Il buon samaritano (continua)
di Dario Culot
Un escursionista sul sentiero del buon samaritano verso Gerico
(foto di Dario Culot)
Bastano - a mio avviso - due sole parabole, tratte dai vangeli, per chiarire definitivamente qual è il nucleo centrale del cristianesimo che dovrebbe fungere da nostra bussola: la parabola del buon samaritano e la parabola del padre misericordioso. La prima chiarisce bene chi, secondo Gesù, è vero credente (in netto contrasto col catechismo). La seconda chiarisce bene come, secondo Gesù, si comporta Dio (non chi è Dio, perché Gesù non dà mai una definizione di Dio). Le due parabole sono troppo dense di messaggi per poterli evidenziare tutti. Accontentiamoci di cogliere alcuni aspetti.
9.- Determinante proprio per esplicitare come l’unico principio non negoziabile dell’insegnamento di Gesù è fare il bene di quell’uomo concreto nel quale c’imbattiamo (anche involontariamente) durante la nostra giornata, lo si comprende bene con la parabola del buon samaritano[1] (Lc 10, 30-37). Ma se ci si cura del bene di quell’uomo concreto ci si contrappone facilmente all’obbligo di salvaguardare il principio assoluto, sempre però astratto (che per i farisei era l’osservanza della legge, la quale doveva prevalere sempre e comunque), il quale finisce normalmente per anteporsi sistematicamente alla sofferenza umana.
Va innanzitutto sottolineato che questa parabola smentisce in pieno la dottrina della sofferenza, visto che ci spiega che, quando il nostro principio di verità assoluta non ci induce a porre come criterio determinante della nostra vita la lotta contro la sofferenza e la difesa della dignità umana, ci comportiamo semplicemente da perfetti farisei o come il piissimo sacerdote, tutte cioè persone religiosissime che però vanno contro il messaggio evangelico. E il dover lottare contro la sofferenza può capitare a ciascuno di noi, in qualsiasi momento di una qualsiasi giornata, soprattutto quando avevamo progetti del tutto differenti per quel giorno. In questa parabola i rappresentanti di Dio diventano insopportabili perché appaiono ossessionati dal dare gloria a questo loro dio, senza minimamente curarsi di migliorare le condizioni di vita terrena in cui s’imbattono; e per di più questo loro dio dà un pessimo esempio, perché il centro d’interesse è egoisticamente solo Lui stesso, non gli uomini che soffrono[2]. Invece, come si è anche visto più volte in queste settimane, ciò che preoccupa Gesù è la sofferenza umana;[3] e questa unica preoccupazione emerge indiscutibilmente anche da numerosi altri passi del Vangelo: ad esempio, la cosa decisiva, quando arriva l’ora della verità del giudizio finale, è come ognuno si è comportato di fronte alle sofferenze umane. Il testo di Mt 25, 31-46 sul cd. giudizio universale afferma chiaramente che i bei valori dell’identità cristiana con cui pensiamo di rendere gloria a Dio passano in secondo piano (resta ad es. irrilevante credere fortemente a una determinata descrizione della natura divina che coinvolgerebbe anche Gesù) e resta solo l’essere umano; ciò che ognuno ha fatto o tralasciato di fare per gli altri[4]. Questa – secondo alcuni – è anzi la vera nozione di peccato: il bene non fatto,[5] che invece si doveva fare. La tentazione principale che minaccia la nostra vita – visto che pochi di noi sono cattivi per natura,- non è allora tanto quella di fare il male, quanto di dimenticare di fare il bene.
Per Gesù il centro, ciò che porta a Dio, non si trova nel soprannaturale o nella vita eterna futura, ma si trova nell’umano, nella vita quotidiana di questo mondo, che ci mette in contatto con Dio. È solo nell’umano che possiamo trovare Dio; la gloria di Dio viene resa visibile attraverso un amore servizievole verso altri esseri umani. Del resto, visto che l’uomo non è in grado di sorpassare l’umano, se cerca il soprannaturale finisce col fuggire dalla realtà che lo circonda. È sempre la religione che mirando al sovraumano, al soprannaturale, spinge Dio in alto, in un’altra dimensione irraggiungibile. Gesù invece ci ha ricordato che Dio si trova nel servizio, nella bontà, nell’amore verso gli altri uomini, mettendo tutto questo al centro della nostra vita. E san Paolo rincara: anche «se ho tanta fede da smuovere i monti, ma non ho amore, io non sono niente» (1Cor 13, 2). Ovviamente qui sta parlando di amore per altri esseri umani, non per Dio.
