Oltre la teologia del capro espiatorio
di Dario Culot
Pubblicato il volume di Dario Culot (qui sotto la copertina) che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/
Il rito del sacrificio espiatorio si perde nella notte di tempi, è stato praticato in tutte le società, e anche nell’antico Israele. Se nella Bibbia ci sono i racconti del sacrifico della figlia di Jefte (Gdc 11, 30-39), capo dell’esercito israelita, oppure i sacrifici di Mosè per suggellare l’alleanza con Dio (Es 24, 3-8), pensiamo anche ad Agamennone che uccide la propria figlia Ifigenia, o agli aztechi che vivevano in un mondo lontanissimo dal Mediterraneo, eppure anche lì sacrificavano persone al dio sole.
In particolare in Israele c’era il giorno dello Yom Kippur istituito da una comunità che voleva riconciliarsi col proprio Dio perché si riconosceva peccatrice, per cui cercava di colmare l’abisso che si era creato fra Dio, puro e santo, e l’umanità, impura e peccatrice. Nel Tempio un primo capro veniva immolato sull’altare (Lv 16, 15); poi si faceva una confessione pubblica dei peccati del popolo che venivano addossati a un secondo capro (espiatorio), il quale quindi veniva mandato nel deserto a morire, mentre il popolo – sul quale veniva spruzzato il sangue del primo capro,- veniva purificato dai suoi peccati (Lv 16, 10); l’intero rito liberava così il popolo dal peso della colpa e allentava la tensione che c’era nella comunità per i propri sensi di colpa. Il capro espiava l’animosa tensione che la società viveva al culmine della crisi.
Stephen Mark Heim, autore di un approfondito studio sul sacrificio,[1] si chiede qual sia la causa di questa pratica cruenta, che inizialmente coinvolgeva anche vittime umane. Il sacrificio rituale – spiega il teologo americano - è come il controfuoco in una foresta in fiamme. Era visto come un elemento di difesa al pari dell’elemento di distruzione, nel senso che la violenza esercitata sul capro espiatorio mirava a salvare la comunità da una maggiore violenza.
Dal punto di vista antropologico il sacrificio è una risposta umana alla contagiosa escalation di violenza che inesorabilmente cresceva nella società. Davanti al rischio di finire tutti contro tutti fino alla totale auto-distruzione, il sacrificio di una o più persone (in seguito di animali) quale capro espiatorio sistemava la questione, ponendo fine alla violenza e ristabilendo la pace sociale.
Psicologicamente il sacrificio è il sostituto di una violenza ormai proibita all’interno della comunità, la vittima non viene vista come una vittima, e l’atto anonimo e collettivo di violenza (materialmente eseguito dal sacerdote) che porta alla morte della vittima non viene visto come un omicidio, anche se il sacrificato è un essere umano. Nel sacrificio classico la colpa del capro si dà per scontata. La folla celebra l’uccisione perché non riconosce nel capro una vittima. In altre parole, ciò che rende il sacrificio rituale efficace è l’accusa falsa di colpevolezza e il non vedere la violenza indiscussa insita nell’atto[2] da parte della folla che partecipa vivacemente.
Il sacrificio usa dunque la vittima per ottenere benefici, come ad es. per ringraziare gli dèi (pensiamo a un sacrificio effettuato al termine di una pestilenza), per placare l’ira degli dèi (pensiamo a un sacrificio fatto per ottenere la fine di una pestilenza), o per ingraziarseli[3] (come fa Jefte che, in caso di vittoria, aveva promesso di sacrificare a Dio il primo essere che gli fosse venuto incontro, e sfortunatamente questo primo essere era stata la figlia).
Ora, se la morte del capro espiatorio riesce effettivamente a ristabilire la pace nella comunità, facilmente ci si auto-convince che quell’essere sacrificato doveva essere stato anche la causa dello scoppio della violenza, per cui su di lui si fanno giustamente ricadere tutte le colpe: il capro è colpevole[4]. Ma al tempo stesso la vittima viene sacralizzata perché ha fatto scoppiare la pace; quindi è un salvatore. In seguito, anche se il singolo sacrificio non viene né registrato né ricordato, di fronte a nuove minacce, il capro espiatorio diventa un modello da ripetere, nella convinzione di poter così risolvere le crisi sociali. Dunque si fa un sacrificio perché la comunità non è riuscita a mantenere la pace sociale, e ciò che fa male al capro espiatorio fa bene alla società.
Ma se la vittima fosse stata realmente colpevole, una volta uccisa, il problema avrebbe dovuto essere definitivamente risolto. Invece spesso si ripresentava tale e quale; quindi si può dire che la comunità resta, sì, riunita, ma solo fino alla prossima crisi.
