Diventare figli
Diventare Figli: Il Deserto, la Tentazione e il Ritorno del Padre
Ripercorriamo insieme la vicenda narrata nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 4, versetti 1-8. Siamo alle soglie dell’attività pubblica di Gesù: egli viene condotto dallo Spirito nel deserto, luogo simbolico e reale, spazio di prova e di rivelazione. Qui, isolato da tutto, viene tentato dal diavolo.
Il verbo “tentare” deriva dal latino tentāre (o temptāre), forma frequentativa di tendere: significa “provare”, “sollecitare”, ma anche “mettere alla prova”, “allungare”, “tirare fuori”. In questa etimologia si rivela già una dimensione relazionale, di tensione e, al contempo, di possibilità. Non si tratta semplicemente di una prova morale, ma di una sollecitazione esistenziale. La posta in gioco, infatti, non è il comportamento etico, ma l’identità stessa: il diventare figli.
Nel testo evangelico, il diavolo si accosta a Gesù e lo provoca con le parole: «Se sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane» (Mt 4,3). La tentazione non è un invito a compiere un peccato in senso stretto, ma una sfida alla propria condizione filiale. È un’insinuazione che mina l’identità profonda: “Se sei figlio... dimostralo”. Il contenuto della tentazione, quindi, è legato all'essere, non al fare.
Essere Figli: Un Percorso Esistenziale
Diventare figli non è un dato automatico, non è una semplice condizione biologica. È un percorso che coinvolge la dimensione personale, sociale e trascendente dell’essere umano. Essere figli significa entrare in una relazione che trasmette senso, riconoscimento e origine. In una società come la nostra, in cui l’archetipo del padre è in crisi, la struttura simbolica della paternità vacilla. E quando la figura paterna viene meno, ciò che viene meno è la possibilità stessa di ricevere un’eredità simbolica, ovvero una collocazione significativa nel mondo.
Viviamo, come ha descritto Massimo Recalcati, nella società dominata dal complesso di Telemaco. Telemaco è il figlio di Ulisse, il giovane che attende il ritorno del padre per poter finalmente diventare erede. Ma la casa di Ulisse è invasa dai Proci, simbolo della legge che viene negata, della confusione tra i ruoli, del disordine sociale e simbolico. Senza il ritorno di Ulisse – ovvero senza il ristabilirsi della legge del padre – Telemaco non può veramente diventare figlio. Il suo destino resta sospeso, la sua identità incompiuta.
L’Evaporazione del Padre e il Nome del Padre
Siamo di fronte a un’epoca in cui si assiste all’“evaporazione del padre”, come l’ha chiamata Lacan: una progressiva scomparsa della funzione paterna come trasmettitore del senso, della legge, del desiderio. Il padre non è colui che impone, ma colui che dona una direzione, un’origine e un futuro.
Secondo Lacan, la figliazione simbolica si realizza attraverso il cosiddetto “Nome-del-Padre”. Questo nome non è un’identità anagrafica, ma una funzione simbolica: è ciò che permette al soggetto di accedere alla dimensione del senso, di articolare il proprio desiderio all'interno del linguaggio e della cultura. Senza questa mediazione, il soggetto resta bloccato nella ripetizione, nell’angoscia, nella mancanza di senso.
Il Ritorno di Ulisse e la Riconsegna della Figliolanza
Il ritorno di Ulisse a Itaca non è solo un ritorno geografico, ma un evento simbolico: il padre che torna a casa ristabilisce l’ordine, ricostruisce la legge, riconsegna a Telemaco la possibilità di essere figlio. Ulisse elimina i Proci, ristabilisce la giustizia, e così facendo permette a Telemaco di entrare nella propria eredità. È un’immagine potente del processo di riconciliazione tra generazioni, tra passato e futuro, tra legge e libertà.
Anche Paolo di Tarso, nella Lettera ai Romani (8,15), ci ricorda che diventare figli è l’opposto del vivere nella paura: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà! Padre!’». Qui la figliolanza è un atto di fiducia, un’apertura all’amore, non una sottomissione.
La Tentazione dell’Eden e l’Immagine di Dio
La tentazione, dunque, è sempre un attacco alla relazione con il Padre. È ciò che accade già nell’Eden: Eva viene tentata dal serpente con l’idea che Dio voglia negare qualcosa all’uomo, che non voglia condividere la propria paternità. «Sarete come Dio» – dice il serpente – insinuando che Dio sia un despota geloso, un essere onnipotente che teme di essere spodestato.
Questa immagine distorta di Dio ha radici profonde. Nel mondo greco, Chronos – il tempo – divora i suoi figli, in una dinamica di distruzione e di negazione del futuro. Solo l’astuzia di Rea e Gea salva Zeus da questo destino, permettendo la nascita di una nuova era. Anche qui la figura paterna è ambivalente, temuta, divorante.
Nel peccato originale si manifesta la crisi della fiducia: l’uomo non si fida più di Dio, e quindi nemmeno dell’altro. L’altro diventa un rivale, un nemico, un usurpatore della mia felicità. Si spezza così la relazione originaria, e con essa si perde la possibilità di sentirsi figli.
Vergogna, Corpo, Dipendenza: Le Radici della Rottura
Con il peccato originale l’essere umano scopre la propria nudità, e con essa la vergogna. È la scoperta della vulnerabilità, del limite, della dipendenza radicale dall’altro. Il corpo – nella sua dimensione sessuata – diventa luogo di inquietudine, non più di comunione. Il maschile, con la sua erezione visibile, rende manifesta la propria esposizione, la propria apertura all’alterità. E questa dipendenza, vissuta senza fiducia, genera paura, difesa, negazione.
Il peccato si insinua proprio in questo: nella rottura della trasmissione simbolica, nel rifiuto della dipendenza, nella paura della relazione. Ecco perché Gesù deve affrontare la tentazione nel deserto: per poter diventare pienamente figlio, per comprendere nel profondo cosa significhi fidarsi del Padre.
Conclusione: Diventare Figli, Diventare Liberi
Diventare figli non è un atto passivo, ma una conquista interiore. Significa riconoscersi come eredi, come destinatari di un dono che non ci appartiene per diritto, ma per amore. È un cammino che attraversa il deserto, il dubbio, la prova. Ma è anche un cammino che ci conduce alla libertà, alla possibilità di gridare “Abbà! Padre!”, non con paura, ma con gratitudine.
In un’epoca segnata dall’evaporazione del padre, dal sospetto verso l’autorità e dal culto dell’autonomia assoluta, recuperare la fiducia nella paternità – umana e divina – è forse la sfida più radicale. È lì che si gioca il nostro destino: tra la solitudine del deserto e la promessa di una terra che può ancora generare senso, appartenenza, e vita.