Cynthia Erivo e Colomba da Rieti
di Stefano Sodaro
Terza e ultima puntata de Il dossier delle Cinque di Rodafà, Editoriale in forma di romanzo a puntate
Capitolo 1 – La Partenza
Rodafà Sosteno non era nome di un uomo concreto. Anzi, non era nemmeno un nome, nel senso tradizionale. Era un codice, un anagramma, un gesto di fondazione. Le cinque donne, che lo avevano scelto come firma collettiva nel settimanale per cui scrivevano, lo avevano fatto con cura, con rispetto, con consapevolezza. Lo avevano smontato, riletto, rifondato. Non per nascondersi, ma per amplificarsi.
Rodafà Sosteno era il nome del loro progetto editoriale, ma ogni articolo portava le loro firme: Emanuela, Maria Giovanna, Martina, Melissa, Paola. Cinque voci, una sola intenzione. Ed altre voci di donne – ne erano certe – si sarebbero aggiunte.
Il giornale non aveva sede fisica. Viveva tra le righe, nei server, nei pensieri. Era nato da un’idea condivisa durante una notte di pioggia, quando Emanuela, biblista e visionaria, aveva detto: “Scriviamo come se il mondo avesse bisogno di essere riscritto.” E così avevano fatto.
Quando arrivò l’invito per la prima mondiale del *Jesus Christ Superstar* al Hollywood Bowl, nei primi giorni dell’agosto 2025, con Cynthia Erivo nel ruolo di Gesù, fu come ricevere una chiamata mistica. Una donna queer, afrodiscendente, interprete del Cristo: il mondo stava cambiando, e loro volevano esserci.
Il viaggio fu organizzato in fretta. Maria Giovanna, canonista, si occupò dei permessi e delle credenziali. Martina, avvocato civilista ed esperta d’arte classica, gestì i contratti e le prenotazioni. Melissa, grafica e filosofa, disegnò un logo speciale per l’occasione. Paola, teologa e psicologa, preparò una riflessione da pubblicare il giorno dopo lo spettacolo. Emanuela, come sempre, portò con sé una Bibbia annotata e un quaderno nero.
L’aereo decollò da Roma in una sera di fine luglio. Le cinque donne sedevano vicine, immerse in un silenzio carico di attesa. Nessuna parlava, ma tutte sapevano: stavano andando incontro a qualcosa che avrebbe cambiato il loro modo di vedere il sacro.
Hollywood le accolse con il suo caos luminoso. Il teatro era un tempio moderno, all’aperto, e l’atmosfera vibrava di attesa. Cynthia Erivo, nel ruolo di Gesù, era già leggenda prima ancora di salire sul palco.
Quando le luci si abbassarono, il mondo tacque. E poi, lei: Cynthia, vestita di bianco, occhi ardenti, voce che trapassava le ossa. Non imitava il Cristo: lo incarnava. Un Cristo finalmente donna. Ogni nota, ogni gesto, ogni silenzio era una ferita e una resurrezione. Le cinque donne, sedute in fila, non respiravano. Quando il sipario calò, non applaudirono subito. Avevano gli occhi umidi.
Fu Paola a parlare per prima, nel silenzio della limousine che le riportava all’hotel. Esclamò di botto, sorprendendo le altre: “Questa interpretazione… è come se avessimo visto Colomba da Rieti.”
Le altre tacquero. Paola aveva bevuto? Che c’entrava ora la rinascimentale beata Colomba da Rieti, vissuta più di quattro secoli fa?
Ma sapevano che il viaggio non era finito. Era appena cominciato.
Capitolo 2 – La Visione
Il silenzio che seguì lo spettacolo non era vuoto. Era denso, stratificato, come il silenzio che precede una rivelazione. Le cinque donne sedevano nella limousine come in un confessionale mobile, ciascuna immersa in un pensiero che non sapeva ancora come dire.
Fu Paola, la teologa e psicologa, a rompere ancora il silenzio. La sua voce era bassa, ma ferma. Tornò a ripetere:
“Questa sera, sì… è come se avessimo visto Colomba da Rieti.”
Emanuela, la biblista, sollevò lo sguardo dal quaderno che aveva iniziato a riempire già durante l’atto finale. Avvertiva che obiezioni sulla memoria di un personaggio storico quasi del tutto sconosciuto, come Colomba da Rieti, non erano opportune. Del resto, lei, umbra, conosceva benissimo l’episodio dell’incontro con la beata e niente di meno che il lussurioso, terribile, panciuto e tronfio papa Alessandro VI, alias Rodrigo Borgia. “Posso essere d’accordo,” disse. “Ma con un linguaggio nuovo. Cynthia non ha recitato il Cristo. Lo ha incarnato. Ha fatto ciò che i mistici fanno: ha attraversato il simbolo e lo ha reso carne.”
Maria Giovanna, canonista, rifletté ad alta voce. “Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI, incontrò Colomba nel 1495. Era a Perugia, in piena estate. Lei, una terziaria domenicana, parlava con Dio. Aveva visioni, stigmate invisibili, e una voce che faceva tremare i cardinali. Il Papa, uomo di potere e piacere, rimase sconvolto. Non capiva come una donna potesse portare il divino con tanta forza.”
Martina, che aveva studiato l’iconografia classica, aggiunse: “Cynthia ha fatto lo stesso. Ha preso il ruolo più sacro, lo ha incarnato, e ci ha fatto credere. Non come provocazione, ma come rivelazione. Come se il Cristo potesse essere chiunque, purché attraversato dal dolore e dalla luce.”
