“Non uccidere” e le guerre secondo la Bibbia
di Dario Culot
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/
Ci hanno insegnato che il quinto dei dieci comandamenti[1] ha una valenza etica universale: non uccidere altri essere umani, e questo comandamento è stato dato da Dio in persona a Mosè sul Monte Sinai.
Ma andiamo a vedere cosa dice la Bibbia in proposito; prendiamo come testo la Bibbia ufficiale della CEI e vedremo subito che la storia non è così semplice come ce l’hanno raccontata. Per capire, dobbiamo però prendere il discorso alla larga. Cominciamo con Esodo 20:
1 Dio pronunciò tutte queste parole:
2 «Io sono il Signore, tuo Dio (letteralmente: Io sono Yhwh, il tuo Elohim: quindi Yhwh, che noi leggiamo Jahvé, è tradotto con Signore; Elohim con Dio), che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:
3 Non avrai altri dèi (Elohim, perché il termine ebraico elohim è comunque un plurale) di fronte a me. 4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione.
Vediamo subito che il primo comandamento è piuttosto diverso e molto più ampio di quello che ci hanno insegnato: “Io sono il Signore Dio tuo: 1° non avrai altro Dio fuori di me”.
Si può innanzitutto notare che tutte le immagini, quadri e statue che si vedono nelle nostre chiese e nei nostri musei già vanno contro il comandamento riportato nell’Esodo, che noi cristiani abbiamo bellamente espunto, anche se l’art. 344 del Catechismo di Pio X ed il n. 2076 del Catechismo attuale affermano che Gesù ha confermato la validità perenne di tutti i comandamenti.
Ma la cosa più importante è che nel testo Yhwh non dice che non esistono altri elohim (dèi), come invece si capisce dal nostro primo comandamento: anzi, è la Bibbia stessa a dirci che esistevano altri elohim.
Da noi in Italia, il primo a renderci edotti che nella Bibbia non si trova mai il termine “Dio”, ma solo altri nomi, quali Elohim (Gn 1, 1), Yhwh (Gn 4, 26), El Elyon (Dt 32, 8) El Shadday (Es 6, 3) Hashèm (Gn 22, 11), è stato – almeno credo - Mauro Biglino, in passato traduttore dall’ebraico anche per le edizioni san Paolo,[2] il quale ha pure aggiunto che ancora oggi non si sa esattamente cosa vuol dire la parola elohim. Dunque dovremmo per lo meno porci la domanda se tutti questi diversi nomi che si trovano nella Bibbia indicano lo stesso soggetto, o meno. Questo autore è stato snobbato e irriso dalla teologia ufficiale, forse perché dovrebbe cominciare a darci spiegazioni mai in passato ha neanche immaginato di doverci un giorno dare, e si rende conto che tutta la sua teologia viene messa in discussione. La cosa, insomma, è troppo impegnativa.
Sta di fatto che, di fronte alle spiegazioni di Biglino così nuove e sconcertanti, c’è stato chi si è preso la briga di andare a intervistare il rabbino capo di Roma dell’epoca, chiedendogli di leggere dal libro Biglino M., La Bibbia non parla di Dio, ed. Mondadori, Milano, 2016, ciò che l’intervistatore riassume in questi termini: Elohim è un termine plurale che non significa Dio; gli Elohim erano individui in carne e ossa; gli Elohim si univano sessualmente con le femmine Adam procreando; gli Elohim si sono spartiti le terre a seguito di decisioni assunte dal loro comandante El-Elyon; Yhwh non era che uno dei tanti Elohim operanti nel teatro mediorientale; a Yhwh venne assegnata la porzione di una famiglia, quella di Giacobbe figlio di Abramo, mentre alcuni rami della stessa famiglia furono destinati ad almeno tre diversi Elohim. La risposta del Rav Riccardo Di Segni è stata altrettanto sorprendente perché non ha detto che Biglino scrive fesserie: «non c’è nessuna novità in quello che dice, sono concetti ben noti (nda: forse agli ebrei, non a noi cristiani). La parola Elohim può significare cose differenti, può significare persone speciali, può significare Giudici[3] e può essere un modo per indicare Dio. Dunque il termine significa anche Dio. Che il termine Elohim sia grammaticalmente plurale è noto da fin dall'inizio della storia, non c'è nessunissima novità e anche nell’antichissima esegesi notavano che c’è un’incongruenza di questo nome che compare nella prima frase della Genesi: “All’inizio creò Elohim” il cielo e la terra. Creò è singolare, Elohim è plurale. Nessuna novità in quello che dice Biglino. A riguardo il termine ebraico barà, Biglino dice che barà significa modificare qualcosa di già preesistente, ma ci sono diversi termini che indicano in ebraico la creazione o la trasformazione, dunque non si tratta di scoperte. La tradizione esegetica religiosa si orienta verso un certo tipo di interpretazione, la tradizione ebraica si orienta non verso un solo tipo di interpretazione ma verso un gruppo di interpretazioni differenti»[4]. Sappiamo infatti che nell’ebraismo vige il principio razionale e non quello di autorità (proprio della nostra Chiesa), per cui nessuna tesi è eretica (rectius: sbagliata) finché non si dimostra col ragionamento che è errata.