Nella stessa Bibbia, perciò, a un certo punto, si affaccia il dubbio: mentre nel sacrificio ordinario la vittima è colpevole e il sacrificante è innocente, nel racconto del servo sofferente (Is 52,13ss.;53, 4ss.) il sacrificante è colpevole e la vittima è innocente. In entrambi i casi torna comunque la pace sociale, però comincia a farsi strada l’idea che non si deve uccidere ingiustamente: il sacrificio del giusto non deve succedere. Fa capolino il dubbio che Dio cominci a prendere posizione dalla parte del servo sofferente, cioè della vittima. Se la divisione sociale è un male, anche il capro espiatorio innocente è un rimedio che è altrettanto male. Ma il rito
stesso sarà eliminato nella storia umana solo quando tutti prenderanno consapevolezza dell’errore.
Passando al cristianesimo, Paolo – e in questo la Chiesa l’ha seguito - ha applicato alla morte di Gesù la teologia del sacrificio (Eb 9, 12-15), che, basandosi su tradizioni molto antiche fatte proprie da Israele, interpretano la morte della vittima come morte espiatoria, e la pone in relazione col perdono dei peccati[5]. Così la giustizia di Dio viene vista come una giustizia che chiede espiazione e soddisfazione[6].
Come l’agnello pasquale era diventato il centro della liturgia ebraica con la liberazione dall’Egitto (salvandosi dall’angelo della morte che invece entrava nelle case degli egizi non protette dal sangue dell’agnello - Es 12, 1ss.), così Gesù è stato reinterpretato come l’agnello pasquale che salvava col suo sangue, sparso durante la passione e la crocifissione, anche se non sugli stipiti delle porte. Su questa linea è sempre Paolo ad affermare che i sacrifici sono graditi a Dio (Fil 4, 18), e che «senza spargimento di sangue non c’è perdono» (Eb 9,22)[7].
Il teologo americano sostiene nel suo libro che, per capire qualcosa della croce, dobbiamo partire da questo modello antico e universale del sacrificio (ma vedremo subito le grandi differenze). Se cerchiamo di applicare questo modello a Gesù, possiamo subito vedere che Gesù ha creato divisione opponendosi all’ordine sociale e religioso costituito, creando quindi una nuova tensione nella comunità. Anche con la crocifissione di Gesù si è certi che effettivamente verrà riportata la pace, mentre se non lo si crocifigge, c’è il rischio che si realizzi il timore di Caifa: gli ebrei si solleveranno, i romani arriveranno in forze e distruggeranno l’intero popolo (Gv 11, 49s.: «non capite niente, né vi rendete conto che è più conveniente per noi che muoia»). In quel momento la morte di Gesù appare conveniente anche per Pietro, che se non starà zitto e non negherà di conoscere Gesù farà la stessa fine del maestro. È meglio per Pilato – che nell’occasione diventa amico di Erode[8] (Lc 23, 12), mentre prima i due erano come cane e gatto - il quale con il suo nulla-osta per l’uccisione getta acqua sul fuoco, di fatto evitando che la folla sobillata si ribelli apertamente. Noi oggi possiamo dire che Gesù è stato sacrificato sull’altare della ragion di stato, per evitare che i già difficili rapporti tra i conquistatori romani e gli ebrei conquistati, ma non domi, sfociassero in maggiori violenze; e anche per evitare che, con una ribellione, la classe dirigente di Gerusalemme perdesse i privilegi di cui godeva anche sotto l’impero di Roma.
Ovviamente, a differenza del servo sofferente di Isaia, Gesù è persona reale che viene sacrificata in un luogo specifico, in un tempo ben preciso. Inoltre le vittime del sacrificio tradizionale muoiono per mantenere lo status quo, per convalidare l’esattezza del vecchio modo di risolvere le crisi. Anche Gesù, nell’idea degli esecutori, doveva morire per lo stesso motivo, che lui però non condivideva. Ma nella realtà la sua morte è avvenuta per cambiare le cose, è stata quindi un atto di resistenza al rito del capro espiatorio, non un’approvazione del rito, nella consapevolezza che Dio stava dalla sua parte[9]. Poi ci sono ulteriori differenze: nel sacrificio tradizionale la sofferenza innocente funziona perché riporta la pace e la vittima, da subito invisibile, viene presto dimenticata. Con Gesù questa situazione viene rovesciata. L’uomo inchiodato sulla croce rende finalmente visibile agli occhi di chi guarda che c’è una vittima, la quale non è colpevole. Gesù è una vittima ben visibile, e la salvezza non viene dal sacrificio ma dal riconoscimento della sua innocenza. Viene finalmente messo in luce che il sacrificio era sbagliato e che si deve cambiare.
Si chiede allora il teologo americano: possiamo ancora dire che la crocifissione è stata un progetto di Dio o è qualcosa che andava contro la volontà di Dio? È possibile dare alla croce un significato diverso dal sacrificio di espiazione voluto da Dio, così come indicato da Paolo e poi dalla teologia cristiana? Non è che dimenticando la lotta portata avanti da Gesù durante tutta la sua vita, si finisce per svuotare il significato vero della croce, centrandosi solo su di essa?