Melissa, la filosofa, parlava piano, come se stesse ancora ascoltando. “Forse il Cristo non ha genere. Forse il divino è più fluido di quanto pensiamo. Cynthia ha mostrato che il sacro non è proprietà di una forma, ma di una intensità.”
Emanuela annuì. “Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice ‘Io sono’. Non ‘Io sono uomo’, né ‘Io sono ebreo’. Solo ‘Io sono’. È una formula ontologica, non identitaria. Cynthia ha incarnato quell’essere. Ha detto ‘Io sono’ con il corpo, con la voce, con la storia.”
La limousine si fermò davanti all’hotel. Nessuna si mosse subito. Il momento era troppo pieno per essere interrotto.
Paola, guardando fuori dal finestrino, disse: “Quattrocento anni fa, Colomba fu beatificata. Oggi, Cynthia ha fatto un miracolo. E noi lo abbiamo visto.”
Le altre tacquero. Ma nei loro occhi brillava qualcosa che non era solo commozione. Era riconoscimento. Era gratitudine. Era il senso profondo di essere testimoni di un evento che avrebbe cambiato il modo di pensare il sacro.
Capitolo 3 – Il Parallelo
La mattina seguente, il cielo su Hollywood era stranamente grigio. Le cinque donne si erano ritrovate nella sala colazioni dell’hotel, ciascuna con un taccuino aperto e una tazza di caffè che si raffreddava lentamente. Nessuna aveva dormito molto. Lo spettacolo della sera prima continuava a risuonare dentro di loro come un canto antico.
Emanuela fu la prima a parlare. “Cynthia ha fatto ciò che i testi sacri non osano dire esplicitamente: ha mostrato che il Cristo può essere incarnato da chiunque sia disposto a portare la croce, non come simbolo, ma come esperienza.”
Maria Giovanna, canonista, sfogliava un volume rilegato in pelle. “Colomba da Rieti fu una donna che viveva in uno stato mistico permanente. Parlava con Dio, digiunava, aveva visioni. Quando Alessandro VI la incontrò, fu sconcertato. Non riusciva a conciliare la sua teologia del potere con quella donna che sembrava parlare con l’Assoluto.”
Martina, che aveva studiato l’arte rinascimentale, intervenne: “Colomba non era rappresentabile. Non c’è un’iconografia canonica di lei. Come Cynthia ieri sera: non era immagine, era presenza. E il Papa, abituato a controllare i simboli, si trovò davanti a qualcosa che non poteva dominare.”
Melissa, la filosofa, rifletteva a voce bassa. “Lo sconcerto imbarazzato di Alessandro VI è lo stesso che molti avranno provato ieri. Una donna queer, nera, che interpreta Gesù. Ma il turbamento è il primo passo verso la rivelazione. È il momento in cui il dogma si incrina e lascia entrare la luce.”
Paola, la teologa, scriveva mentre parlava. “Colomba fu beatificata nel 1525, quattrocento anni fa. Non perché fosse conforme, ma perché era irriducibile. Cynthia ha fatto lo stesso. Ha mostrato che il sacro non è proprietà di una tradizione, ma di una verità incarnata.”
Emanuela chiuse il quaderno. “Il Cristo non è un ruolo. È una ferita aperta. È chi la porta senza chiedere di essere creduto, ma solo di essere ascoltato.”
Le cinque donne tacquero. Poi, quasi all’unisono, iniziarono a scrivere. Non un articolo, ma un canto. Un testo collettivo, firmato come sempre da Rodafà Sosteno, ma con i loro nomi in chiaro. Perché la voce collettiva non cancella la singolarità. La amplifica.
Capitolo 4 – Rodafà e il Futuro
Il volo di ritorno fu silenzioso. Non per stanchezza, ma per rispetto. Le cinque donne avevano vissuto qualcosa che non si poteva commentare con leggerezza. Cynthia Erivo aveva aperto una ferita luminosa, e loro ne erano uscite trasformate.
Tornate in Italia, si ritrovarono nel consueto spazio virtuale dove Rodafà Sosteno prendeva forma. Non c’era una redazione, né una sede. Solo un archivio condiviso, una cartella criptata, e un patto: ogni parola doveva essere necessaria.
Il testo nacque in una notte. Non era una recensione. Non era un saggio. Era una meditazione, una liturgia laica, una testimonianza. Parlavano di Cynthia, di Colomba, di Alessandro VI. Parlavano del turbamento come via di accesso al sacro. Parlavano del Cristo come esperienza, non come ruolo. Parlavano di come l’arte possa essere teologia incarnata.
Il titolo era semplice:
“Il Cristo che ci ha guardate”
Firmato: Rodafà Sosteno
Sottotitolo: Emanuela, Maria Giovanna, Martina, Melissa, Paola
Il testo fu pubblicato sul sito del giornale. Poi condiviso. Poi tradotto. Poi citato. In poche settimane, Rodafà Sosteno divenne un nome che circolava tra teologi, artisti, attivisti, pensatori. Non come marchio, ma come segnale.
In una conferenza a Berlino, una giovane teologa citò il loro articolo come esempio di “teologia femminile incarnata”. In una rivista queer di New York, il nome Rodafà Sosteno apparve accanto a Judith Butler e bell hooks. In un seminario a Roma, un professore di liturgia parlò di Cynthia Erivo come “la Colomba del nostro tempo”.
Le cinque donne non cercavano fama. Cercavano verità. E l’avevano trovata, non in una formula, ma in una voce. In un corpo. In una presenza.
Un giorno, Paola scrisse alle altre:
“Il miracolo non è stato Cynthia. Il miracolo è stato che noi l’abbiamo riconosciuta.”
Emanuela rispose:
“Come Alessandro VI, ma senza paura.”