Ma vediamo ora qualche esempio che conferma che Yhwh non era l’unico elohim:
(a) Dt 32, 17: Mosè non solo si arrabbia col suo popolo che si rivolge ad altri elohim (questa è la parola letterale che si trova nella Bibbia ebraica; in italiano si traduce con altri dèi o anche – in altre traduzioni - con demoni), ma parla anche di elohim venuti da poco, che Abramo e Giacobbe neanche avevano mai conosciuto. Dunque, questi elohim non potevano essere inerti idoli[5] di pietra perché si dice che erano arrivati, non che erano stati portati. Altre volte Mosè aveva già ammonito i suoi a non servire altri elohim, propri dei popoli che circondavano Israele (ad esempio Dt 6, 14-15).
(b) Giosuè ammette che Abramo e suo fratello Nacor servivano altri elohim (quelli che operavano in Mesopotamia), e invita ora il suo popolo a scegliere subito, quel giorno stesso, se servire Yhwh o altri elohim, magari quelli degli amorrei con cui vivono a stretto contatto (Gs 24, 1ss.; 14-15). In effetti, Abramo, che fra l’altro non parlava ancora ebraico, sembra proprio che non conoscesse Yhwh. Perciò non era Yhwh (Dio) che aveva indotto Abramo ad emigrare (Gen 12,1), ma El Shadday. Chi era questo El Shadday? Nella stessa Genesi (Gen 17, 1) si dice che ad Abramo compare El Shadday (dio della montagna o dio della steppa, come correttamente annota la Bibbia di Gerusalemme sub cap.17, cioè un dio adorato in quelle terre, che nulla ha a che vedere con Yhwh). Eppure in quasi tutte le altre Bibbie odierne si continua a tradurre El Shadday con Dio Onnipotente,[6] come fosse un attributo di Yhwh, anche se ormai tutti gli studiosi sanno che non vuol dire onnipotente. Nella Bibbia originale Dio non è mai definito onnipotente. L’onnipotenza viene dalla traduzione latina (errata) della Bibbia dei LXX scritta in greco, dove – forse non sapendo come tradurre El Shadday - si usa il termine pantokràtor. che già non corrisponde più a El Shadday, e non significa che uno può fare tutto quello che vuole (come invece spiega ancora l’art. 26 del Catechismo Maggiore di Pio X), ma uno che con la propria mano sorregge il tutto; dunque già la traduzione dall’ebraico al greco dei LXX ha manipolato il termine ebraico El Shadday, che era inizialmente un vero e proprio dio autonomo e non certamente un attributo di Yhwh.
Poi in Es 6, 3 si è cercato di uniformare i testi, per cui Yhwh dice a Mosè: “sono apparso ad Abramo, Isacco e Giacobbe col nome di El Shadday, ma il mio vero nome è Yhwh” (qui almeno ci viene detto che El Shadday e Yhwh sono lo stesso soggetto). Ma ci si dovrebbe chiedere: perché mai Dio ha cambiato nome? Se io mi chiamo Dario, resto Dario per tutta la vita. Assurdo che mi presenti una volta come Dario, una volta come Alessandro.
(c) È mai possibile che Salomone, reso da Dio il più saggio di tutti gli uomini (1Re 3, 12) abbia eretto santuari in onore di altri elohim Milcom (o Moloch) e Camos (o Kamosh) (1Re 11, 7), oggi presentati come divinità inesistenti, idoli vuoti messi nei loro templi di popoli pagani confinanti con Israele? Non è più logico pensare che Salomone preferiva aver buoni rapporti con tutti gli elohim vicini e con le relative popolazioni, proprio perché era saggio?
