Osea, precursore di Gesù
di Dario Culot
Il Profeta Osea - Moretto, tra il 1521 e il 1524 - Chiesa di San Gregorio Evangelista (Brescia) - immagine tratta da commons.wikimedia.org
Prima di soffermarmi sulle tesi di Spong, cercherò oggi di riassumere la conferenza tenuta da p. Cesare Geroldi al centro Veritas di Trieste, il 9-10 novembre 2024.
Circa otto secoli prima di Cristo, in Samaria, cioè nel regno del nord (detto Efraim[1]), che era la parte più ricca e sviluppata d’Israele, cominciò a profetizzare quest’uomo chiamato Osea (che significa “il Signore salva”).
Non dobbiamo pensare che il profeta abbia un telefono rosso diretto col Padreterno, e questi gli suggerisca cosa dire. Anche se, una volta scritta, la profezia viene chiamata Parola di Dio, in realtà, visto che Dio il vivente è dentro la vita, Egli parla attraverso i vissuti delle persone. In questo modo sarebbe meglio dire che il Signore non parla a Osea, ma comincia a parlare in Osea. E Osea, avendo scoperto che la sua donna, di cui è innamorato, è – per così dire - molto disponibile e aperta agli altri uomini, sperimenta attraverso il suo rapporto di amore doloroso che nello stesso modo funziona anche la relazione fra il popolo d’Israele fedifrago e Dio. La sua vicenda personale è cioè specchio della vicenda del popolo. Dunque in Osea, con la metafora matrimoniale, si parla di un problema sociale: il problema di Osea è il problema di Israele.
In base a questa sua esperienza personale, il profeta interpreta ed esprime quella che poi viene definita Parola di Dio. Dunque il profeta è semplicemente una cassa di risonanza; la sua è una parola umana che esprime un vissuto provato sulla propria pelle, ma – così lui pensa - anche da Dio.
In seguito, dei testimoni hanno raccolto in Osea l’eco della Parola divina, che ci dice che Dio non ci abbandona mai, non allontana mai chi sbaglia,[2] ci chiama al perdono, all’amore gratuito, alla condivisione. Secoli dopo, anche nella coscienza di Gesù e degli evangelisti Osea sarà ben presente e ritroviamo la sua profezia. Di testimone in testimone, le parole di Osea sono giunte fino a noi.
Il punto da cui dobbiamo ancora oggi partire è il seguente: Dio non è come lo abbiamo in testa noi. Non devo perciò stupirci se questo profeta propone una immagine di Dio non solo completamente nuova, ma contrastante e inconciliabile con quella precedente che appariva il più delle volte nella Bibbia. E quando, di fronte ai disastri e alle crisi attuali noi ci chiediamo “dov’è Dio”, dobbiamo ricordarci che già quasi tremila anni fa questo profeta aveva rovesciato la questione, perché la domanda giusta da farsi era: “Dov’è l’uomo? Cosa sta facendo l’uomo?”[3] Dio ha bisogno di collaboratori, senza i quali il progetto di Dio non si realizza. Ricordate l’episodio quando i parenti di Gesù vanno da Nazaret a Cafarnao con l’intenzione di riportare Gesù a casa perché pensavano fosse impazzito e dicono a Gesù: “ci sono tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti,” e Gesù risponde: “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chi ascolta la parola e la compie” (Mc 3,31-35). L’azione di Dio non piove dall’alto, fiorisce sulla terra, fiorisce dalle creature. L’azione di Dio non può esprimersi nella storia finché non diventa azione di noi uomini.
A Mosè, davanti al roveto ardente, che chiedeva chi lo stava mandando dal faraone, Dio dà questa definizione di sé: “Io sono colui che sono,” tradotta anche con “Io sarò colui che sarò” (Es 3, 14). Ma sappiamo bene che questa auto-definizione di Dio, che tutti conosciamo, è un riadattamento greco perché nel mondo ebraico non esisteva il verbo essere come lo intendiamo noi. Nel mondo ebraico il concetto di essere è: io vivo, io amo, io faccio, io opero; il vivere è un accadimento, non è un concetto. Quindi, nell’episodio del roveto, Dio, cioè colui che vive la pienezza della condizione divina, sta assicurando Mosè che Lui c’è e ci sarà, è uno che sta sempre vicino, che non abbandona,[4] che non si tira indietro. Qui in Os 1, 8, al contrario, Dio viene a dire: “Io non sarò per voi”. Finisce cioè un’alleanza, perché è finito l’amore.
