DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
Marginalità della Chiesa o kairós?
In questo 2025 attraversato da nuovi conflitti, povertà inedite, una recessione globale che spezza comunità e legami sociali, e un pianeta che risponde con eventi climatici sempre più estremi, la voce della Chiesa si sente poco — o forse si sente, ma non incide. Una marginalità che non è solo mediatica o politica, ma profondamente culturale. Le sue parole non fanno più tremare i governi. I suoi appelli – anche continui, anche lucidi – non scalfiscono la mentalità nazionalista, guerrafondaia, centrata su logiche di forza che domina oggi buona parte della leadership mondiale.
Eppure, non è sempre stato così. Ci sono stati secoli in cui la Chiesa non era solo ascoltata: era temuta, consultata, obbedita. Il diritto canonico era legge anche per gli Stati, e la scomunica poteva ribaltare alleanze e detronizzare re. La Chiesa parlava, e il mondo si fermava.
Ma quella centralità ha spesso avuto un prezzo. Quando la Chiesa ha confuso il Regno di Dio con le dinamiche del potere, ha smarrito la radicalità del Vangelo. Quando ha preteso di decidere più che accompagnare, di governare più che servire, ha perso la voce profetica che nasce dalla povertà, non dall’autorità.
Oggi, al contrario, ci troviamo in una stagione storica segnata da una marginalità che potrebbe apparire come debolezza. Ma è forse, più profondamente, un kairós – un tempo opportuno, da leggere e accogliere. Perché proprio quando la Chiesa perde influenza, può tornare ad essere lievito. Proprio quando non è più potere, può essere profezia. È questo il tempo in cui riscoprire la dimensione etica del Vangelo: non come dottrina astratta, ma come scelta concreta, incarnata, credibile.
Ed è anche il tempo in cui a parlare devono essere i profeti. Non quelli dall’alto, istituzionali, già ascoltati troppe volte senza effetto. Ma quelli che partono dal basso. Profeti silenziosi che vivono nelle periferie, nei campi, nelle scuole, nei corridoi degli ospedali, nei centri di accoglienza, nei quartieri invisibili delle nostre città. Uomini e donne che non aspettano di essere autorizzati, ma agiscono spinti da una coscienza evangelica che sa distinguere il bene dal consenso, la pace dalla diplomazia, la verità dalla propaganda.
I ruoli di agente del Vangelo oggi sono molteplici, decentrati, disseminati. E questo è forse il vero volto di una Chiesa che torna a essere popolo prima che gerarchia. Che si fa comunità di discernimento, prima che sistema di decreti. Che non punta più a dettare la linea alla storia, ma a condividere – in fedeltà e disarmo – il cammino faticoso dell’umanità.
In questo kairós non servono proclami, ma gesti. Non servono poteri, ma coscienze. Non servono strategie, ma conversioni. È il tempo dell’etica evangelica che si fa carne nelle scelte quotidiane, nelle economie di prossimità, nella giustizia sociale, nella custodia della terra, nella costruzione paziente della pace.
È il tempo dei profeti, e forse questa volta Dio ha scelto che sorgano dal basso.