(d) Nel libro dei giudici (Gdc 11, 24) quando Iefte, comandante dell’esercito israelita tratta col re degli Ammoniti gli dice: “Yhwh il nostro elohim ci ha dato questa terra che teniamo; tu, re degli Ammoniti, tieni quella che ti ha dato il tuo elohim Kamosh”. Abbastanza evidente anche qui che abbiamo per lo meno due elohim di pari peso e grado, perché si tratta per la pace solo quando le rispettive forze sono più o meno pari.
(e) Ancora: nella versione ebraica di Dt 32, 8, sta scritto: “Quando El-Elyon distribuì i territori alle nazioni, quando separava i figli degli uomini, egli stabilì i confini dei popoli in base al numero dei figli degli elohim. Poiché porzione di Yhwh è il suo popolo, Giacobbe sua parte di eredità”. In altre parole, quando El-Elyon[7] (NB: non Yhwh, non Elohim) divise le nazioni, ... secondo il numero dei figli degli elohim[8] all’elohim Yhwh era toccato Israele, e per questo Yhwh era il Dio di Israele (Dt 32, 9:).
Ora, Giacobbe, figlio di Isacco e nipote non unico di Abramo, aveva a sua volta un fratello: Esaù (Gs 24, 4). Perciò, se all’elohim del Sinai Yhwh è toccata solo la discendenza di Giacobbe, e solo lui si sarebbe chiamato Israele (Gen 32,29), è anche vero che esistevano anche tanti altri parenti stretti (per lo meno i discendenti di Esaù, che erano cugini diretti dei discendenti di Giacobbe), che quindi sono stati da subito esclusi dal popolo che - ci hanno insegnato - è stato prescelto da Dio[9] (Yhwh). Perciò Yhwh ha avuto solo una piccola frazione di quell’unico popolo che era ben più vasto. Questo elohim Yhwh doveva occuparsi della sua piccola frazione di Israeliti (la sola famiglia di Giacobbe), ma poi ha utilizzato questa famiglia, cresciuta fino a formare 12 tribù, per andare a far la guerra ad altre famiglie non curandosi se erano straniere o strettamente imparentate con i discendenti di Abramo, e quindi sostanzialmente cugine.
Ma c’è un dato ancora più sconcertante: se – stando a Dt 32 - è stato El-Elyon a dividere le terre fra i vari popoli e a costituire le nazioni, e noi poi identifichiamo questo El-Elyon (Dio l’Altissimo) con Yhwh elohim (il Signore Dio), riducendo tutti i nomi a un solo soggetto, se cioè siamo in presenza dello stesso unico Dio (come ci hanno insegnato in chiesa), com’è possibile che Yhwh (alias El-Elyon) abbia completamente dimenticato di aver poco tempo prima deciso di dare le terre che ora vuol conquistare con i discendenti di Giacobbe, sua eredità, alle popolazioni cugine dei Moabiti, Ammoniti, eccetera? Per di più si dice che Yhwh ha ricevuto in eredità il popolo di Giacobbe, ma ogni eredità si riceve da un altro soggetto, perché nessuno può darsi da solo la sua eredità. E perché Yhwh fa poi un’alleanza solo con i discendenti di Giacobbe (Es 34, 10), e non con tutti i popoli della terra, ai quali lui stesso ha dato le terre perché lì fondassero le proprie nazioni? Mi sembra che i conti non tornino. Com’è che il magistero non si sente obbligato a darci qualche spiegazione in più?
Insomma, dalla stessa Bibbia emerge con assoluta chiarezza che Yhwh è solo uno dei tanti elohim. Invece la dottrina insegnataci ha cercato di far sparire questa molteplicità per convincerci che da sempre c’era un Dio unico: tant’è che, ancora oggi, la parola elohim viene tradotta in italiano sempre con la parola Dio; e la parola Yhwh viene tradotta in italiano sempre con Signore. Ovvio che in italiano sembra si parli sempre dello stesso soggetto. Va aggiunto che, per motivi di rispetto,[10] al posto del tetragramma Yhwh gli ebrei hanno usato prevalentemente i nomi di Adonai[11] o Hashèm, ma – ripeto - nelle nostre traduzioni si trova sempre scritto Dio, oppure Signore.