Rodafà Sosteno continuò a scrivere. Non per spiegare, ma per ascoltare. Perché il sacro, quando si manifesta, non chiede di essere capito. Chiede di essere accolto.
Era settembre, e l’eco dello spettacolo di Hollywood continuava a vibrare nei pensieri delle cinque donne. Il loro editoriale aveva aperto porte inattese: inviti a convegni, lettere da teologi, messaggi da artisti. Ma ciò che le colpì di più fu una mail ricevuta da un monastero benedettino dell’Umbria.
La firmava suor Veronica.
“Care sorelle di Rodafà Sosteno,
ho letto il vostro testo. L’ho letto in silenzio, davanti all’icona del Cristo Pantocratore. E ho pianto.
Vi invito a venire qui. Non per parlare. Per ascoltare.”
Veronica era una monaca benedettina, colta e silenziosa, che viveva in clausura ma manteneva un dialogo epistolare con teologi e pensatori di tutto il mondo. Le cinque donne accettarono l’invito.
Nel chiostro del monastero, trovarono anche altre due ospiti: Adhanet, madre eritrea, rifugiata e attivista, e Farian, docente iranista, esperta di mistica persiana e di poesia sufi.
Veronica le accolse con un sorriso che sembrava antico. “Voi avete visto il Cristo. Ora ascoltate chi lo ha incontrato in altri modi.”
Adhanet parlò per prima. “Nel mio villaggio, in Eritrea, il Cristo non era un uomo bianco. Era il volto di mia madre quando portava l’acqua. Era il corpo di mio fratello quando tornava ferito. Era la voce del silenzio quando pregavamo sotto le stelle.”
Farian, con voce calma e occhi profondi, aggiunse: “Nel sufismo, il divino è bellezza che brucia. È l’amato che non ha volto. È l’ebbrezza che dissolve l’identità. Ho visto Cynthia Erivo, e ho pensato a Rabia al-Adawiyya, la mistica che diceva: ‘Io amo Dio, non per il paradiso, né per paura dell’inferno, ma perché è degno d’amore.’”
Veronica, infine, parlò lentamente. “Nel mio silenzio, ho capito che il Cristo non è proprietà della Chiesa. È il passaggio. È il volto che ci guarda quando non abbiamo più risposte. Cynthia ha fatto ciò che i mistici fanno: ha mostrato il volto che non si può descrivere.”
Le cinque donne ascoltavano. E scrivevano. Non per pubblicare. Ma per ricordare.
Quella sera, nel refettorio del monastero, sedute attorno a una tavola semplice, le otto donne condivisero pane, vino, e parole. Non c’era gerarchia. Non c’era dottrina. Solo presenza.
Melissa, la filosofa, disse: “Rodafà Sosteno non è più solo nostro. È diventato spazio. Luogo. Corpo collettivo.”
Emanuela, la biblista, aggiunse: “Come la Chiesa dovrebbe essere. Come il Cristo è: molteplice, incarnato, sorprendente.”
Veronica sorrise. “Allora restate. Scrivete qui. Il chiostro è vostro.”
Il chiostro era silenzioso, ma non immobile. Le pietre sembravano respirare. Le otto donne si erano distribuite in piccoli angoli: alcune scrivevano, altre camminavano, altre ancora meditavano davanti a icone o alberi.
Veronica aveva aperto la biblioteca del monastero. “Qui ci sono testi che non si leggono più. Mistici dimenticati. Voci censurate. Traduzioni rare. Prendeteli. Ma non cercate verità. Cercate ferite.”
Adhanet trovò un manoscritto copto del IV secolo. Lo sfiorò come si tocca la pelle di un neonato. “Questa lingua è mia. Ma non la conosco. È come la fede: ti appartiene, ma ti supera.”
Farian traduceva versi di Hafez e li confrontava con le lettere di Teresa d’Avila. “Entrambe parlano di fuoco. Ma uno brucia per amore, l’altra per obbedienza. E se il Cristo fosse entrambe le fiamme?”
Melissa scriveva aforismi. “Il Cristo non è un uomo. È una domanda che non smette di chiedere.”
Emanuela annotava: “La teologia è il tentativo di spiegare ciò che dovrebbe restare mistero. Cynthia Erivo ha restituito il mistero.”
Veronica, seduta sotto un ulivo, scriveva lettere che non avrebbe mai spedito. “A Papa Francesco. A suor Ignazia. A mio padre. A Dio. Nessuno risponde. Ma io scrivo lo stesso.”
Le altre tre donne – Giulia, Fatima e Clara – cucinavano, cantavano, leggevano ad alta voce. Il chiostro era diventato un corpo vivente.
Una sera, Adhanet propose: “Scriviamo un testo insieme. Non un saggio. Non un articolo. Un canto. Un testo che non si possa citare, ma solo vivere.”
Farian suggerì il titolo: Rodafà, il nome che brucia.
E così iniziarono. Ogni giorno, una scriveva un frammento. Le altre lo leggevano, lo commentavano, lo trasformavano. Non c’era firma. Non c’era proprietà. Solo voce.
Il primo frammento fu di Veronica:
“Il Cristo è il volto che non riconosci,
ma che ti riconosce.”
Il secondo, di Adhanet:
“Il Cristo è la madre che fugge,
e il figlio che resta.”
Il terzo, di Farian:
“Il Cristo è il vino che non ubriaca,
ma sveglia.”
Il chiostro, ogni notte, si riempiva di parole. E di silenzio.
Era il terzo giorno nel chiostro. Le donne avevano scritto frammenti, cantato inni, discusso su icone e profezie. Ma qualcosa aleggiava nell’aria: un’urgenza, una domanda non detta.