Perciò l’art. 534 del Catechismo di papa Pio X (più sfumato n. 2005 dell’odierno Catechismo), il quale sentenzia che senza la grazia soprannaturale che scende dall’alto non si può compiere alcuna cosa che poi giovi alla nostra vita eterna, sì che tutte le buone azioni fatte qui in basso senza essere in stato di grazia non hanno alcun valore per la vita futura, è intrinsecamente sbagliato. La nostra azione rivolta col cuore verso gli altri già ci rende figli di Dio, e non serve aggiungere niente di esterno (la cd. grazia soprannaturale) sperando così di sacralizzare l’azione umana che abbiamo fatto. Questo si ricava chiaramente dalla parabola del buon samaritano.
Conosciamo tutti questa parabola: si tratta di una storia vecchia sentita più volte, ma forse occorre rileggerla come se la si sentisse per la prima volta. Un sacerdote scende da Gerusalemme per il sentiero impervio, che si snoda fra le gole (vedi foto iniziale) verso Gerico. Vede improvvisamente una persona a terra, che poi sarà soccorsa dal samaritano impuro peccatore, ma non si ferma, perché non sa chi è e potrebbe essere una persona impura; e lui sa perfettamente che toccare una persona impura o, ancor peggio, morta[6] lo renderebbe a sua volta impuro (Lv 22, 4-5; Ag 2, 13), e questo andrebbe contro i suoi principi non negoziabili: il centro della propria vita deve essere Dio che lui ama tanto, la santità e la purezza perché se un sacerdote osa avvicinarsi a Dio in stato di impurità deve temere la sua ira (Es 19, 22). La religione insegna che, quando sarà il momento, il sacerdote non potrà neanche toccare o dare un’ultima carezza ai propri genitori prima della loro sepoltura, perché altrimenti resterà contaminato (Lv 21, 11).
Per lo stesso sentiero scende di lì a poco anche un levita[7] (Nm 3, 8), il quale si comporta esattamente come il sacerdote: vede, e anche lui continua il suo cammino sul sentiero come niente fosse.
Come mai il sacerdote e il levita, pur avendo visto questa persona che ha bisogno di aiuto, non si fermano, non si avvicinano, ma passano dall’altra parte? Perché alla domanda “cosa è più importante: l’amore di Dio o l’amore degli uomini?”, entrambi rispondono categoricamente che più importante è l’amore per Dio: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto te stesso (Dt 6, 5). Cioè l’amore di Dio deve essere totale, radicale. E l’amore agli altri? Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19, 18), dice un altro libro della Torah. Quindi mentre l’amore a Dio è totale, radicale, assoluto, l’amore all’altro passa in secondo piano ed è relativo[8]. Pertanto, il sacerdote e il levita neanche si pongono il problema: tra amore a Dio e amore al prossimo si sceglie Dio, sempre e comunque. Allora, alla domanda che ogni cristiano o prima o dopo si pone (cos’è più importante: osservare una legge divina o andare incontro al bene dell’uomo?) tutte le persone religiose non hanno dubbi: è più importante la legge di Dio, e in nome della legge di Dio non esitano a sacrificare le persone. Per questo il sacerdote e il levita il sacerdote passano oltre. Non perché sono malvagi, non perché sono insensibili, molto peggio: Gesù fa capire che passano oltre perché sono persone molto, ma molto religiose. Ecco la categoria di persone più pericolose da incontrare nella propria esistenza[9]. Invece, nella parabola, Gesù spiega che seguire la legge divina, come vuole la religione e come impone il magistero, è completamente sbagliato, perché il bene concreto dell’uomo va sempre messo al primo posto.
