Chiese orientali vengono celebrate nei documenti, ma ignorate nella prassi. I loro riti, le loro discipline, le loro teologie — tutto viene accolto, purché non interferisca con la narrazione occidentale. Il prete sposato è il simbolo perfetto di questa tensione: esiste, ma non deve disturbare.
Conclusione: il paradosso della trasparenza
Non serve cambiare la disciplina latina. Non serve aprire dibattiti infiniti. Basterebbe dire la verità: che nella Chiesa cattolica ci sono preti sposati, che celebrano, vivono, e servono. Basterebbe non nascondere ciò che già c’è.
Ma forse, proprio questo è il gesto più rivoluzionario.