Ecco allora una nuova e diversa spiegazione della croce. Se si vuol ancora usare il termine ‘sacrificio’, quello di Gesù è stato un sacrificio del tutto sui generis. Nella passione e morte di Gesù possiamo in astratto seguire l’idea che egli è morto per soddisfare un debito cosmico,[10] ma concretamente ci rendiamo conto che non muore per amore di nessuno; in pratica, cioè, non muore nell’atto di soccorrere nessuno. Invece ci è stato insegnato che Cristo è morto per noi tutti. Cristo ha preso il nostro posto intercettando il castigo divino prima che ci venisse addosso. È come se un albero stesse per travolgerci, e Cristo – nostra guida nella foresta oscura della vita - ci spinge da parte e viene colpito e travolto al nostro posto. L’albero che cade è l’effetto dei nostri peccati, la morte è l’essersi allontanati da Dio. In questo senso Cristo ha sofferto il male al nostro posto. Ma se questa immagine concreta di salvataggio non ci sembra offensiva, l’immagine della croce ci mette a disagio perché nella croce non si vede alcun salvataggio concreto. Allora è difficile vedere una redenzione nel racconto della croce, forse perché gli stessi vangeli mettono in evidenza che siamo davanti a un atto malvagio e ingiusto voluto dagli uomini. Siamo certi che Gesù non meritava di finire in croce e non c’è nulla di ammirabile nella morte in croce. Non c’è una dimostrazione concreta di un uomo che salva altri per altruismo, ma solo un’affermazione che ciò avviene “secondo le scritture”, cioè vien data semplicemente un’assicurazione che questo avviene per noi, come si recita nel Credo. Ma come può aiutarci concretamente quella morte atroce? È una ‘morte vuota’ che si fonda sul cieco postulato di una operazione divina nascosta alla nostra comprensione per arrivare a darci un significato che i fatti concreti (passione, sofferenza, morte) non riescono di per sé a darci. Troviamo difficile accettare di essere salvati – anche se siamo colpevoli - dalla sofferenza e morte di un innocente. La morte ingiusta di un innocente, più che far pensare a un nostro salvataggio, più che far pensare a un modo con cui si cerca di mantenere pace e unità nella società, dal nostro punto di vista suscita piuttosto desideri di rivalsa e vendetta[11] contro i ‘cattivi’ che hanno crocifisso Gesù.
Ammettiamo pure che tutti gli uomini siano peccatori incalliti, ma non è questo il punto di partenza per interpretare la croce, sostiene il teologo americano. Il primo punto è come Dio può essere giustificato se, prendendo le parti della vittima, non vendica il capro espiatorio ingiustamente sacrificato. Qui possiamo riconoscere che, se Dio riscatta la vittima con la pronta risurrezione, dimostra di condividere la posizione del capro espiatorio. L’annuncio della risurrezione, cioè, è la conferma che Dio stava dalla parte del morto perché Gesù da vivo era stato dalla parte di Dio: già questo aiuta a eliminare l’immagine di un Dio altrimenti visto come un vampiro bisognoso di sangue altrui per placarsi.
La vera domanda però è ancora un’altra: se Dio rende giustizia alle vittime, come può non fare giustizia contro i persecutori? Come si giustifica Dio che salva anche i persecutori colpevoli?
Conoscendo la nostra natura umana si può anche dire che siamo tutti colpevoli, perché nessuno di noi è mai solo una vittima, perché molto più spesso facciamo parte della folla che assassina la vittima. Forse che gli stranieri che arrivano da noi non finiscono in croce per mano nostra (a prescindere da cosa hanno fatto)? Se solo siamo consapevoli di come ci comportiamo, ci rendiamo conto che siamo noi che meritavamo il castigo inflitto ad altri; siamo noi che meritavamo di finire al posto di Gesù; siamo noi che meritiamo la croce, perché negli altri vediamo i diversi, non certo i nostri fratelli.
Pensiamo alla parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-12; Mt 21,33-46; Lc 20,9-19). Quando gli ascoltatori, cioè i sacerdoti del tempio (Mt 21, 23), dicono che i vignaioli omicidi meritano la morte (Mt 21, 41) essi si condanno da soli per ciò che essi stessi fanno. Però quando si rendono conto che il racconto riguardava propri essi, cambiano registro e vogliono ammazzare Gesù. Capiscono che Gesù è il figlio del proprietario della vigna, e che con la parabola egli smaschera il fatto che il vero Dio del Tempio (della vigna) si chiama interesse, si chiama convenienza. Chiaro, dalla parabola, che Gesù non è morto perché questa era la ferma volontà di Dio, ma è morto per l’interesse della casta sacerdotale che voleva avere il pieno potere sulla vigna, senza dover rendere conto a nessuno.
Oppure pensiamo a Davide che si è comportato come i vignaioli omicidi col suo generale Uria, marito di Betsabea (2Sam 11, 2ss.). Dopo che Davide, per prendersi definitivamente Betsabea, ha mandato a morire in battaglia il di lei marito, il profeta Natan non lo accusa direttamente di omicidio, ma gli racconta la storiella del ricco e del povero che aveva solo una pecorella; sentendo che il ricco prende di prepotenza la pecorella, Davide si arrabbia di brutto e dice che quel ricco dovrebbe essere messo a morte. Al che Nathan gli fa notare: “Quell’uomo sei tu,” e gli fa aprire gli occhi su quanto aveva fatto.