Veronica, dopo la preghiera dell’ora nona, si ritirò nella sua cella. Accese una candela. Prese carta e penna. E scrisse.
“A Sua Santità,
Non vi scrivo per chiedere. Vi scrivo per dire.
Ho visto il Cristo. Non in visione. Non in dogma. Ma nel volto di una donna nera, che ha cantato come se il mondo dovesse finire.
Ho visto il Cristo nel silenzio di una madre eritrea, che ha perso tutto ma non la fede.
Ho visto il Cristo nei versi di un’iranista che parla di Dio come di un amante.
Ho visto il Cristo in cinque donne che non cercano potere, ma verità.
E ho capito che la Chiesa non è il luogo dove si custodisce il Cristo. È il luogo dove lo si perde, per ritrovarlo altrove.
Voi parlate di ortodossia. Noi parliamo di incarnazione.
Voi temete lo scandalo. Noi lo chiamiamo rivelazione.
Non vi chiedo di approvare. Vi chiedo di ascoltare.
Il Cristo è già altrove. E canta.”*
Veronica rilesse la lettera. La piegò. La sigillò. Ma non la spedì.
La mise sotto l’icona del Cristo Pantocratore. E disse: “Se è vero, arriverà. Se non lo è, resterà qui.”
Le altre donne la trovarono il giorno dopo. La lessero. Nessuna parlò. Ma tutte piansero.
Adhanet disse: “Questa lettera è la nostra liturgia.”
Farian aggiunse: “È la nostra rivoluzione.”
Melissa, con voce ferma, disse: “È il nostro vangelo apocrifo.”
Emanuela, la biblista, sorrise. “Apocrifo, sì. Ma vero.”
Quella sera, nel chiostro, non si scrisse nulla. Si cantò. In copto, in farsi, in latino, in italiano. Le lingue si mescolavano. Come le fedi. Come le ferite.
La notte era scesa sul chiostro come un mantello. Le pietre, illuminate da candele sparse, sembravano vibrare. Le otto donne si erano preparate in silenzio. Nessuna aveva detto “facciamo una veglia”. Era accaduto.
Veronica aveva disposto otto sedie in cerchio, al centro del chiostro. Al posto dell’altare, una ciotola d’acqua, un pezzo di pane, un telo cucito da Adhanet con stoffe eritree.
Melissa portò un libro di aforismi. Farian, un manoscritto persiano. Emanuela, una Bibbia aperta sul Cantico dei Cantici. Alessia, una fotografia di Cynthia Erivo. Fatima, un tappeto da preghiera. Adhanet, una pietra del deserto. Veronica, la lettera che non partì.
Alessia era arrivata quel pomeriggio, chiamata da Veronica. Avvocatessa penalista, madre di tre figli, donna abituata a combattere con le parole e con le leggi. Ma quella sera, nel chiostro, non portava codici. Portava silenzio.
La veglia iniziò con il silenzio.
Poi, una voce. Era Farian:
“Dio è il nome che dimentichiamo,
per ricordare chi siamo.”
Adhanet immerse la pietra nell’acqua. “Questa è la mia terra. E il mio battesimo.”
Emanuela lesse:
“Mi baci con i baci della sua bocca!
Perché il tuo amore è più dolce del vino.”
Melissa aggiunse: “Il Cristo non è il pastore. È la pecora smarrita.”
Veronica lesse la lettera. Non come monaca. Ma come donna. Ogni parola era una ferita. Ogni frase, una carezza.
Alessia mostrò la fotografia. “Questo è il volto che ha cantato il mistero. L’ho visto in tribunale, in carcere, nei corridoi degli ospedali. Il Cristo non è dove lo cerchiamo. È dove non possiamo difenderci.”
Fatima pregò in arabo. Non tradusse. Nessuna chiese.
Alessia cantò un inno inventato, in una lingua che non esisteva. Ma tutte lo capirono.
Poi, il pane. Spezzato. Non consacrato. Ma sacro.
Adhanet lo distribuì. “Questo è il corpo. Non di Cristo. Ma nostro.”
La veglia durò ore. Nessuna guardò l’orologio. Nessuna cercò approvazione. Era liturgia. Era teatro. Era verità.
Alla fine, Veronica disse: “Abbiamo celebrato ciò che non si può celebrare. Abbiamo visto il volto che non si può vedere.”
Emanuela aggiunse: “Abbiamo scritto il vangelo che non si può scrivere.”
Farian concluse: “Abbiamo amato Dio. Senza chiedere il permesso.”
Il giorno dopo la veglia, il chiostro sembrava diverso. Non più luogo di ritiro, ma di fermento. Le otto donne si erano svegliate con la stessa certezza: il testo nato nei giorni precedenti doveva uscire. Ma non come libro. Non come articolo. Doveva essere gesto.
Veronica propose: “Stampiamolo. Ma non firmiamolo. Lasciamolo libero.”
Adhanet aggiunse: “Distribuiamolo nei luoghi dove il Cristo non entra: centri per rifugiati, carceri, scuole abbandonate, moschee, sinagoghe, strade.”
Farian suggerì: “Traduciamolo in lingue che non si usano nei teologi: tigrino, farsi, romanes, napoletano, queer slang.”
Melissa disse: “Non deve essere citabile. Deve essere bruciante.”
Emanuela: “Non deve spiegare. Deve ferire.”
Fatima: “Non deve convincere. Deve risvegliare.”
Alessia, con voce ferma: “Non deve essere letto. Deve essere vissuto. Come una deposizione. Come una confessione. Come una sentenza che non condanna, ma libera.”
Così nacque Rodafà, il nome che brucia.