Il problema è che noi abbiamo ancora oggi in testa la relazione uomo-Dio come un rapporto giuridico fra il Signore-padrone e il suo vassallo. Invece Osea, primo al mondo, immagina il rapporto uomo-Dio come un rapporto sponsale[5]. Per quanto questo innovativo rapporto sia molto più accattivante, dopo quasi tremila anni noi facciamo ancora fatica a pensare alla relazione uomo-Dio in questi termini; anzi, normalmente, non crediamo affatto che la relazione col divino sia un’intima relazione di amore. Così restiamo due estranei, non siamo mai due in uno, come invece la Bibbia dice degli sposi (Gn 2, 24: e i due saranno una cosa sola). E ancora oggi la Chiesa tende a far diventare giuridici i principi etici. Il problema è che la Legge, diventata centro della vita religiosa, porta a concepire il rapporto con Dio in termini giuridici di sottomissione ed obbedienza e giammai in termini di slancio filiale o di fedeltà per amore. L'uomo è stato creato per servire Dio, statuisce ancora oggi il n.358 del Catechismo. Dio è stato così trasformato nel padrone che verifica se i suoi servi hanno adempiuto alle prestazioni cui sono tenuti in base alla sua legge. Il rapporto vitale con lui finisce per essere un rapporto giuridico; l’esperienza di Dio cede il passo all’insegnamento di un codice[6].
Ma con simile immagine divina la relazione non funziona, come non funzionava ai tempi di Osea perché, dove non c’è esperienza d’amore vero, si soffre, c’è la desertificazione. Se uno sposa qualcuno per i soldi, non per amore, il suo cuore è diviso, è falso (Os 10, 2). In realtà ognuno di noi è diviso, perché in sé ha – come diceva sant’Ignazio (il fondatore dei gesuiti) - un istinto buono e uno cattivo. Dio cerca di unificare il nostro cuore perché prevalga l’istinto buono, ma ha bisogno che anche noi collaboriamo in quella direzione. Quanto al cuore diviso, Gesù dirà che non si può servire in contemporanea Dio e mammona (Mt 6, 24). O Dio (per cui tutto è dono da condividere) o mammona (dove tutto viene accumulato per sé).
Nel deserto non c’è vita (oggi sappiamo che non è proprio così), per cui nel deserto l’essere mano fa un’esperienza di morte. Se la vita non funziona viene giù tutto, crolla tutto.
Ma il profeta va ancora più avanti. Ci hanno insegnato al catechismo questa sequela: peccato – conversione – perdono. Invece già Osea – come farà in seguito Gesù - inverte: peccato – perdono – conversione, che può avvenire proprio avendo provato l’esperienza di amore.
La moglie di Osea ha già sperimentato la desertificazione; lei è già nel deserto, nel luogo di morte. La storia matrimoniale di Osea sembra essere arrivata al capolinea. Teniamo presente che la sposa adultera, se non uccisa, poteva essere certamente cacciata,[7] e una volta ripudiata non poteva essere riaccolta: infatti il Deuteronomio (Dt 24, 4) precisava che il primo marito, che l'aveva rinviata, non potrà riprenderla per moglie dopo che essa è stata contaminata con altri, perché sarebbe stato abominio agli occhi del Signore[8]. Invece Osea smentisce palesemente il Deuteronomio, perché nonostante tutti i tradimenti lui vuole ancora riconquistare la sua sposa; dice infatti: “nel deserto parlerò al suo cuore e le farò fare una nuova esperienza di vita”. Questa donna pensava di aver bisogno di altri uomini e altre cose, senza i quali non si sentiva realizzata (Os 2, 7). Osea pensa che sua moglie non ha bisogno di altro, ma di una relazione vera con il donatore dei beni. La donna deve sapere che il donatore le vuole bene e, a quel punto, lei non avrà bisogno di altro. Non deve scambiare il Bene con i beni, e deve accantonare l’idea che solo se fa la brava riceverà i doni.
Osea dice che farà diventare di nuovo vergine la sua donna. Chiaro che il termine non può essere usato in senso biologico, ma metaforico: la sua sposa sarà messa in grado di sperimentare un amore vero (Os 2, 10). Davanti a lei si apre dunque un nuovo roseo futuro, e non in funzione dell’interesse individuale ed egoistico dello sposo, perché sarà lui a rendere bella la sua donna. Quindi, seguendo questa visione, Osea non rinuncerà (non ripudierà) la sua sposa, la renderà di nuovo vergine perché l’amerà, e starà sempre con lei[9].