Quando Gesù dice che la pietra scartata diventa la pietra angolare (nell’epoca arcaica era perfino uso seppellire vittime sacrificali nelle fondamenta di grandi edifici o ponti) Gesù si sta richiamando alla pratica del capro espiatorio, ma per fondare una nuova comunità che riconosce il ruolo della vittima e per arrivare a una riconciliazione senza sangue. La pietra di scarto è diventata la base fondativa di una nuova alleanza. Gli assassini di Gesù lo hanno ridotto a pietra di scarto, ma Dio lo rende pietra d’angolo per un nuovo tipo di comunità.
Stranamente quando Gesù risorge non fa ciò che le persone che hanno ascoltato le parabole si aspettano. Non uccide nessuno, perché il Regno di Dio non richiede sacrifici di sangue. E come se Dio avesse installato la retromarcia, perché per Lui non meritano di morire nemmeno coloro che hanno fatto morire Gesù.
Dunque la risurrezione testimonia il trionfo sulla morte e al tempo stesso vendica la vittima in maniera non cruenta. L’invocato regno di Dio è privo di croci, è privo di capri espiatori. Se vogliamo diventare seguaci di Gesù, dobbiamo volerlo imitare nel suo desiderio di eliminare tutte le croci del mondo, che noi disumanamente continuiamo invece a innalzare vicino a noi col nostro comportamento irresponsabile[12].
I vangeli – aggiunge sempre il teologo - ci fanno anche intendere che Gesù è stato merce di scambio con Barabba. Quindi concretamente Gesù ha salvato a vita di un solo individuo, riscattandolo col suo sangue. Solo Barabba può dire che Gesù è morto al suo posto. La salvezza di Barabba resta una buona notizia per lui, ma sappiamo che lo scopo di Gesù non è individuale: l’insegnamento tradizionale ci dice che quella morte salva tutti.
Orbene, visto che erano le nostre divisioni, i nostri conflitti che hanno portato all’idea di dover sacrificare il capro espiatorio (creando in realtà un ulteriore allontanamento da Dio, mentre col sacrificio si credeva di avvicinarsi a Lui), con tale condotta abbiamo in realtà tenacemente nascosto a noi stessi la pietra d’inciampo che avevamo messo tra noi e Dio. Riconciliarsi con Dio significa perciò riconoscere finalmente la vittima quando ne vediamo una, significa convertirci quando ci troviamo in mezzo alla folla assassina che si accalca attorno al capro e riconciliarci gli uni con gli altri, ponendo fine ai nostri conflitti. Abbiamo cercato di trovare la nostra pace nel sangue; Gesù è venuto a guarirci da questa triste medicina.
In questo senso la morte di Gesù, che sembra salvare una persona sola (Barabba), può simbolizzare anche la medicina che salva tutti. Si deve cioè dire che l’atto sacrificale di Gesù mira a rovesciare l’intero meccanismo dell’essere vittima, perché soltanto il porre fine al perverso meccanismo che utilizza in continuazione vittime innocenti può essere una cosa buona per tutti. Lo scambio attraverso cui Gesù prende il posto della singola vittima sulla croce non è però un modello, ma solo un mezzo. Dobbiamo pensare che al posto di Barabba potremmo esserci noi, perché la violenza distruttiva appartiene a tutti noi, visto che con soddisfazione facciamo parte della folla che crede di poter permutare la propria pace con la brutalità del sacrificio, mentre in realtà avveleniamo reciprocamente le nostre relazioni sociali. Il sacrificio è dunque un peccato sociale che tocca tutti noi. Il sacrificio di Gesù intende salvare sempre tutti, non sostituirsi a una sola vittima.
In altri termini, come un judoka divino, Dio non ha distrutto il male da noi fatto reagendo – a sua volta - con la violenza, ma l’ha atterrato sotto il suo stesso peso. Non siamo riconciliati con Dio né fra di noi dal sacrificio di un innocente offerto a Dio. Siamo riconciliati perché Dio, soffrendo, ci ha liberati dalla schiavitù di una pratica violenta di sacrifici che altrimenti ci avrebbe tenuti ancora divisi, facendoci restare nemici del Dio che ha ormai preso definitivamente e chiaramente la parte delle vittime. Siamo riconciliati fra di noi perché, a costo della sofferenza, Dio ci ha offerto un’alternativa alla nostra pregressa idea sbagliata di unità e pace sociale, basata però sulla violenza. Finché continuiamo a usare il capro espiatorio, mai potremmo essere riconciliati neanche fra di noi. Dio tende a una comunità libera da sacrifici. Se il sacrificio rituale continua a ingoiare vittime, una dietro all’altra, come un insaziabile Moloch, l’unico modo che può rompere il perverso meccanismo è girare il processo sacrificale contro di sé. Gesù ha preso il posto della vittima sacrificale per redimerci una volta per tutte dai sacrifici, non certo dai peccati. L’efficacia dell’atto da lui subìto non sta nel sangue e nella violenza, ma nella sua fede. Dio dimostra definitivamente che Gesù (vittima innocente, che però ha una fede salda e per questo sarà salvato) e coloro che hanno fede in lui (i quali stanno dalla parte delle vittime e non dalla parte degli omicidi) non sono abbandonati a sé stessi; e a riprova ecco la risurrezione. La morte in croce non può essere capita se la separiamo dall’immediata risurrezione. Il Cristo risorto manifesta la vendetta della vittima, nel senso che Dio si è identificato con la vittima e la sua sofferenza, escludendo vi sia alcuna sottomissione al sacrificio. Cristo viene risuscitato e la croce ormai vuota chiarisce che la riconciliazione può avvenire senza violenza e senza ulteriori vittime.