Peggio ancora: con questa parabola, Gesù dimostra che la religione rende atei, perché rende la persona disumana, e la persona diventa disumana ogniqualvolta ritiene più importante il rispetto di Dio e della sua Legge che i bisogni degli uomini. La parabola di Gesù chiarisce che solo onorando l’uomo si onora anche Dio, e così fa il samaritano, considerato ateo senza Dio, che invece diventa per espressa indicazione di Gesù,- il modello del nuovo credente. Se, credendo di onorare Dio, si disonora l’uomo, si va contro il Dio di Gesù, e così fanno il sacerdote ed il levita, persone religiosissime addette al culto e alle cerimonie nel santissimo Tempio di Gerusalemme (Nm 4, 1ss.; Dt 10, 8), le quali solo credono di credere (stando a quel che dice Gesù). La parabola del buon samaritano (Lc 10, 30) dimostra infatti che più uno vuol essere santo, più uno vuole mantenere il suo stato di purezza per conservare il suo contatto con Dio, più è ateo, come lo è il sacerdote che, essendosi purificato nel Tempio, è certo di trovarsi in grazia, per cui – secondo la religione - in lui dovrebbe essere impressa la bellezza del divino archetipo,[10] investito com’è di grazia soprannaturale che lo fa sentire vicino a Dio. Il sacerdote che scende in stato di purità da Gerusalemme, vuole mantenersi puro per Dio e perciò non rischia di farsi contaminare dall’impurità dell’uomo a terra, perché il sangue - in quella cultura - era un elemento impuro.
Magari questo sacerdote, come il levita che sopraggiunge di lì a poco, saranno stati anche soddisfatti di quello che avevano fatto, erano contenti di loro stessi, convinti di essere in stato di grazia perfetta. Magari arrivavano a cavallo canticchiando i grandi salmi che avevano appena recitato nel Tempio, dove si erano purificati, si erano smacchiati di ogni impurità e resi graditi a Dio. Erano così bianchi, che più bianchi non si può. Ma loro sono passati oltre. Il samaritano, dei tre il più lontano da Dio secondo quanto insegnava la religione, quello che doveva avere l’anima nera per i peccati, si ferma, si sporca, perde il suo tempo e il suo denaro per aiutare un uomo sconosciuto, e fa tutto questo gratuitamente, senza alcun secondo fine[11]. È lui, senza saperlo, ad essere in stato di grazia,[12] non il sacerdote, non il levita, giacché grazia significa amore gratuito e fedele[13]. Parafrasando sant’Agostino[14] si può anche dire che il ferito, vedendo la carità del samaritano, ha visto il volto di Dio, perché Dio invisibile diventa visibile e presente solo attraverso i nostri gesti. L’azione di Dio può diventare realtà umana solo se ci lasciamo coinvolgere perché la sua azione non si pone accanto o in aggiunta alla nostra azione, ma è creatrice, offre cioè a noi la possibilità di agire. Se agiamo, i nostri gesti manifestano la presenza divina, e così glorifichiamo Dio. Se invece noi resistiamo alle possibilità che ci vengono donate, l’azione di Dio in noi non esiste; ma a quel punto Lui non dimora in noi, e noi non dimoriamo in Lui, come succede al sacerdote e al levita, pii e puri, col loro comportamento tutto teso al soprannaturale, ad onorare la legge di Dio, che vogliono essere santi perché Dio è Santo. Neanche si rendono conto che comportandosi così essi hanno messo in luce un’immagine sinistra di Dio. Tutti percepiscono che il sacerdote, la persona religiosa che si crede credente, in realtà sta togliendo la vita. Tutti si rendono conto che un impuro peccatore, il quale non pensa affatto di essere credente e in quel momento neanche pensa a Dio, assomiglia invece a Dio perché in lui tutti possono vedere la presenza di un Padre che ridona la vita, la garantisce, la cura. E dovremmo sempre ricordare che il nostro Dio è il Dio della vita, che fa fiorire la vita. Essere da Dio, allora, dipende non dall’osservanza della Legge che il clero asserisce essere emanata da Lui, ma dal bene che si fa agli altri[15].
Pertanto, come segnalava il gesuita Lenaers, anche se la fede in Dio e l’ateismo che nega questa fede sembrano inconciliabili, incompatibili come acqua e fuoco,[16] con Gesù l’incontro è invece possibile proprio perché il cristianesimo più moderno può integrarsi in un ateismo moderno mettendo entrambi l’Uomo al primo posto: onorando l’Uomo si onora sempre anche Dio,[17] mentre non è vero l’inverso. Questo è l’insegnamento che ci dà la parabola del buon samaritano (Lc 10, 25ss.), ma raramente si sente dire questo in chiesa.
Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio al riguardo, va sottolineato che il messaggio trasmesso da questa parabola è confermato in vari altri casi. Alla stessa identica conclusione si arriva leggendo, ad es., il racconto dell’uomo dalla mano inaridita:[18] ai farisei, che nella sinagoga hanno chiesto a Gesù se è lecito curare di sabato, Gesù risponde allargando il quesito al valore di ogni uomo, e riconferma che il bene dell’uomo è più importante dell’osservanza dei precetti divini (Mt 12, 9-12); detto fatto, nonostante la legge stabilisca che chi cura di sabato è passibile di morte, Gesù guarisce l’uomo dalla mano inaridita, violando pubblicamente e volontariamente la legge divina (Es 31, 14), e quindi – secondo l’ortodossia - pecca avendo offeso gravemente Dio che ha voluto dare agli uomini la legge del riposo del sabato. Ai farisei interessa l’osservanza della legge, la tradizione e la sottomissione della gente a queste regole. A Gesù interessa ovviare alla sofferenza degli uomini. In questa, come in altre varie occasioni, Gesù fa chiaramente intendere che la sua attività non solo non può essere assoggettata a norme esterne, ma che il bene dell’uomo è proprio la finalità del suo agire, e solo questo bene giudica la validità della legge[19] (Mc 3, 4). Sempre dai vangeli risulta invece che i farisei, gli scribi ed i sacerdoti hanno un concetto di Dio completamente diverso dal Dio che presentava Gesù: questi pii religiosi ritengono assolutamente scandaloso che Gesù frequenti i peccatori e non osservi la legge, e non riescono a comprendere un Dio che ama gratuitamente tutti.
Stessa cosa nel caso del racconto della donna piegata, che fa infuriare il capo della sinagoga[20] (Lc 13,10ss.): “Insomma, avete sei giorni per farvi curare, non fatelo di sabato perché violate la legge divina.”
Analoga conclusione anche dalla parabola abbinata all’episodio della prostituta peccatrice (Lc 7, 37): un creditore aveva due debitori; l'uno gli doveva cinquecento denari,[21] l'altro cinquanta. Non avendo nessuno dei due possibilità di restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro gli sarà più riconoscente? Siamo evidentemente davanti a un creditore assai generoso, che ha fatto un bel regalo a tutti e due, senza andar a indagare se uno meritava o meno la cancellazione del debito, se era giusto cancellarlo. Pietra sopra, non se ne parla più. Passando dall’economia alle categorie morali, con cui sta ragionando il fariseo, Gesù ci sta chiaramente facendo intendere che Dio è come questo creditore: non ricompensa, ma regala, perché se ricompensasse dovrebbe prima vedere se l’altro la merita, mentre il regalo dipende dalla generosità di chi lo fa. Lo stesso regalo viene fatto alla prostituta peccatrice. Questa è la novità portata da Gesù che ancora oggi non si accetta di buon grado nella nostra Chiesa. Del resto, siamo figli del diritto romano e per noi la giustizia è retributiva: si tira una riga per terra, e i buoni che hanno rispettato la legge, da premiare, vanno da una parte, i cattivi da castigare dall’altra. Anche i credenti farisei di oggi non accettano questa idea di amore gratuito da parte di Dio preferendolo “meritare” con il proprio impegno. L’amore di Dio a costoro diventa poi un credito dovuto, come il fariseo che presentandosi di fronte al Signore gli mostra tutto quello che lui ha fatto per Dio: “non sono come quei disgraziati... digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo...” (Lc 18, 9-14)[22]. Il fariseo non aspetta nessuna “buona notizia”; è lui che presenta la sua buona notizia a Dio, con tutto quello che lui ho fatto per il Creatore! Che aspetta Dio a ringraziarlo? Questo succede perché in ogni religione Dio viene presentato come uno che discrimina gli uomini fra meritevoli del suo amore perché osservano la sua legge (i buoni) e immeritevoli (i cattivi che Dio non ama ed emargina); fra uomini che possono avvicinarsi a Lui perché sono puri, e persone impure che non osservano la sua legge divina, ed è come se non esistessero perché Dio le ha cancellate dal suo libro, dove tiene minuziosamente conto di ogni singolo peccato. Guai all’impuro che contamina la dimora di Dio, ammonisce la Bibbia (Lv 15, 31). Gesù, invece, ha pagato con la sua vita l’annuncio di un amore universale di Dio che non si lascia minimamente condizionare dal comportamento degli uomini. Se la gente diventa consapevole di questa Buona Novella, la religione si svuota di ogni sua forza e viene irrimediabilmente distrutta. La forza della religione, infatti, sta nella minaccia di un Dio che premia i pochi osservanti della legge divina, ma castiga duramente i molti peccatori. La religione prende forza dalla legge divina. La forza della religione sta nel creare il peccato per poi rivendicare a sé la capacità di toglierlo: ma se si toglie il peccato crolla la religione. Ecco perché la religione espone e impone un’immagine di un Dio minacciosa che incute timore, non amore. Solo con Gesù si inizia a sostenere che Dio è amore per tutti e non viene affatto attratto dai meriti dei singoli. “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi”, viene ribadito fin dall’inizio del cristianesimo (1 Gv 4,10; cfr. anche Rm 5,8).