Gesù, nel Vangelo, riprenderà quest’immagine di Dio presentataci da Osea. L’evangelista dice che anche Gesù andrà nel deserto, sospinto dallo Spirito (Mc 1, 12ss.). L’evangelista ci indica che Gesù avvertiva qualcosa di più grande che si stava realizzando in lui, cioè la Parola di Dio, la forza che viene da Dio, che richiedeva una novità di vita, introduceva una nuova stagione della sua esistenza. Dunque i 40 giorni nel deserto rappresentano la pazienza del tempo necessaria per capire ciò che sta avvenendo in noi, le nostre inclinazioni profonde. Solo dopo questa permanenza nel deserto Gesù inizierà la sua attività pubblica, con novità notevoli rispetto a Giovanni, a partire dall’immagine di Dio-misericordia verso gli ultimi e i peccatori,[10] e con eliminazione dell’immagine di Dio che, con in mano la scure, annienta i peccatori.
Insomma, dentro alla morte matrimoniale Osea ha avvertito dentro di sé una forza del Signore, e ha capito che il Signore non rinuncia mai (Os 2, 16). Osea ha capito che Dio non diventa cattivo di fronte alla cattiveria, che Dio ci vuole capaci di una purezza d’amore.
E allora questa vicenda personale viene proiettata su tutto il popolo, perché Osea spiega come si comporta Dio col suo popolo traditore, che vive con uno spirito di prostituzione (non si nutre cioè della Parola di Dio), perché col suo tradimento inserisce nel rapporto con Dio sempre qualcosa di diverso che finisce col deformarlo. Il fatto è che, con un altro Dio, si sta al mondo in modo diverso. Se uno segue solo i suoi interessi andrà ramingo fra le nazioni (Os 10, 17). Efraim, invece di fidarsi di Dio, preferisce fidarsi del potente di turno pensando così di salvarsi, e invece l’Assiria ingoierà e farà sparire Efraim. Facendo il male, riceverà ancora più male. E questo viene riassunto con una frase scritta quasi tremila anni fa che ancora oggi utilizziamo nel nostro linguaggio comune, senza sapere che viene da Osea: “chi semina vento raccoglie tempesta” (Os 8, 7): è questa l’esperienza traumatica di un popolo che tradisce l’alleanza.
Non seguendo la vera immagine di Dio il popolo è diventato idolatra, perché idolatria è costruire un dio a nostra immagine, secondo la nostra comodità. Vivere in ascolto della Parola di Dio è esattamente il contrario di trasformare Dio in oggetto (pensiamo al vitello d’oro) perché, quando siamo noi a costruirci un’immagine nostra di Dio, siamo sempre noi a condurre quel dio dove ci piace; ci creiamo dentro di noi ciò che vuole quel dio mentre siamo noi a volerlo.
Il profeta fa vedere che in tal modo il popolo vive nell’ambiguità, e a quel punto è illusione pensare che il formalismo religioso possa sistemare il rapporto con Dio. Formalmente il popolo può anche essere osservante, devoto, ma dentro non c’è niente, e Dio non sistema ciò che deve sistemare l’uomo. Se non c’è amore il culto rituale non serve. Neanche la liturgia penitenziale serve se non si cambia il cuore. Dio vede benissimo che, dove tutto sta crollando, l’asserito amore per Lui è fatto di vuote parole; in realtà non c’è amore, ma solo inconsistente rugiada (Os 6, 4). Se non cambia qualcosa dentro di noi, se ci limitiamo a partecipare solo alle messe, se snoccioliamo rosari, se ci aggreghiamo alle processioni, tutti questi vuoti formalismi non servono a nulla. Infatti qui Dio prorompe con una frase che ben conosciamo: “voglio amore, non sacrifici” (Os 6, 6). Ben conosciamo questa frase perché sarà ripresa più volte da Gesù: “misericordia voglio, non sacrifici” (Mt 9, 13; Mt 12, 7).