L’autore suggerisce dunque questa spiegazione diversa della croce: il sacrificio del capro espiatorio è una pratica umana che non può risolvere il nostro allontanamento da Dio[13]. Il sacrificio umano non ha alcun valore e non è in grado di redimerci. Dunque la croce è sbagliata e non è voluta da Dio; nessuna sofferenza umana, che pur può accadere, è richiesta da Dio che non trova alcuna soddisfazione nella sofferenza. La crocifissione è opera dell’uomo, ma è un’operazione in cui Dio si consegna alla nostra violenza allo scopo di liberarci da essa. In che modo? Gesù è morto per noi, per salvarci da ciò che lo ha ucciso. E ciò che lo ha ucciso non è la giustizia di Dio ma l’ingiustizia dell’uomo, che è disumanamente violento. Dio si è intromesso fra la nostra violenza e le nostre vittime, e da allora questo Gesù sulla croce è sempre stato una presenza che non riusciamo più a toglierci dalla mente. Cristo è morto per porre fine al fatto che altri muoiono per noi, per far ritornare la pace fra di noi. È diventato un capro espiatorio, ma non è il nostro capro espiatorio. Delle divisioni nella nostra società siamo responsabili noi, non di certo il capro espiatorio.
La morte è unita alla risurrezione, ed entrambe placano la violenza. Dio salva non solo Gesù, ma anche i suoi persecutori dalla loro colpa e dalla necessità di ripetere in continuazione questo crimine. La risurrezione testimonia il trionfo sulla morte e al tempo stesso vendica la vittima. La passione e morte va letta dunque in una linea anti-sacrificale. Finché trattiamo Gesù come un capro espiatorio rimaniamo dell’idea che è giusto gettare le nostre colpe su un capro (normalmente innocente) che viene sacrificato, e crediamo che ciò sia sufficiente per risolvere il nostro problema con Dio. Invece la croce non diventa una divina approvazione, ma un atto di resistenza per rovesciare ciò che appare come violenza sacra. Dio rifiuta l’idea che vittime debbano essere offerte con regolarità per ottenere la pace e l’armonia. Questo rifiuto diventa un atto rivoluzionario perché porta alla luce la vera natura di ciò che si sta facendo, e i partecipanti, prima ciechi, finalmente vedono. La guarigione è doppia: vedono che il sacrificio violento era sbagliato, vedono che la pace si può raggiungere per altra strada anche eliminando il sacrificio violento.
Dunque siamo davanti una evoluzione dei termini di sacrificio e capro espiatorio. L’interpretazione della crocifissione va fatta distinguendo tre ambiti, escludendo definitivamente che contenga un invito alla sofferenza, o un’accettazione sottomessa della violenza sul presupposto che Dio domanda un sacrificio di sangue a un innocente per bilanciare le colpe dell’umanità peccatrice. I tre settori inscindibili sono: il primo è l’esistenza fino a quel momento del capro espiatorio; il secondo è l’opposizione di Dio a questo rito, perché lui stesso prende la parte della vittima e vive il tutto per porre fine al rito; infine la risurrezione, come il manifesto di un nuovo modo di vivere. Dei tre aspetti della croce i cattolici pongono l’accento sulla morte e sul sangue della vittima innocente. I protestanti, che invece espongono sempre una croce ormai vuota, senza il Cristo crocifisso, pongono l’accento sulla risurrezione. E forse rendono più chiara la volontà divina di porre fine alla violenza.
La vera forza di Gesù, e quindi del cristianesimo, sta nella risurrezione; il ricominciare senza fargliela pagare a nessuno. Con la risurrezione Dio dimostra che Gesù non era colpevole. I colpevoli che l’hanno crocifisso incapaci di andare oltre l’omicidio, hanno perso. Per questo Paolo può dire che vana è la nostra fede se non c’è risurrezione (1Cor 15, 17). Non sarebbe bastato il solo sacrificio della croce. La croce s’inserisce nella tradizione della testimonianza che dà voce alle vittime, ed è una testimonianza anti-sacrificale. Rappresenta la voce della vittima e la speranza di porre fine alla violenza erroneamente ritenuta redentiva. Ma per dimostrarlo c’è bisogno della risurrezione. La morte di Gesù è stata opera del peccato degli uomini, il superamento della morte (del capro espiatorio) è stata opera di Dio.