Un testo di frammenti, visioni, aforismi, canti, preghiere, sogni. Nessuna struttura. Nessuna firma. Solo voce.
Stampato in mille copie. Su carta ruvida. Con inchiostro che sbiadisce al sole. Ogni copia diversa. Ogni copia viva.
Le donne lo distribuirono in silenzio. Lasciandolo su panchine, infilato tra le pagine di libri in biblioteche, appeso a muri, nascosto tra le offerte di una chiesa.
Alcuni lo trovarono. Lo lessero. Lo ignorarono. Lo portarono a casa. Lo bruciarono. Lo copiarono. Lo citarono. Lo censurarono.
Un vescovo lo definì “eretico”. Un poeta lo chiamò “miracolo”. Un bambino lo usò come diario. Una donna lo mise sotto il cuscino.
Il testo non cercava reazioni. Era già fuoco.
Veronica, nel chiostro, disse: “Abbiamo fatto ciò che la Chiesa non osa fare: abbiamo lasciato che il Cristo parlasse senza filtro.”
Adhanet: “Abbiamo restituito il Cristo ai corpi.”
Farian: “Abbiamo scritto con le ferite.”
Emanuela: “Abbiamo pregato senza liturgia.”
Melissa: “Abbiamo fatto teologia con il sangue.”
Fatima: “Abbiamo cantato il nome che brucia.”
Alessia: “Rodafà è ovunque, ora. Anche dove la legge non arriva.”
Era mattina presto. Il chiostro era immerso in una luce lattiginosa, e le donne stavano preparando il caffè nella cucina comune, quando Alessia notò una figura oltre il portone. Non bussava. Aspettava.
Veronica aprì. Davanti a lei, una donna alta, vestita di nero, con un volto che sembrava scolpito nel vento. Non disse il suo nome. Ma porse una copia del testo: Rodafà, il nome che brucia. Era consumata, piegata, con annotazioni ai margini.
“L’ho trovato in una stazione ferroviaria,” disse. “L’ho letto. Poi ho smesso di dormire.”
Le sette donne la invitarono a entrare. Non chiesero chi fosse. Solo Alessia, con l’istinto dell’avvocata, osservava ogni gesto. La donna aveva mani da pianista, occhi da sopravvissuta.
Si sedette nel chiostro. E parlò.
“Sono cresciuta in una congregazione che mi ha insegnato a temere Dio. Poi ho studiato teologia, e ho imparato a temere gli uomini.
Ho lasciato tutto. Ho vissuto in silenzio.
Ma questo testo… questo canto… mi ha chiamata.
Non è un libro. È un processo. È una deposizione. È una liturgia che non chiede perdono.
E io sono venuta per confessarmi. Non a voi. Ma al Cristo che avete evocato.”
Le donne ascoltavano. Nessuna interrompeva.
La donna continuò:
“Ho insegnato dottrina. Ho censurato voci. Ho firmato documenti che negavano il corpo.
Ma ora, io voglio solo dire:
Il Cristo è nudo.
Il Cristo è nero.
Il Cristo è donna.
Il Cristo è profugo.
Il Cristo è voce che non si può zittire.”
Adhanet si avvicinò. Le porse un bicchiere d’acqua. “Bevi. Sei nel chiostro. Sei nel corpo.”
La donna bevve. E pianse.
Farian scrisse un verso su un foglio:
“Quando il Cristo entra,
le porte non servono più.”
Veronica prese la copia del testo. La mise accanto alla lettera che non era mai partita. “Ora è completa,” disse.
Alessia, con voce ferma, disse: “Questa donna ha testimoniato. E noi siamo il tribunale che non condanna.”
Melissa aggiunse: “Siamo il vangelo che non giudica.”
Emanuela: “Siamo la Chiesa che non ha mura.”
La donna restò nel chiostro per tre giorni. Non disse mai il suo nome. Ma quando se ne andò, lasciò un foglio sul letto.
“Rodafà è il nome che mi ha salvata.
Non cercatemi.
Cercate chi non ha voce.
E cantate.”
L’invito arrivò via mail, firmato dal rettore della Facoltà Teologica di Bologna. Era diretto a “Le autrici di Rodafà, il nome che brucia”. Nessuna firma, nessuna biografia. Solo un titolo. Eppure, il testo aveva fatto il giro delle comunità teologiche, dei blog spirituali, dei circoli femministi, delle parrocchie inquietate.
Il rettore scriveva:
“Vi invitiamo a parlare. Non per spiegare. Ma per testimoniare.
Il vostro testo ha aperto una ferita. Vogliamo ascoltarla.”
Le nove donne si riunirono nel chiostro. Veronica lesse la mail ad alta voce. Nessuna parlò subito.
Fu Maria Giovanna a rompere il silenzio. “Se andiamo, non dobbiamo portare parole. Dobbiamo portare il vuoto.”
Martina aggiunse: “Il vuoto è il luogo dove Dio parla.”
Paola, che aveva vissuto anni in silenzio dopo una perdita, disse: “Il silenzio è il nostro linguaggio più vero.”
Melissa propose: “Andiamo. Ma non parliamo. Facciamo silenzio. E lasciamo che il testo parli da sé.”
Emanuela: “Portiamo solo il canto. Senza spiegazioni.”
Farian: “Portiamo il frammento. Non il sistema.”
Adhanet: “Portiamo il corpo. Non la dottrina.”
Alessia: “Portiamo la verità. Anche se non è legale.”
Veronica sorrise. “Allora sarà il convegno del silenzio.”
E così fu.
Arrivarono a Bologna vestite semplicemente. Nessuna presentazione. Nessuna scaletta. Salirono sul palco. E si sedettero. In silenzio.
