EDITORIALE
Giotti, il teologo che non sapeva di esserlo (e che ci salva)
di Stefano Sodaro
La sera dell’inferno
Immagini non reali di persone inventate tramite IA
Nel tempo della guerra, la parola vacilla.
A Gaza, dove i bambini muoiono sotto le macerie, e in Ucraina, dove le città si svuotano sotto il fuoco incrociato, il linguaggio sembra impotente.
I bollettini di morte si susseguono, le immagini ci stordiscono, e il rischio più grande non è solo la distruzione fisica, ma la disumanizzazione. È qui che la poesia può salvarci. Non perché risolva i conflitti, ma perché ci cura. Ci impedisce di precipitare nel baratro della violenza — o ci aiuta a risalirne, quando ci siamo già caduti.
Virgilio Giotti, poeta triestino del Novecento, non ha scritto di Gaza né dell’Ucraina. Non ha scritto di guerre né di rivoluzioni. Ha scritto di madri che aspettano, di bambini che giocano, di silenzi che pesano. Ha scritto in dialetto, con pudore e precisione, come chi non vuole disturbare ma sa che ogni parola può essere un balsamo. E proprio in questa delicatezza, in questa attenzione all’umano fragile, Giotti si rivela — paradossalmente — come un teologo della liberazione. Non nel senso ideologico, ma in quello più profondo: la sua poesia è una forma di resistenza mite, una liturgia dell’umano.
La notizia della morte di padre José María Tojeira, giunta proprio oggi, rende questa riflessione ancora più urgente. Gesuita spagnolo naturalizzato salvadoregno, Tojeira fu Provinciale della Compagnia di Gesù per il Centro America dal 1988, proprio negli anni più bui delle dittature militari, quando la repressione si abbatteva con ferocia su chiunque osasse difendere i diritti umani. Era lui a guidare la Provincia quando, nel novembre 1989, sei suoi confratelli gesuiti e due donne furono assassinati dall’esercito salvadoregno nel campus della UCA.
Da allora, Tojeira ha incarnato una fede che si fa giustizia, una parola che si fa corpo accanto agli ultimi. Rettore della UCA, direttore dell’Istituto di Diritti Umani, voce limpida e coerente contro l’impunità, ha testimoniato che la spiritualità non è evasione, ma presenza attiva nel dolore del mondo.
La sua scomparsa, avvenuta a 78 anni in Guatemala, ci ricorda che esistono vite che si oppongono al male non con la forza, ma con la coerenza luminosa del servizio. E proprio in questo, Tojeira e Giotti si sfiorano: il primo con la parola profetica, il secondo con quella poetica. Entrambi ci insegnano che resistere all’inferno è possibile, se si ha il coraggio di restare umani.
La teologia della liberazione, nata in America Latina, ha posto al centro i poveri, gli oppressi, i dimenticati. Giotti fa lo stesso, ma senza proclami. La sua è una spiritualità senza dogmi, incarnata nel quotidiano, dove ogni gesto — un abbraccio, una lacrima, una parola detta piano — è sacramentale. In un mondo che ci abitua all’orrore, Giotti ci riabitua alla tenerezza. E questo è già un atto politico.
Ma Giotti era credente? Non lo sappiamo con certezza. Non ha mai dichiarato una fede religiosa, né ha lasciato tracce evidenti di adesione confessionale. Eppure, la sua opera è attraversata da una spiritualità sommessa, che non cerca Dio nei cieli, ma nell’umano ferito. Non troviamo riferimenti alla dottrina cristiana, ma c’è una forma di sacralità domestica, una pietà che si manifesta nei gesti minimi, negli affetti familiari, nella compassione. È una fede che non predica, ma ascolta. Una fede che non promette salvezza, ma condivide il dolore.
La poesia non ci evita l’inferno. Ma ci impedisce di abituarci ad abitarlo. Ci salva dal cinismo, dalla paralisi morale, dalla tentazione di voltare lo sguardo. E quando siamo già dentro — quando le immagini di Gaza ci tolgono il sonno, quando le notizie dall’Ucraina ci lasciano muti — la poesia ci cura. Non con soluzioni, ma con presenza. Ci ricorda che il dolore ha un volto, che la morte ha un nome, che la speranza può ancora parlare in dialetto.
In questo senso, leggere Giotti oggi non è un esercizio letterario. È un atto di resistenza. È scegliere di non cedere all’indifferenza. È credere che la parola, se detta con verità, può ancora salvare.