Con la risurrezione Gesù è discolpato dell’accusa di essere un capro espiatorio colpevole; con la risurrezione sono assolti anche coloro che lo hanno trasformato in un capro espiatorio; ma possono essere assolti perché in realtà Gesù non è morto. Immaginando di trasportare la scena nell’aula di un tribunale: gli esecutori pensavano di averlo ucciso e sono sul banco degli imputati, ma ecco che Gesù compare vivo e quindi non può essere stato ucciso. Comparendo, da una parte conferma che quegli uomini hanno voluto compiere un crimine, ma dall’altra offre agli esecutori la possibilità di cavarsela. Come? L’unica via è ammettere di essere colpevoli, di aver agito male, e così possono essere perdonate le intenzioni e le azioni cattive di tutti: degli esecutori materiali, ma anche di noi che facilmente avremmo preso parte della folla partecipando volentieri al sacrificio pensando (erroneamente) di raggiungere finalmente la pace sociale[14]. Ma questo non avviene se non si riconosce nell’aula il diritto delle vittime di testimoniare apertamente contro gli esecutori[15].
Con Gesù il sacrificio del capro espiatorio è diventato un modo di vivere, non più di uccidere (Rm 12, 19: “non vendicatevi, lasciate agire a Dio”). Mentre l’agnello pasquale continua ad essere sacrificato nel sangue in ricordo dei primogeniti salvati dall’esodo (a differenza dei primogeniti egizi), il “fate questo in memoria di me,” pur parlando di corpo e di sangue, non richiede più la morte di nessuno, né più alcun versamento di sangue. Quello fatto da Gesù è una sostituzione dei pregressi sacrifici, una via alternativa. Anche i partecipanti all’eucaristia non partecipano ad alcuna uccisione, e il pane e il vino diventano solo un legame fra i partecipanti. I partecipanti non si raccolgono più attorno a un altare su cui sta un corpo da sacrificare spargendo sangue (col sacerdote nella veste di macellaio), ma si raccolgono attorno a una mensa, nella convivialità fraterna per diventare essi lo stesso corpo di Cristo nel mondo, animati dallo Spirito santo. La pace che Gesù dà alla comunità non viene allora più dal sacrificio cruento, ma dallo Spirito Santo,[16] che prende la parte dell’accusato, della vittima, ma al tempo stesso porta unità dove c’era ormai divisione. È stata trovata una nuova via rispetto al capro espiatorio, e con l’eucaristia il vangelo chiama alla fine del sacrificio. Dunque neanche la messa è più un sacrificio, inteso il termine nei modi tradizionali.
Se proprio vogliamo ancora ricorrere alle parole usate da sempre occorre comunque dire a chiare lettere che non può esistere una ricetta di Dio di restaurare la pace attraverso la sofferenza di un innocente. Il sacrificio tradizionale era la colla che teneva insieme l’ordine sociale. La croce di Cristo mette in difficoltà il solidale consenso della folla per il sacrificio (e nostro che facciamo facilmente parte di quella folla) perché ci fa aprire finalmente gli occhi sull’ingiustizia di uccidere una vittima innocente. Gesù cambia allora il significato della parola sacrificio perché ormai si può vivere senza i sacrifici tradizionali: il pane e il vino sostituiscono per sempre le vittime sacrificali. Nel cristianesimo il ritorno del sacrificato risorto è la testimonianza che una crisi non deve essere più risolta col sacrificio di sangue, ma solo con la risoluzione dell’ingiustizia.
Seguendo questa linea la comunità cristiana iniziale si staccherà dal giudaismo[17] perché testimonierà a favore della vittima Gesù. Anche Pietro, che pur lo ha tradito, farà la stessa cosa testimoniando a favore della vittima e sottolineando l’errore di chi l’ha voluto uccidere (cfr. At 3, 14s.,17ss.). Anche Paolo, che dapprima perseguitava i cristiani pensando così di mantenere la pace e l’unità nella comunità, dopo Damasco pensa di ottenere questa stessa pace predicando ai gentili[18]. Il frutto della testimonianza non mira a moltiplicare i martiri, ma a convertire i persecutori. Insomma, il cristiano deve cercare una via diversa per risolvere le crisi che periodicamente affliggono la società. Ad esempio, le carestie ed epidemie erano le occasioni per guardarsi reciprocamente con sospetto, per dividersi e ricorrere al sacrifico del capro espiatorio. I discepoli di Gesù fanno una colletta e mostrano che c’è una via diversa per risolvere la crisi: non occorre più sacrificare un capro per risolvere la crisi dovuta alla carestia.