(continua)
NOTE
[1] Era impensabile per i giudei che un samaritano potesse essere buono: erano tutti cattivi, e dare del samaritano ad uno era un’offesa grave. Gesù stesso fu accusato d'essere un samaritano per le sue idee eterodosse (Gv 8,48).
[2] Castillo J.M., Dio e la nostra felicità, ed. Cittadella, Assisi, 2008, 90.
[3] Idem, 129.
[4] Idem, 124s.
[5] Intervista al filosofo Petrosino Franco, in “Famiglia Cristiana”, n.21/2013, 80ss.
[6] Da notare che il testo originale greco, a differenza di varie traduzioni italiane, non chiarisce se la persona a terra è solo ferita.
[7] I leviti sono i discendenti della tribù di Levi; l’unica delle 12 tribù d’Israele a non aver avuto la terra (Dt 18, 1); in cambio i leviti erano i responsabili per tutto ciò che accadeva attorno al culto. Il clero èera formato esclusivamente dai leviti. Pertanto si era sacerdoti per diritto ereditario.
[8] In un altro caso (Mt 22, 34-40) unendo Gesù i due precetti che nella Bibbia sono separati, dimostra che l’amore per Dio diventa pura astrazione se non si esprime contemporaneamente nell’amore per il prossimo (Matino G., Un amore concreto, “Famiglia Cristiana”, n.43/2011, 10).
[9] Maggi A., L’ultima Beatitudine, conferenza tenuta a Vittorio Veneto, 2007.
[10] Olgiati F., Il sillabario del Cristianesimo, ed. Vita e Pensiero, Milano, 1956, 74. Archetipo è il primo esemplare assoluto e autonomo. Nella definizione dell’Olgiati, archetipo sta per Dio.
[11] Come ha scritto il monaco buddhista Thich Nhat Hanh, per esperire pienamente questa vita ogni uomo deve realizzare qualcosa di più ampio del suo sé individuale (Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti, Milano, 2015, 34).
[12] Cosa che il nostro magistero ancora nega, per cui la sua azione di soccorso al ferito non avrebbe alcun valore perché priva della grazia soprannaturale, che come eretico peccatore non può avere.
[13] Verità e grazia (termini riportati in Gv 1, 14) significano appunto amore fedele (Ravasi G., La ricchezza del dono di Dio, “Famiglia Cristiana”, n. 26/2013, 113).
[14] Sant’Agostino, De Trinitate, VIII, 8, 12, in www.documentacatholicaomnia.eu. (sotto Augustinus).
[15] Maggi A., Cos’è il peccato, incontro in Assisi 2013, in www.studibiblici.it/multimedia/audio_conferenze.
[16] Secondo molti credenti la perdita della religiosità è automatica perdita dell’etica, come se solo i cristiani potessero avere un’etica.
[17] Questo l’aveva ben capito don Milani, il quale vedendo l’ignoranza a cui sarebbero stati destinati i ragazzi della montagna senza istruzione, aveva deciso di portarli ogni giorno in classe, non in chiesa.
[18] Quando leggiamo il racconto pensiamo che l’uomo ha un problema fisico. Ma non è detto: Gesù, entrando nella sinagoga, vede che il frutto dell'adesione agli insegnamenti della sinagoga è un uomo che, avendo il braccio destro che normalmente compie il lavoro non utilizzabile, è un uomo che non può lavorare, quindi è un uomo senza vita.
[19] Mateos J. e Camacho F., Il figlio dell’uomo, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 58.
[20] Vedi una più ampia spiegazione nell’articolo Risposta ad alcune critiche al n. 760/2024 di questo giornale.
[21] Un denaro era la paga giornaliera di un operaio quindi, tolti i sabati in cui non si lavorava, siamo davanti a un raffronto tra due mesi di paga e due anni di paga.
[22] Dalla specificità della propia espierenza spirituale può facilmente sorgere il rischio di una presunzione di superiorità, che porta subito dopo alla separazione. Così non si vive sotto l’azione dello Spirito e non si diventa figli di Dio (Molari C., Amare fino a morirne, Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2024, 68s.).
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/