Ma ora, tornando ancora al primo comandamento dell’Esodo, si dice che gli israeliti non devono mettere nel luogo sacro, davanti a Yhwh, altri elohim, perché Yhwh è un Dio geloso. Ci si può domandare: un Dio onnisciente poteva essere geloso di idoli di pietra, cioè di divinità non esistenti? Evidentemente no. Di nuovo si deve pensare che gli altri elohim erano suoi pari. Non sempre però gli israeliti hanno rispettato questa norma data loro da Yhwh-elohim. Ad esempio, a un certo punto, adoravano la regina del cielo (1Re 18, 19), tant’è che in 2Re 23, 4 si legge che, in seguito, venne imposto che nessuna stele di Asherà doveva essere più posta accanto a quella di Yhwh. Come i popoli vicini accanto a Baal, il loro dio più importante, avevano messo sua moglie Asherà, anche gli ebrei – per un certo periodo – avevano abbinato a Yhwh, il Dio per loro più importante, la femmina Asherà.
Ancora sotto il re Acab (siamo nel 600 a.C.) c’erano ben 400 sacerdoti che profetavano in nome di Asherà e 450 in nome di Baal (1Re18,19). Il primo libro dei Re, riporta appunto la famosa sfida del monte Carmelo, dove Elia dice a questi sacerdoti, “se Yhwh è Dio (il testo ebraico dice, se Yhwh è il vero Elohim) seguitelo, se invece è Baal, seguite lui” (1Re 18,21). Quando i sacerdoti di Baal ed Asherà non riescono ad ottenere alcun prodigio da Baal, il profeta Elia si fa beffe di loro (1Re 18, 27: “Gridate con voce più alta, perché certo egli è un dio! Forse è sovrappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà”); quindi Elia invoca Yhwh e ottiene il prodigio, per cui tutto il popolo deve riconoscere che è Yhwh l’unico vero elohim (Dio). Va anche detto, a questo punto, che preso da sacro zelo Elia fa scannare tutti i sacerdoti di Baal (1Re 18,40).
Insomma, come si legge anche nell’Esodo (Es 15,11), circolavano tante divinità: “chi è come te Yhwh fra gli dei?” La risposta è ovviamente: nessuno è come te, forte come te. Si capisce anche perché gli israeliti fecero un vitello d’oro[12] - e non un’aquila o un altro animale - come immagine del loro dio (Es 32, 4), una volta che si sa che, nei paesi confinanti, Baal era appunto raffigurato come un toro[13] e Api era il bue sacro degli Egizi.
Oppure si legge nel libro dei Giudici (Gdc 3,7) che gli “gli israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore (cioè Yhwh), perché dimenticarono il Signore loro Dio (Yhwh loro elohim)) e seguirono Baal e Asherà” sua moglie, divinità adorate dai popoli circostanti. Ed erano già stati ammoniti in tal senso: non andare dietro ad altri elohim, dei popoli che ti stanno attorno, perché il Signore tuo Dio è un Dio geloso; altrimenti l’ira del Signore tuo Dio si accenderà contro di te e ti sterminerà dalla faccia della terra (Dt 6, 14-16).
Ma il perché gli israeliti hanno violato il loro terzo comandamento (per noi sarebbe il primo) lo si capisce ancor meglio dalla storia.
Gli Assiri, dopo aver sgominato i piccoli regni dei neo Ittiti, avevano rivolto la loro attenzione verso la Palestina. Dunque, nel 748 a.C. attaccano il regno del Nord, e nel 722 tutta la Samaria, all’epoca la parte più ricca di Israele, è ormai occupata. La politica degli Assiri è quella di deportare e sparpagliare le popolazioni conquistate per cancellarne l’identità. Isaia dà una chiara immagine della devastazione che ha subito Israele: «Così la figlia di Sion è rimasta come un capanno in una vigna, come una capanna in un campo di cocomeri» (Is 1,8): in effetti. finita la stagione del raccolto, i campi sono squallidamente spogli, la capanna è desolatamente abbandonata. Questo è successo agli ebrei della Samaria, in quanto gli Assiri hanno letteralmente cancellato il Regno del Nord, devastato più a sud il Regno di Giuda[14] e risparmiato solo la sua capitale (Gerusalemme). Col metro di oggi, giudicheremmo questi fatti più gravi della Shoah da parte dei nazisti, perché nel secolo e mezzo abbondante di dominazione assira sono spariti circa il 90% degli ebrei e questi non sono mai più tornati in Israele.