Osea mette in evidenza che la storia della salvezza si è perduta, che dall’Eden, dal giardino fiorito e profumato, siamo finiti nel deserto. Ma anche lì, in quel luogo di morte, Dio non ci abbandona e ci raggiunge per farci scoprire che il suo amore, anche se ferito, è indistruttibile, è per sempre. La Samaria diventerà di sicuro un deserto con l’invasione degli assiri,[11] ma anche lì – dice il Signore, - parlerò al cuore del mio popolo. E il Signore non abbandona perché – come dice Lui stesso - non è come noi (Os 11, 9). Ci invita sempre a tornare a casa, a ricominciare da capo. E ognuno può tornare non perché è diventato finalmente bravo, ma proprio perché è inciampato (Os 14, 2). Chiaramente siamo lontanissimi da un’altra immagine di Dio che compare nella Bibbia: ad es. da quella che ci viene presentata in Es 15, 3, dove Dio viene addirittura identificato come un guerriero, come un uomo di guerra. Per Osea, la via retta di Dio è solo quella dell’amore. Dio ci è venuto incontro e noi possiamo o amare o inciampare.
Anche Gesù conferma questa idea innovativa con la parabola del figliol prodigo (Lc 15, 1ss.), dove il padre è sempre in vigile attesa del ritorno del figlio, e quando torna da fallito il padre lo accoglie a braccia aperte. Dunque il dramma del figlio prodigo, che ritorna non perché è pentito ma perché ha fame e non ha capito che il padre lo attende e continua ad amarlo, è analogo al dramma del popolo: anche lì il popolo non ha capito il dono che gli è stato offerto, ma Dio non demorde, non rinuncia e non abbandona (Os 7,1): il suo amore non tradirà, e anche se soffre per i nostri tradimenti, vuole comunque salvarci (Os 7, 13)[12].
In più passi del Nuovo Testamento si parla di risurrezione (es. Lc 18, 33 Gesù prevede la sua risurrezione; 1Cor 15,4: «È risorto il terzo giorno secondo le Scritture»), e c’è sempre un richiamo a Osea 6,2, dove il profeta assume che, se il popolo si converte e abbandona gli idoli, Dio in un breve lasso di tempo lo risolleverà: «Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo[13] ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza». Questo “risollevamento” di Israele dalla Chiesa nascente è stato applicato in primo luogo a Gesù fatto risuscitare da Dio. Gesù poi ha esteso la risurrezione anche agli altri, ad esempio quando dice alla sorella di Lazzaro che è morto: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11, 25).
Cosa vuol dire risorgere? Vuol dire che il risorto si riunifica alla vita. Nella morte biologica, in quella perdita che nessuno vorrebbe subire ma che invece colpisce tutti, Gesù è andato coscientemente incontro alla vita, ritenendo che la morte fosse un mero passaggio e riponendo grande fiducia in Dio. In effetti i grandi spiriti si preparano a questo passaggio, aprendosi al mistero, preparandosi a perdere in apparenza tutto per rinascere nella nuova realtà[14].
Al dramma, già in Osea dunque segue l’annuncio di salvezza (Os 12,1- 14,10) e l’intera sua profezia è stata conservata ed è giunta fino a noi principalmente perché ci dice che Dio perdona (Os 14, 2-10) e ci salva, e questa forza di futuro tiene su tutte le pagine precedenti. Non dimentichiamo che anche nel Vangelo l’ultima parola è parola di vita.
La forza della vita espressa con tanto amore da Gesù è così potente da non scomparire; e quando viene accolta da altre persone, diventa una forza travolgente[15].
NOTE
[1] Efraim indica il regno del nord e Giuda è il regno del sud: la rivalità tra le tribù (Is 11, 12-13) sarà sanata solo da Dio col ritorno dall’esilio (Lohfink G., Gesù di Nazaret, ed. Queriniana, Brescia, 2014, 76). Che i fratelli si scannino volentieri non è una novità: Caino e Abele avevano cominciato da subito, e la divisione fra le 12 tribù è iniziata quando “Nessuno seguì la casa di Davide, se non la tribù di Giuda.” Tutta la casa di Giuda e la tribù di Beniamino si mettono contro Geroboamo e le sue dieci tribù, cioè contro tutto il resto d'Israele (1Re 12,20ss).
[2] In contraddizione con la missione di Gesù che dirà di essere venuto a chiamare i peccatori (Mc 2, 17), perché anche chi è caduto può sempre ricominciare il suo cammino visto che Dio è misericordioso, Pietro – al pari di noi - è vittima della classica tradizione religiosa per cui il peccatore deve essere allontanato dal Signore (Lc 5, 8). Non capisce che Gesù, Dio, viene a portare l’amore per tutti, anche per i peccatori.