Il lato triste è che non sempre neanche la comunità cristiana è riuscita a percorrere queste nuove vie non violente; spesso è ricaduta nello stesso sacrificio di sangue. Ad esempio, i giudei sono diventati per i cristiani perfetti capri espiatori, e la rivelazione che doveva porre fine definitiva al capo espiatorio è diventata una scusa per avere un nuovo capro espiatorio (gli ebrei sono deicidi, quindi sono colpevoli). Nella storia del cristianesimo vediamo predicatori cristiani che raccontano di una folla ebraica che collettivamente uccide un innocente Gesù, ma solo al fine di incitare un’altra folla cristiana (disumana?) a uccidere collettivamente degli ebrei innocenti[19]. Ecco perché il percorso per diventare cristiani è ancora lungo e difficile.
Per concludere, non è che dobbiamo accettare per oro colato la spiegazione del teologo Stephen Mark Heim, ma possiamo apprezzare lo sforzo per cercar di dare alla crocifissione un significato diverso da quello vetusto, ormai inaccettabile e da accantonare, della morte cruenta per placare Dio offeso dai nostri peccati nel suo immenso onore. Dobbiamo cercare spiegazioni nuove, dare una diversa versione al cosiddetto “sacrificio di Cristo”,[20] e abbandonare l’idea che Dio sia un crudele vampiro assetato di sangue e richiedente sacrifici.
(continua)
NOTE
[1] Heim S.M., Saved from sacrifice, W: B. Eerdmans Publishing, Grand Rapids, Michigan (USA), 2006.
[2] Questo è sufficiente per rendersi conto di come, fortunatamente, la sensibilità delle persone sia cambiata nel tempo, anche se ci sono voluti tanti secoli. Oggi si ragiona in altri termini sulla morte violenta: spaventoso non è che gli animali si divorino l’un l’altro: che cosa ne sanno loro della morte? Che uomini, i quali sanno che cos’è la morte, comincino a uccidere, questa è invece la cosa più spaventosa (Canetti E., Il libro contro la morte, Adelphi, Milano, 2017, 212).
[3] Cfr. “A te offrirò un sacrificio di ringraziamento” (Sal 116, 17).
[4] Anche la caccia alle streghe è un antichissimo modello di processo sacrificale, con l’accusa convinta che queste creavano danno alla comunità. Oppure pensiamo anche in tempi più recenti la caccia che si dava agli untori, ritenuti responsabili della diffusione della peste. Le vittime – nell’opinione della massa - erano sempre colpevoli.
[5] Castillo J.M., L’umanizzazione di Dio, EDB, Bologna, 2019, 368. Chiaro che con la teologia della redenzione e del peccato anche Giovanni Battista è diventato più determinante.
[6] Dunque tre concetti: sacrificio, espiazione, soddisfazione, e tutti e tre sono temi connessi alla violenza religiosa, tant’è che qualsiasi teologia incentrata sulla primaria necessità di non offendere Dio non esita a uccidere chiunque viola il diritto all’onore di Dio.
[7] La Lettera agli Ebrei è rimasta il pilastro fondamentale per giustificare questa dottrina del sacrificio cruento di Gesù, affinché fossero adempiute sempre le Scritture (Is 53, 5s.: il servo sofferente, ferito per le nostre colpe, è stato schiacciato per i nostri peccati. È stato punito e noi siamo stati salvati).
[8] Se non proprio amicizia, quantomeno i due fronti si sono accordati per una tregua, deviando la loro violenza che rischiava di contrapporli, su un innocente, ritenuto però fonte delle tensioni sorte nella comunità. Una violenza dunque giustificata e positiva ai loro occhi.
[9] Gli afflitti spesso trovano affinità col Cristo crocifisso, ma non in senso remissivo e passivo: semplicemente esprimono convinzione che Dio s’identifica con la loro condizione e sta dalla loro parte nella lotta per trasformare la società.
[10] Faccio notare che nel giudaismo del movimento apocalittico vigeva l’idea che il male esistesse nel mondo come ribellione cosmica; questa idea è passata anche nel cristianesimo, dove si è sostenuto che degli angeli si erano ribellati a Dio (così Gabriele Boccacini nel corso della conferenza Gruppi e correnti del pensiero del giudaismo del secondo Tempio, durante il Convegno “Chi era l’uomo Gesù” - giornata di studi a cura di Un Mare di archeologia, Trieste, 28.5.2024).
[11] Non succede la stessa cosa nella tragica situazione Israele-Palestina, davanti a tante morti di innocenti?
[12] Pensiamo solo a come la responsabilità ci pare ovvia e doverosa quando la chiediamo agli altri, quando siamo noi nella posizione delle vittime; ma quando è in capo a noi scopriamo quanto sia faticosa e quanto siamo tentati di non assumercela (Grandi G., Scusi per la pianta, DeA Planeta Libri, Milano, 2021, 34).
[13] ““Da dove arriva il male?” si chiedevano i giudei. Dal libero arbitrio dell’uomo (come pensavano i farisei), o da una ribellione cosmica (come pensavano gli apocalittici)? Se il male dipende dall’uomo, basta l’uomo per risolvere la situazione. Se invece Dio ha perso il controllo del suo creato, ristabilire l’ordine è problema suo e occorre un intervento superumano” (sempre Boccacini, Gruppi e correnti del pensiero del giudaismo del secondo Tempio, cit.).