La politica imperialista degli Assiri portava a dei trattati bilaterali, che rapportati al mondo occidentale potremmo chiamare di vassallaggio: quindi questi trattati di alleanza pendevano sempre a favore del vincitore che li imponeva allo sconfitto. Il padrone assiro, che imponeva le condizioni di resa, prometteva di proteggere il vassallo da attacchi esterni; in cambio pretendeva oro, argento, giovani maschi da mandare in servizio obbligatorio di leva nel proprio esercito, giovani femmine per rendere più ricchi i propri harem; inoltre, dal punto di vista religioso, il padrone pretendeva che i propri dèi trovassero posto nei templi del vassallo, e che fossero adorati al pari degli dèi o del dio del vassallo. I firmatari del trattato lo concludevano invocando ciascuno i propri dèi per ricevere ogni tipo di maledizione in caso avessero avuto l’idea malsana di infrangere il trattato, o di benedizioni in caso di osservanza dell’alleanza. Fra Assiri ed Israele questo durò per circa un secolo e mezzo.
Ecco da dove nasce nella Bibbia l’idea di alleanza: tutti gli israeliti sapevano benissimo cosa significava un trattato. Ecco da dove nasce nella Bibbia l’idea del peccato di idolatria, ovviamente con uno sguardo a posteriori: crollata la potenza degli Assiri, quando si scrive la Bibbia a Gerusalemme è facile, a quel punto, criticare l’empio Manasse, idolatra, ma ci si dimentica che, barcamenandosi, quel re era riuscito a far vivere in una certa tranquillità il suo popolo per un’intera generazione. Facile dire che si dovevano cacciare dal sacro Tempio gli dèi degli altri (cioè degli Assiri), come ha fatto in seguito Giosia: ma Giosia l’ha potuto fare perché ormai gli Assiri si stavano logorando in una guerra con l’Egitto, e non avevano più né tempo, né risorse, né energie sufficienti per occuparsi d’Israele. Ecco da dove il Deuteronomio prende anche l’idea delle benedizioni e soprattutto delle maledizioni che puniscono chi infrange il trattato (vedasi il trattato- alleanza con Dio - Dt 28).
Il re Giosia fu quello che, più di tutti, riuscì ad allargare i confini del suo regno senza trovare l’opposizione degli Assiri orami irrimediabilmente in pieno declino; a Gerusalemme trovò una maggioranza ebraica, ma nel resto del regno, a causa delle deportazioni di ebrei di cui si è detto, e parallele importazioni in Palestina di altre popolazioni, trovò più stranieri che ebrei: queste popolazioni adoravano, sì, Yhwh (l’elohim degli israeliti), ma anche tutti gli altri dèi come imposto dagli Assiri o lì portati da altri popoli, tanto che nella Geenna - valle fuori delle mura di Gerusalemme, ancora oggi esistente e trasformata in un parco - ancora si bruciavano in sacrificio i propri figli al Moloch (Ger 7, 29-32). Ecco perché, da allora, i samaritani erano visti da Gerusalemme come impuri eretici. Giosia, alla fine del VI secolo a.C., cercò di restaurare il culto unico di Yhwh: vennero portati fuori del Tempio[15] tutti gli oggetti fatti in onore di Baal, di Asherà e di tutta la milizia del cielo (2Re 23,4-10). Per porre fine ai sacrifici umani nella Geenna ebbe poi un’idea geniale: profanò il Tofet (santuario nella valle della Geenna dove avvenivano i sacrifici in onore del dio Moloch), tramutando la valle nell’inceneritore di Gerusalemme, luogo quindi impuro per eccellenza; e tale era ancora ai tempi di Gesù, perché lì si bruciavano senza sosta le immondizie della città:[16] da lì è tratta l’immagine del fuoco che non si spegne mai, tipico del nostro inferno; ma forse Gesù voleva solo far intendere che chi non orienta la sua vita verso gli altri finirà come l’immondizia della Geenna, perché chi vive solo per sé si autodistrugge.
La Bibbia esalta questa condotta del re Giosia, ma storicamente è evidente che essa apparve a molte genti della Palestina un sopruso. Comunque, morto Giosia, molte cose tornarono come prima, a dimostrazione che l’uso della forza aveva costretto, ma non convinto le popolazioni della Samaria.
