Francesco e Leone, pecorella di Dio che viene dal Perù
di Stefano Sodaro
Leone XIV - disegno di Rodafà Sosteno
In Italia, ammettiamolo, non abbiamo la minima idea di cosa sia accaduto in Perù negli ultimi cinquant’anni.
Ci sono, però - anzi ci sarebbero, al condizionale - i romanzi di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura, morto otto giorni esatti prima del Papa, e c’è, però, anche un film, La boca del lobo, del 1988, che merita guardare con calma (anche se è in spagnolo), ad esempio qui.
C’è un dato oggettivo, persino “materialmente” oggettivo (se non parlassimo di guide spirituali): la constatazione, cioè – nessuno la può contestare –, che dopo Francesco è venuto Leone. Possibile che simile accostamento sia del tutto casuale e non voluto nella mente e nelle intenzioni del Card. Robert Francis Prevost eletto Vescovo di Roma?
L’identità episcopale di Leone XIV si è interamente formata e consolidata in America Latina. La diocesi di Chiclayo, che lo ha avuto come vescovo – appunto – e che ha espressamente ricordato nella sua prima apparizione di ieri, conta circa 1 milione e mezzo di battezzati cattolici. Non sono pochi per una Chiesa locale, il suo pastore e la sua pastorale. E Chiclayo, per Papa Prevost, è stata la realtà ecclesiale «donde un pueblo fiel ha acompañado a su obispo», riportando le sue esatte parole sempre di ieri.
“Un popolo che accompagna il suo vescovo”. L’immagine è molto bella ma, forse, è passata inosservata, proprio perché la lingua usata dal nuovo Vescovo di Roma è stata lo spagnolo.
Se un Vescovo non si fa accompagnare dal suo popolo, teologicamente si vuota dello stesso significato del suo proprio ministero apostolico.
I tradizionalisti plaudono al riesumato uso di mozzetta, cotta e croce pettorale? Ma che facciano pure. Non ci dà, certo, fastidio. Altri sono i segni, tutt’altro che formali e pomposi, che vengono dal Perù e dalla Chiesa latinoamericana.
Forse, in Italia – già -, non ci si rende ancora ben conto di vedere Papa un vescovo peruviano. Ci si sofferma sui suoi due anni cardinalizi a Roma come Prefetto del Dicastero per i Vescovi e si ignorano gli otto di “semplice” episcopato a Chiclayo.
Leone, pecorella di Dio, ha tratti molto diversi dal suo amato, amatissimo Francesco. Parliamo del Santo, e del Beato – Leone è beato, già – di Assisi. Si pensa ricorrano proprio in questo 2025 gli 810 anni dall’ingresso di Leone, prete – mentre Francesco non lo era -, nella “fraternitas” dei Minori, che sarebbe avvenuto, si riporta, nel 1215.
C’è qualcosa d’altro, se si può dir così: di molto italico e di molto latinoamericano. Francesco e Leone, Leone e Francesco, si consideravano “socii” l’uno per l’altro. Secondo una concezione di societas, però, completamente, radicalmente, diversa dalla nostra. Ci vorrebbe il rimpianto Prof. Giovanni Miccoli, insigne storico triestino della Chiesa, a spiegarcelo.
Per sentirsi “socii” non si può essere soltanto in due. La coppia non è “societas”, checché ne dicano i nostri sociologi. Alberoni definì la coppia – vado a memoria – “movimento collettivo a due”. Ma nel Medioevo non bastava. Altro che secolo buio! Bisognava essere almeno in tre, meglio se in quattro.
Dunque, dunque, se per un attimo – pura ipotesi, pure presuntuosa, verissimo, ma ognuno(a?) ha le proprie perversioni – rinviassimo all’Editoriale 2 di domenica scorsa (qui), Martina, Melissa e Paola potrebbero essere altrettante “sociae” di qualche novello Leone. Addirittura del Papa? Piano a dire di no, scuotendo la testa quasi scandalizzati. La questione delle donne è, a parere del sottoscritto, la questione numero uno all’ordine del giorno della Chiesa Cattolica. L’ambiente lo è per il mondo intero. La condizione delle donne lo è per la Chiesa Cattolica. Non per nulla si parla di “ecofemminismo”. E le Chiese della Riforma sono infinitamente più avanti di quella Cattolica.
Leone XIV non si è definito “Vescovo di Roma”? Mah. Sì e no.
Formalmente no, o quanto meno non con la chiarezza verbale immediata di Francesco.
Però sostanzialmente sì, eccome. E come si fa a dirlo? Beh, bisogna riferirsi ad Agostino, Agostino d’Ippona. Agostino, Sant’Agostino, conobbe bene la Chiesa di Roma, presso cui sostò nella seconda metà del IV secolo, vedendo la madre Monica morire addirittura proprio ad Ostia. Papa Leone ha ripetuto l’insegnamento di Agostino: “Vobis sum episcopus, vobiscum christianus”. “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”. C’è qui racchiusa un’idea di episcopato del tutto aliena a quella dell’episcopato rigidamente monarchico che poi si svilupperà fino ad attestarsi come soglia dogmatica insuperabile. Il Vescovo di Roma del tempo di Agostino non abbisogna ancora di precisare la propria natura in seno alla Chiesa, perché la sua gigantografia ecclesiologica non è stata ancora neppure abbozzata, nel IV secolo. Allora tutti i Vescovi erano “Vicarii Christi” e la loro rappresentanza vicaria del Cristo, come ci ha insegnato il grande maestro José Ignacio González Faus (nel suo I poveri, vicari di Cristo del 1991), deriva dalla rappresentanza sacramentale dell’identità cristologica, secondo il Vangelo di Matteo al capitolo 25, dei più piccoli. Ed oggi possiamo ben precisare: e delle più piccole.
Questa condizione di intrinseca povertà, intesa quale indistruttibile precarietà, contrassegna le nostre vite, qualunque sia la loro collocazione, la loro ubicazione sociale, il coagulo di gioie e dolori che le ostruisce o, sciogliendosi, le libera.
L’essere vescovo di Roma di Leone XIV non è gridato, proclamato, ma quasi sussurrato, ci si arriva per un giro largo, assai meno appariscente del passato (pur papale).
Fermiamoci un momento a scrutarne il profilo. Vicino a Leone, a frate Leone, si staglia nitidamente l’ombra luminosa di Francesco, Francesco di Assisi. E quella, altrettanto solare, delle sue “sociae”, Chiara in testa. E, provenienti dal Perù - da qualunque italianissimo Perù ci venga in mente - le nostre sociae Martina, Melissa e Paola.