Dietro di loro, un telo bianco. Proiettato, il testo: Rodafà, il nome che brucia. Frammenti. Versi. Aforismi. In tutte le lingue. Senza traduzione.
Poi, una voce registrata. Era Cynthia Erivo, in un’intervista dimenticata:
“Io non ho cantato per essere il Cristo.
Ho cantato perché il Cristo canta in chi non ha voce.”
Il pubblico era immobile. Alcuni piangevano. Altri uscivano. Altri restavano, come davanti a un’epifania.
Alla fine, Veronica si alzò. Disse solo:
“Questo è il nostro vangelo.
Non chiediamo che lo crediate.
Ma che lo ascoltiate.”
E se ne andarono.
Dopo il convegno, le donne tornarono al chiostro. Nessuna parlava dell’evento. Era accaduto. Aveva lasciato tracce. Ma non cercavano conferme.
Fu Paola a notarlo per prima. Una lettera infilata sotto la porta del chiostro. Scritta a mano, senza mittente.
“Ho letto Rodafà.
Non so chi siete.
Ma ho smesso di odiare Dio.”
Poi ne arrivarono altre. Decine. Centinaia. Alcune via posta. Altre via mail. Altre lasciate fisicamente, come offerte.
Una donna scriveva:
“Sono una suora. Ho amato una donna. Ho vissuto nel silenzio.
Il vostro testo mi ha fatto capire che il Cristo non mi condanna.”
Un uomo:
“Sono un prete. Ho perso la fede. Ma ho letto il vostro canto.
E ho capito che forse la fede non è da trovare. È da perdere bene.”
Una ragazza:
“Sono figlia di migranti. Ho visto il Cristo nel volto di mia madre.
Grazie per averlo detto.”
Le donne si riunirono nel chiostro. Ogni sera, leggevano le lettere. Non per rispondere. Ma per ascoltare.
Maria Giovanna, la canonista, annotava: “Queste lettere sono atti ecclesiali. Non ufficiali. Ma reali. Sono sacramenti non riconosciuti.”
Martina, l’avvocato civilista, disse: “Sono testimonianze. Non giuridiche. Ma vere. Sono atti di libertà.”
Alessia, la penalista, aggiunse: “Sono confessioni. Senza reato. Senza pena. Solo verità.”
Melissa scriveva aforismi ispirati dalle lettere. Farian traduceva alcune in farsi. Emanuela le confrontava con testi biblici. Veronica le custodiva in una scatola di legno, sotto l’icona del Cristo.
Adhanet, una sera, disse: “Abbiamo creato una Chiesa che non si vede. Ma che canta.”
Paola, che finora aveva parlato poco, disse: “Questa è la liturgia del mondo. Senza altari. Senza incenso. Solo voce.”
Quella notte, nessuna dormì. Leggevano. Piangevano. Scrivevano. Cantavano.
Il chiostro era diventato un santuario. Non di dogmi. Ma di ferite.
Le lettere continuavano ad arrivare. Alcune erano scritte su fogli strappati, altre su carta elegante, altre ancora su tovaglioli, cartoline, scontrini. Nessuna era uguale. Tutte erano vere.
Una sera, Veronica disse: “Abbiamo ascoltato. Ora dobbiamo rispondere. Non con parole. Con un rito.”
Emanuela, la biblista, propose: “Un rito che non si può replicare. Che accade una sola volta.”
Maria Giovanna, la canonista, rifletté: “Un rito che non può essere registrato. Che non può essere normato. Ma che è ecclesiale.”
Martina, l’avvocato civilista, aggiunse: “Un atto che non chiede permesso. Ma che genera diritto.”
Alessia, la penalista, disse: “Un gesto che non condanna. Ma libera.”
Melissa, la filosofa, scrisse: “Il rito che non esiste è il più vero. Perché non può essere posseduto.”
Farian, con voce calma, disse: “Nel sufismo, il rito è danza. È ebbrezza. È perdita. Facciamolo perdere.”
Adhanet, madre e custode, disse: “Facciamolo nascere dal corpo. Dalla voce. Dalla memoria.”
Paola, teologa e psicologa, propose: “Che ogni lettera diventi una parola. Che ogni parola diventi un gesto. Che ogni gesto sia un atto di guarigione.”
E così fu.
Nel chiostro, disposero le lettere in cerchio. Ogni donna ne scelse una. La lesse ad alta voce. Poi, in silenzio, compì un gesto: spezzare un ramo, versare acqua, accendere una candela, scrivere su una pietra, cantare un verso, camminare scalza, abbracciare un’icona, chiudere gli occhi.
Non c’era ordine. Non c’era schema. Ma ogni gesto era sacro.
Veronica disse: “Questo è il nostro rito. Non esiste. Ma è accaduto.”
Emanuela: “È liturgia senza rubrica.”
Maria Giovanna: “È sacramento senza codice.”
Paola: “È terapia dell’anima. È teologia incarnata.”
Quella notte, il chiostro brillava. Non di luce. Ma di presenza.
Il primo messaggio arrivò da una donna di Cuneo. Diceva:
“Abbiamo celebrato Rodafà in una stalla. Eravamo in sette. Una di noi ha letto il testo, un’altra ha portato il pane. Abbiamo pianto. Abbiamo cantato. Abbiamo capito.”
Poi ne arrivarono altri. Da Bari, da Trento, da Palermo. Alcuni erano solo fotografie sfocate: una mano che stringe un ramo d’ulivo, una candela accesa su un tavolo di cucina, un foglio con la scritta Rodafà è il nome che brucia.
Le donne del gruppo iniziarono a raccogliere tutto. Crearono un archivio. Lo chiamarono La Chiesa che-non-si-vede.