Il profeta Geremia, di fronte a continue violazioni dell’alleanza con Dio fatte da un popolo non pienamente osservante, cominciò ad annunciare la prossima invasione dei babilonesi (Ger 37, 3-17), contro i quali non ci si doveva opporre; anzi bisognava arrendersi e pagare a loro le tasse perché li vedeva troppo superiori di forze. Nessuno lo ascoltò e venne tacciato di disfattismo. Anche Sofonia, Naum e Abacuc previdero l’imminente nuova distruzione, e – in seguito – si capì che solo i profeti avevano visto giusto, perché in effetti arrivarono i babilonesi (la nuova potenza egemone nell’area) e dopo una prima deportazione nel 598 a.C., ne effettuarono una seconda più consistente nel 588, previa distruzione di Gerusalemme e del Tempio di Salomone. L’esilio babilonese durò fino al 538 a.C. (e durante l’esilio operarono i profeti Ezechiele ed il deutero Isaia - capp.40-55 del libro di Isaia). Durante l’esilio, a Babilonia, nacque anche il Talmud[17].
Da questa triste esperienza vissuta nacque l’idea dell’epopea dell’esodo dall’Egitto,[18] visto che non c’è prova storica di una prigionia in Egitto e del conseguente esodo. Col passare del tempo finì anche l’impero babilonese ad opera dei persiani, e Ciro permise il rientro: ma fra il dire e il fare passarono circa altri dieci anni, e non furono molti quelli che in realtà rientrarono[19]. I più ormai erano rimasti dove, dopo due generazioni, si erano ormai integrati nel nuovo paese[20].
Bene, fatte queste necessarie premesse, potremo ora passare al comandamento ‘non uccidere’.
(continua)
NOTE
[1] Il decalogo (deka=10 logous=parole) contiene una lista di linee guida fondamentali ed essenziali per l’uomo, volute direttamente da Dio.
[2] Cfr. ad esempio la Bibbia Ebraica Interlineare (vari volumi), ed. San Paolo, Milano, 2002-2009.
[3] I “giudici” non sono dei magistrati, ma dei condottieri, persone normali alle quali Dio comunica la sua forza, sbaragliano i nemici e poi tornano al proprio lavoro. Rassomigliano a Cincinnato, dell’epopea romana.
[5] Martin Buber definiva l’idolatria con le parole del rabbino di Kock: vi è idolatria «quando un volto si rivolge riverente a un volto che non è un volto». Invece della fede in Dio si preferisce adorare l’idolo, il cui volto si può fissare, la cui origine è nota perché fatto da noi. Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli «hanno bocca e non parlano» (Sal 115,5). Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre sé stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera uscita dalle proprie mani.
[6] Ma pensiamo a questo: Giosuè, succeduto a Mosè, combatte una guerra di conquista della terra promessa con la partecipazione in prima persona di Yhwh (esattamente come Marte partecipa in prima persona alla guerra di Troia); in questa guerra di conquista, Yhwh avalla pure numerosi massacri (basta leggere i vari libri della Bibbia: Esodo, Numeri, Deuteronomio, Giosuè); però Giosuè muore a 110 anni (Gs 24, 29) senza aver ancora conquistato per intero un territorio piccolo come la Palestina: solo re David conquisterà infatti Gerusalemme. Più tardi arriveranno gli assiri e poi i babilonesi che - senza l’aiuto di alcun vero Dio - conquisteranno la Palestina con delle guerre lampo. Insomma, questo Yhwh-elohim non sembra poi così onnipotente.
[7] Nel testo originale normalmente non si trova solo El, ma El-Elyon, tradotto correttamente con Dio l’Altissimo perché Elyon è solo l'aggettivo che si lega al sostantivo El, che significa appunto Dio, da cui Dio l’Altissimo. Quindi, quando si parla di Elyon come Dio va sempre in coppia con El. Quindi: El Elyon. Ma noi abbiamo identificato El (Dio) con l’unico Yhwh e l’unico elohim. Nel testo, invece, emerge che El-Elyon è il capo degli elohim, unico legittimato a dividere le terre.