[3] Come dice Carlo Molari, Dio non viene nella storia degli uomini se non ci sono persone accoglienti, se non ci sono ambienti di fedeltà. Ogni nostra infedeltà (peccato) ogni scelta negativa in realtà mette un blocco all’azione di Dio nella storia, e quindi al Regno di Dio (Molari C., Amare fino a morirne, Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2024, 124s.).
[4] Maggi L., Le donne nella chiesa, ieri e oggi, conferenza tenuta al Centro Schweitzer A. di Trieste, l’8.11.2013. Nell’originale ebraico, che non coniuga i verbi come noi, la frase può essere tradotta in molti modi: «Io sono colui che sono; Io sarò sempre quello che sono; Egli è colui che è; Io sono colui che sarò». Il verbo essere usato in ebraico non esprime mai un puro esistere e la presenza della cosa indicata cambia la realtà. In sostanza, Dio sta dicendo a Mosè: «Io sono una forza che trasforma il mondo, Io ci sono perché il mondo e la storia sono miei» (Marchetti R., Lo strano nome di Dio nell’Esodo, conferenza tenuta a Trieste l’11.3.2014, presso il Gruppo Ecumenico di Trieste).
[5] In seguito anche Gesù si presenta varie volte come sposo (ad es. Mc 2,19s.; Mt 9,15; Lc 5,34s.), e questa immagine è entrata più volte nei discorsi parabolici (ad es. la parabola delle dieci vergini in attesa dello sposo - Mt 25,1-13; o dei servi che aspettano il ritorno del padrone dalle nozze - Lc 12,35-48) E Gesù come lo sposo, al pari di Dio, ci aspetta, è sempre accogliente nonostante i nostri fallimenti.
[6] Mateos J. e Camacho F., L’alternativa Gesù e la sua proposta per l’uomo, ed. Cittadella, Assisi,1989, 27.
[7] Non lo sposo adultero. Il maschio poteva andare con tutte le femmine del mondo purché non fossero ebree. Ma questo solo perché giuridicamente ledeva la proprietà di un altro uomo, essendo la donna sposata di proprietà di quell’altro uomo.
[8] Un chiaro esempio di come la Bibbia sia stata scritta da maschi, perché l’inverso (cioè marito fedifrago che va con altre donne) non vale.
[9] Potremmo dunque chiederci, se accettiamo Osea, perché non buttiamo via quelle parti della Bibbia che dicono il contrario. La risposta è che non possiamo buttar via niente della nostra vita. Magari noi, alle conclusioni di Osea, arriviamo da vecchi, mentre da giovani avremmo cacciato definitivamente la moglie fedifraga. Proprio per questo non possiamo cancellare la nostra vita precedente, anche se abbiamo cambiato opinione.
[10] Molari C., Amare fino a morirne, Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2024, 216s.
[11] I profeti osarono affermare che, per attuare il suo proposito, Dio si sarebbe servito della storia di tutto il mondo orientale. Così il potente re dell’Assiria diventava uno strumento nelle mani di Dio (Is 10,5), come più tardi il re babilonese Nabucodonosor sarebbe stato un “servo” di Dio (Ger 27,6) e il re Ciro un “unto” di Dio, un Messia (Is 45,1). In tal modo i profeti hanno osato dichiarare che Israele, storicamente così insignificante, era tuttavia il centro della storia del mondo negli avvenimenti di quell’epoca. Dunque chi comanda sulla terra condiziona di sicuro la storia, ma non comanda il senso della storia che resta nelle mani di Dio.
[12] Del resto anche in tutto il cap. 16 di Ezechiele è Dio che richiama il tradimento continuo che fa il suo popolo, e per questo sta anche male; ma il capitolo finisce dicendo che Dio continua a perdonare.
[13] Ovviamente, quando si parla del “terzo giorno,” l’accentuazione non è tanto cronologica quanto teologica: non si vuol dire cioè che Gesù è risuscitato esattamente tre giorni dopo la sua morte, ma che Dio non lo ha lasciato in balìa della morte (cfr. At 2, 24).
[14] Barban A, Il cammino trasformativo di Gesù, relazione tenuta a San Marino 20.10.2024.
[15] Molari C., Amare fino a morirne, Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2024, 29.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/