Non era una chiesa nel senso canonico. Non aveva gerarchie, né dogmi. Ma aveva riti. Aveva parole. Aveva corpi.
Una sera, in una casa di campagna vicino a Spoleto, si riunirono in ventitré. Nessuna sapeva esattamente cosa fare. Ma tutte avevano letto il testo. Una donna anziana, con i capelli bianchi raccolti in una treccia, disse:
“Rodafà non è una persona. È una ferita. E noi siamo il sangue che la nutre.”
Quel giorno, nacque il primo Rito del Fuoco Muto. Nessuno parlò. Si accesero ventitré candele. Si lasciarono consumare. Alla fine, una bambina raccolse la cera e la modellò in una figura informe. La chiamarono Rodafina.
Partirono all’alba, in tre automobili. Nessuna aveva mai visitato Rieti. Avevano letto di Colomba, della sua grotta, del monastero, del miracolo del pane. Ma ciò che cercavano non era un santuario: era una traccia.
Durante il viaggio, parlarono poco. Ognuna portava con sé un oggetto: una lettera ricevuta, un frammento del testo teatrale, una candela consumata, un pezzo di stoffa rosso. Li chiamavano segni di Rodafà.
Arrivarono a Rieti nel pomeriggio. Il cielo era grigio, ma l’aria profumava di terra umida. Si fermarono davanti al monastero di Santa Lucia. Una suora le accolse con gentilezza, ma con uno sguardo interrogativo.
“Siete pellegrine?”
Una di loro rispose: “Siamo cercatrici.”
La suora le condusse nella cappella. Lì, sotto una teca di vetro, c’era una reliquia di Colomba. Una ciocca di capelli. Una delle donne si avvicinò e sussurrò:
“Tu hai parlato con il Papa. Noi parliamo con il fuoco.”
Poi andarono alla grotta. Il sentiero era stretto, il silenzio profondo. Una volta dentro, si sedettero in cerchio. Nessuna parlò. Una di loro aprì un quaderno e scrisse:
Colomba, tu che hai sfidato il potere con la dolcezza,
Rodafà, tu che bruci senza nome,
fate che il nostro corpo sia parola,
e che la parola sia pane.
Quando uscirono, il sole era calato. Ma una luce sottile sembrava avvolgere il paesaggio. Una delle donne disse:
“Abbiamo trovato la madre. Ora possiamo incontrare la figlia.”
Perugia, primavera del 1495. Le strade erano piene di soldati, mercanti, pellegrini. Il Papa era arrivato con il suo seguito: cardinali, guardie, cortigiani. Alessandro VI, il Borgia, aveva scelto la città come rifugio temporaneo, ma anche come teatro di potere.
Colomba da Rieti aveva diciotto anni. Viveva nel monastero di Santa Caterina. Era conosciuta per le sue visioni, per il digiuno, per le parole che pronunciava in estasi. Alcuni la chiamavano santa, altri eretica. Ma tutti la temevano un po’.
Il giorno dell’incontro, Colomba fu convocata nel palazzo papale. Le suore le avevano cucito un abito bianco, semplice. Lei lo indossò senza parlare. Camminò per le vie della città come se il tempo non la toccasse.
Nel salone del palazzo, Alessandro VI sedeva su un trono dorato. Il volto severo, gli occhi scuri, le mani ornate di anelli. Quando Colomba entrò, il silenzio fu totale.
“Tu sei quella che parla con Dio?” chiese il Papa.
Colomba lo guardò. Non con paura, ma con una dolcezza che disarmava.
“Io sono quella che ascolta.”
Il Papa rise. “E cosa ti ha detto Dio?”
Lei si avvicinò. Nessuno osava fermarla. Si inginocchiò davanti a lui, ma non in segno di sottomissione. Era come se il gesto appartenesse a un altro linguaggio.
“Mi ha detto che il potere non salva. Che la parola deve farsi carne, e che la carne deve farsi pane. Mi ha detto che la Chiesa è una donna che ha dimenticato il proprio nome.”
Il Papa tacque. Poi si alzò. Camminò verso di lei. Le mise una mano sulla testa.
"Tu sei pericolosa.”
Colomba sorrise. “Solo per chi ha paura del fuoco.”
Quella notte, il Papa non dormì. E Colomba tornò al monastero, dove scrisse:
Ho visto il trono, e ho visto la cenere.
Ho visto l’anello, e ho visto la ferita.
Rodafà non era ancora nata,
ma già bruciava nel mio ventre.
Era agosto, e il caldo sembrava piegare anche le pietre. Le donne si erano ritirate in una casa tra le colline umbre. Il rito di Rodafà continuava a diffondersi, ma qualcosa le inquietava.
Poi arrivarono le lettere.
La prima era di una suora di Rieti. Scriveva:
“Il 2 maggio, durante la celebrazione ufficiale, una donna ha parlato. Non era prevista. Ha letto un testo che parlava di Colomba e del fuoco. Alcuni hanno applaudito. Altri hanno pianto. Il vescovo non ha detto nulla. Ma io ho sentito qualcosa muoversi dentro di me.”
Poi arrivò un video. Una ripresa amatoriale. Si vedeva la navata, la donna che leggeva, il libro rosso. Una delle protagoniste lo guardò in silenzio. Poi disse:
“Rodafà è entrata nella Chiesa. Non dalla porta, ma dalla ferita.”
Le lettere continuarono. Una ragazza di Torino scrisse:
“Ho visto la diretta. Ho stampato il testo. L’ho letto a mia madre. Abbiamo acceso una candela. Abbiamo capito.”