[8] Biglino M., La Bibbia non parla di Dio, ed. Oscar Mondadori, 2016, 38ss. Ho trovato conferma che così sta letteralmente scritto nel testo trovato nelle grotte di Qumran, 4Qumran Deut-j; ma c’è anche un’altra interpretazione - rispetto a Biglino - che si basa sul contesto, vedi ad esempio http://danielesalamone.altervista.org/figli-di-dio-o-figli-degli-alieni-rotoli-di-qumran-smentiscono-mauro-biglino/. Qui si sostiene che i successivi versetti 19-21 chiarirebbero che i figli di elohim sono i figli d’Israele, sì che corretta sarebbe la versione delle altre Bibbie, che parlano dei figli d’Israele e non dei figli degli elohim. Tesi sostenibile ma non decisiva: se, infatti all’elohim del Sinai spetta la discendenza di Giacobbe, vuol dire che ci sono altri elohim ai quali spettano gli altri popoli, come si ricava dal senso della traduzione la quale dice che ogni popolo aveva il suo dio-protettore. Quindi i figli di elohim (versetti 19ss.) sono necessariamente i figli d'Israele perché figli di elohim-Yhwh; ma quelli del versetto 8 sono figli di vari altri elohim (plurale) e non singolare, e quindi non sono tutti quanti figli d'Israele.
[9] Penna R., Gesù di Nazaret nelle culture del suo tempo, ed. EDB, Bologna, 2012, 87.
[10] La lettera alle conferenze episcopali per il nome di Dio, della Congregazione per il culto del 29.6.2008, invita a non usare il nome di Yhwh, ma a sostituirlo con Signore, conformemente al metodo ebraico (in www.nostreradici.it/CE-sulNomediDio.htm). Se io uso questo nome, non è per mancanza di rispetto, ma per cercar di fissare meglio i concetti.
[11] Il tetragramma sacro impronunciabile è sostituito da Adonai (Signore) (Penna R., Gesù di Nazaret nelle culture del suo tempo, ed. EDB, Bologna, 2012, 184). Se devono scrivere Dio, scrivono D-o.
[12] Più probabilmente era un toro, poi declassato per derisione a vitello (Maggi A., Gesù ebreo per parte di madre, ed. Cittadella, Assisi, 2007, 54). Ma Lv 19, 4 vietava di costruirsi idoli di metallo.
[13] Ravasi G., Belzebul, “Famiglia Cristiana”, n.15/2012, 133.
[14] Teniamo presente che le 12 tribù d’Israele si erano già separate ai tempi di Roboamo, figlio di Salomone. Solo due delle 12 tribù erano rimate con lui perché, quando era salito al trono gli anziani avevano subordinato la loro fedeltà a un’esplicita richiesta: “Tuo padre è stato un dittatore spietato, ci ha succhiato il sangue dalle vene, tu cerca di essere più leggero di tuo padre!” Ma egli aveva orgogliosamente e ambiziosamente risposto: “Se mio padre vi schiacciava con un mignolo, io vi schiaccerò con un pugno”” (1Re 12, 4-11).
[15] Qui si capisce perfettamente perché il primo comandamento, esattamente tradotto, è: “non avrai altri dei di fronte a me”, nel senso che nel Tempio, dove si collocava la stele dia Jahvé, c’era di fronte – ad esempio - una stele più piccola che indicava la divinità femminile, Asherà.
[16] Virgil R., Geremia e le violenze dell’amore, in Ricordati dell’amore, ed. Paoline, Milano, 2007, 59. Pulcinelli G., Il verme che non muore, “Famiglia Cristiana”, n. 7/2012, 13. Ravasi G., Il verme che non muore, “Famiglia Cristiana”, n. 45/2012, 121.
[17] Il Talmud Babilonese e quello Palestinese sono due ampi commentari della Mishnà. La Mishnà è la Torah orale, quindi una seconda legge, una raccolta codificata di materiale giuridico della legislazione ebraica, dal 50 a.C. al 200 d.C., contenente anche molte massime sulla vita, e suddivisa in oltre 60 trattati.
[18] 430 anni sarebbe durato il periodo di schiavitù in Egitto (Es 12, 40; ripreso da Paolo in Gal 3, 17): però non ne è mai stata trovata traccia alcuna negli archivi egizi, che pur registravano tutto.
[19] Secondo la Bibbia 42.360 persone (Esd 2, 64; Ne 7, 66).
[20] Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, Libro XI, cap.1, 3, in www.documentacatholicaomnia.eu. (sotto Flavius Josephus): testo solo in greco o in inglese.