Ricominciare da dove?
di Miriam Camerini
Foto di Shendl Copitman
Acrilico di Ugo Pierri
Suonare lo shofàr, cioè la buccina, il corno d’ariete.
Ricominciare.
Da dove?
Dal figlio legato all’altare e all’ultimo risparmiato:
Ismaele e Isacco, l’ariete o il montone creati alla vigilia del primo Shabbat, “fra i due soli” dalla divinità che sa già che la mano dovrà esser fermata, salvata dal commettere figlicidio.
Il corno d’ariete annuncia il Giubileo, torna su se stesso per salire, spirale che anela al cielo ma è fatta dell’osso di un caprone, volge al cielo i nostri lamenti animali, le voci più informi dei nostri visceri, organizzate in durate e in altezze che diventano suono, si fanno voce, perfino preghiera. Dolore che - espresso e condiviso - si fa speranza.
Il tempo non è lineare né circolare: è una spirale che torna indietro per redimere e risalire, un quarto di tono più su ogni volta, contempla il vertice e il vortice, l’abisso della propria imminente caduta, il baratro del male che sempre bussa alla porta, la possibilità di dominarlo (almeno un po’), che è l’unica che abbiamo.
Teshuvà: ritorno che risale, ripara e prosegue. Provare a non cascarci più.
La fede che è pietà e fanatismo.
Fermarsi è più difficile che partire, sostare, stare.
Zelo e compassione
Voce divina che domanda e chiede
Le corna del montone impigliate nel roveto che brucia e non consuma
Abramo e Mosè
Fanatismo o disciplina
Intelligenza e senso morale
“Se Dio lo chiedesse a te, Abba, che cosa faresti, tu?” - chiede il figlio -
“Salterei nel lago” - risponde il padre.