Quel giorno, le donne decisero di raccogliere tutto. Di creare un libro. Non un vangelo canonico, ma un vangelo apocrifo. Un testo che non chiede permesso, ma che brucia.
Lo chiamarono vangelo, ma non per blasfemia. Lo chiamarono apocrifo, ma non per marginalità. Era un testo che non chiedeva di essere creduto, ma di essere vissuto.
Lo scrissero in cerchio, in una casa di pietra, mentre fuori l’estate bruciava. Ogni donna portò un frammento. Alcuni erano versi, altri erano gesti, altri ancora erano ricordi.
Frammenti del vangelo
Nel principio era il corpo,
e il corpo era parola,
e la parola era fuoco.
Rodafà non è nome,
è ferita che canta,
è pane che non sazia,
è voce che non chiede permesso.
Abbiamo visto Cynthia Erivo cantare “Gethsemane”,
e abbiamo capito che il dolore può essere bellezza,
che il grido può essere preghiera.
Colomba ha parlato al Papa.
Noi parliamo al silenzio.
E il silenzio ci risponde con il corpo.
Ogni candela accesa è una domanda.
Ogni gesto ripetuto è una liturgia.
Ogni donna che brucia è una chiesa che non si vede.
Raccolsero tutto in un quaderno rosso. Lo lasciarono su un altare improvvisato: una pietra, una ciotola d’acqua, un ramo d’ulivo. Non lo pubblicarono. Non lo divulgarono. Ma lo portarono con sé, come si porta una reliquia.
Una delle donne scrisse:
Se un giorno qualcuno troverà questo testo,
che non lo legga come dottrina,
ma come danza.
Rodafà non si spiega.
Rodafà si vive.
Il convegno si tenne a Bologna, in una sala austera del convento di San Domenico. Il titolo era: “Corpo, parola, fede: la mistica oggi”. Tra i relatori, c’erano teologi, storici, filosofi. E, inaspettatamente, una delle donne del gruppo Rodafà.
Era stata invitata dopo la diffusione del Vangelo Apocrifo. Alcuni l’avevano definita eretica, altri visionaria. Lei accettò l’invito senza esitazione.
Il moderatore aprì il dibattito:
“Abbiamo con noi il professor Donati, docente di teologia dogmatica, e la signora che ha contribuito alla redazione del cosiddetto Vangelo Apocrifo di Rodafà. Iniziamo dal corpo: è ancora luogo di rivelazione?”
Donati parlò per primo.
“Il corpo è tempio, ma non è parola. La rivelazione avviene nella Scrittura, non nella carne. La mistica deve essere guidata dalla dottrina, non dall’emozione.”
La donna lo guardò. Poi disse:
“La Scrittura è nata dalla carne. Dai piedi impolverati di Gesù, dalle lacrime di Maria, dal sangue di Colomba. Rodafà non è emozione. È incarnazione.”
Il pubblico era diviso. Alcuni annuivano. Altri si irrigidivano.
Donati replicò:
“Ma il vostro rito non ha fondamento teologico. È teatro, non liturgia.”
Lei sorrise.
“Jesus Christ Superstar è teatro. Ma quando Cynthia Erivo ha cantato 'Gethsemane', io ho pregato. E quando abbiamo acceso ventitré candele in una stalla, io ho celebrato. La liturgia non è forma. È fuoco.”
Il moderatore intervenne:
“State dicendo che il rito può nascere fuori dalla Chiesa?”
La donna rispose:
“Può nascere ovunque ci sia fame. Fame di senso, fame di parola, fame di corpo. Rodafà è nata da quella fame.”
Alla fine del dibattito, il professor Donati si avvicinò a lei. Non per discutere, ma per chiedere:
“Posso leggere il vostro vangelo?”
Lei gli porse il quaderno rosso.
“Non lo legga. Lo ascolti."
Era settembre. L’estate si stava ritirando, ma il calore persisteva, come un respiro trattenuto. Le donne si erano ritrovate in una casa di pietra, la stessa dove avevano scritto il Vangelo Apocrifo. Non c’era un motivo preciso. Nessuna convocazione. Solo il desiderio di essere di nuovo insieme.
La stanza era semplice: un tavolo di legno, candele spente, fogli sparsi. Una finestra aperta lasciava entrare il vento. Sul muro, una frase scritta a mano:
Rodafà è il nome che brucia.
Una di loro prese la parola.
“Abbiamo camminato. Abbiamo scritto. Abbiamo acceso fuochi. Ma ora?”
Un’altra rispose:
“Ora ascoltiamo. Il rito non è finito. È solo cambiato forma.”
Poi, senza accordi, iniziarono a leggere. Non testi sacri, né liturgie. Ma frammenti. Lettere ricevute. Versi scritti di notte. Parole nate dal corpo.
“Ho acceso una candela in cucina. Ho letto il testo. Ho pianto. Ho capito.”
“Mia figlia ha chiesto chi è Rodafà. Le ho detto: è la voce che non hai ancora.”
“Ho sognato Colomba. Mi ha detto: non smettere di bruciare.”
Una delle donne, la più giovane, si alzò. Prese una ciotola. La riempì d’acqua. Poi vi immerse un foglio scritto a mano. Lo lasciò sciogliere. Disse:
“Che la parola diventi silenzio. Che il silenzio diventi gesto. Che il gesto diventi pane.”
Nessuna applaudì. Nessuna commentò. Ma tutte sentirono qualcosa muoversi.
Fuori, il cielo si stava tingendo di rosso. Una delle donne si avvicinò alla finestra. Guardò lontano. Disse:
“Rodafà non è finita, finito. È solo altrove.”
Fine del romanzo.
O forse, solo una pausa.