[14] Non pensiamo che cacciando tutti gli immigrati finalmente vivremo in pace? Nella guerra fra palestinesi e israeliani non sono tanti a pensare che solo dopo aver ammazzato tutti i nemici arriverà l’agognata pace?
[15] Questa può essere forse la giusta spiegazione anche di Rm 4, 25: «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione».
[16] In alcune chiese protestanti si dice: “prendete e mangiate, e possa lo spirito in cui Cristo è morto essere anche il vostro spirito”.
[17] In particolare dalla religione dei sadducei, incentrata sul Tempio, sui sacerdoti e sui sacrifici.
[18] Trent’anni anni dopo la morte di Gesù il movimento cristiano predicato da Paolo era come un seme gettato nei dintorni delle sinagoghe (perché Paolo iniziava le sue prediche sempre da lì, dove spesso veniva anche preso a bastonate), e fruttificava tra i giudei non del tutto ortodossi che voltavano le spalle alle sinagoghe, nonché fra gli ellenisti giudaizzanti che urgevano alle porte delle sinagoghe (Gentile P., Storia del Cristianesimo dalle origini a Teodosio, Rizzoli, Milano, 1969, 161). Geograficamente il proselitismo di Paolo si è diffuso con una certa rapidità marciando proprio sulle strade già preparate dalle colonie giudee; e non è un caso se le prime persecuzioni sono state istigate proprio dai giudei, che ritenevano inaccettabili le tesi propugnate dai cugini cristiani (Pérez Márquez R., L’Apocalisse della Chiesa, ed. Cittadella, Assisi, 2011, 130). Del resto anche Gesù era stato ucciso per aver propugnato queste stesse tesi.
Ma teniamo anche presente che il giudaismo ellenista in questo aveva preceduto Paolo, perché credeva in un ordine cosmico (governato dalla Sapienza di Dio), in cui l’ebraismo era la religione del cosmo: i sacerdoti erano la guida del popolo ebraico, ma gli ebrei erano guida del mondo (ecco perché questo movimento accettava anche non circoncisi, non ebrei). Aprendosi ai timorati di Dio che gravitavano attorno alle sinagoghe (non circoncisi) Paolo non faceva che riprendere questa idea già presente nell’ebraismo (Boccacini, Gruppi e correnti del pensiero del giudaismo del secondo Tempio, cit.).
[19] Pensiamo solo al rinascere dell’anti-semitismo dopo il tragico 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas ai villaggi israeliani.
[20] Naturalmente non solo Heim, ma molti altri ormai hanno cercato strade diverse. Ad esempio, in pillole vediamo l’opinione del prof. Castillo, il quale dice che è notorio che il sacrificio occupa un posto centrale nostra nella religione. Ma questo entra già in conflitto con l’idea aristotelica e metafisica del Dio motore immobile. Infatti ci viene anche insegnato che, col sacrificio, Cristo ha in realtà cambiato Dio, perché (stante la dottrina della soddisfazione) Cristo ci ha salvati tramite l’azione che ha esercitato su Dio. Di fronte al sacrificio della croce, Dio, placato nella sua collera, ha smesso di essere indignato contro di noi, ci ha perdonati e ci ha restituito il suo amore (Castillo J.M., I poveri e la teologia, ed. Cittadella, Assisi, 2002, 281). Ma in tal modo, la salvezza viene presentata come un regolamento di conti fra Dio e Dio, di cui gli uomini beneficiano perché Cristo-Dio ha cambiato Dio-Padre; e Dio-Padre ha mandato in terra suo Figlio non perché ci amava, ma perché era irritato con noi (Idem, 283). E il Gesù umano? Dimenticato. Invece, il Vangelo include la rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini, così come questo amore si manifesta nella vita umana di Gesù: perciò la salvezza opera già nella vita di Gesù, e quindi nella vita e nella storia di noi che crediamo in Gesù come Salvatore (Idem, 282). Cristo ci salva non perché ha cambiato Dio, ma perché cambia noi (Idem, 283). Non è vero che ciò che placa Dio e che Dio gradisce è l’immolazione, cioè la distruzione di una vita, che si trasforma in vittima (Idem, 211). Sta di fatto che la teologia della salvezza per l’altra vita, la morale del divieto, la censura, la malsana colpa e la spiritualità dell’ascetismo incentrato sul sacrificio autodistruttivo, mescolati all’oblio di questa vita e di quanti qui soffrono, ha portato tante persone al rifiuto della Chiesa (Idem, 213). Si deve dire che non si tratta di placare Dio con sacrifici e riti religiosi; il sacrificio è vivere ogni giorno in modo tale che, per quanto dipende da noi ed è alla nostra portata, rendiamo più sopportabile e più degna la vita di coloro che incontriamo (Idem, 214s.).