Foto di Angelo Maddalena
L’Arca del Silenzio nel “cuore” di Firenze
di Angelo Maddalena
A Firenze ho incontrato Andrea Pighini, provinciale dei Cappuccini della Toscana, che da un colloquio per un progetto mirato, mi ha aperto altre strade e altri orizzonti: per esempio mi ha portato subito all’Arca del Silenzio, a pochi passi dal Convento dei Cappuccini di Montughi, dove lui vive. L’Arca del Silenzio è un ex Monastero di suore clarisse cappuccine, rilevato da Daniela Carducci, che ci abita da circa cinque anni.
Arturo Paoli, nel libro Liberare la relazione umana (camminando s’apre cammino), dice che spesso l’incarnazione del Vangelo viene da chi abita i margini o le periferie della Chiesa o addirittura da chi è lontano. Giovanni Vannucci parlava dell’importanza degli “spiriti solitari”. Era un servita, Vannucci, che fondò l’Eremo di San Pietro alle Stinche (non dovette essere facile, poco prima del Concilio Vaticano II, fare accettare la sua scelta, facendo parte di un ordine che nasceva come cenobitico). Arturo Paoli non fu eremita nel senso stretto del termine, ma forse fu “eremita errante”, come qualcuno ha definito Francesco di Assisi, e in questa “erranza” c’è una carica così profetica e di inquietudine che tuttora, dopo otto secoli, rimane sottotraccia, quasi difficile da gestire per chi è abituato a codificare troppo.
Incontrare Andrea Pighini e Daniela Carducci per me è stato anche questo, sentire un profumo di nuovo e di Vangelo incarnato… sotto traccia!? La prima cosa che mi colpisce di fratel Andrea è la sua curiosità e prontezza nel cogliere e nell’accogliere l’ospite, il viandante che porta “notizie” anche sotto forma di canzoni (il mio ultimo album dal titolo Camminando si apre cammino) e che fra Andrea valorizza immediatamente anche perché lui stesso è musicista e cantautore.
Per me è spiazzante e incoraggiante sapere che fratel Andrea non ha smesso di suonare e di cantare, anzi, continua a farlo con diversi progetti di cui mi accenna. La sua serenità nel far conoscere le canzoni di quando cantava in una band di respiro internazionale ma anche le sue recenti composizioni applicate al suo percorso spirituale, mi aiuta a riordinare un’impasse con cui mi confronto spesso: il pericolo dell’ego che, in chi è predisposto all’espressione creativa, può mettere in difficoltà l’evoluzione spirituale (sono debitore a Emile Cioran per questo e ho sviluppato questo discorso in una lunga intervista che mi è stata fatta recentemente). Fratel Andrea mi libera e sfonda una porta dentro di me in tal senso, anche perché è la prima volta che incontro un frate che vive questa dimensione non solo nel passato ma la gestisce tuttora. Questo aspetto mi colpisce perché solo pochi anni fa io ho “risolto” questa impasse, cioè il rapporto tra una vita ascetica e un talento creativo. Voglio sottolineare che non ho mai superato la soglia di un introito che mi permetta di sopravvivere con dignità, il più bel riconoscimento che ho ricevuto è stato quello di padre Alberto Maggi, che sono andato a trovare meno di un anno fa e che dopo avermi fatto qualche domanda mi ha dato questa forma di benedizione laica: «Tu vivi come un francescano, viaggi con uno stile francescano e fai l’artista alla maniera di Francesco di Assisi».
Adesso non è il caso di approfondire ma i dettagli quotidiani di questo mio stile si trovano facilmente sfogliando alcuni miei scritti, editi e inediti, datati e recenti (negli ultimi mesi soprattutto su Il Giornale di Rodafà). Tornando alla difficoltà di coniugare la tendenza ascetica con la tendenza espressiva e creativa, mi preme confidare che solo pochi anni fa ho trovato una luce in fondo al tunnel: questa luce si chiama Giovanni Vannucci, il quale scriveva che «in un eremo o in un monastero, frati, monaci e monache dovrebbero poter sviluppare il loro talento, cioè devono essere accolti in tutta la loro integralità: se a un monaco o a una monaca piace scrivere o dipingere o suonare uno strumento musicale, non devono esserci inibizioni da parte della fraternità in cui vivono». Penso a queste parole e rivado a circa venti anni fa, quando in un eremo di Spello, Enzo (per discrezione ho cambiato il nome), un piccolo fratello del Vangelo, mi disse che lui dipingeva prima di entrare nella fraternità, ma che poi aveva smesso perché in fraternità non era molto incoraggiato a continuare. Così a cascata mi vengono altri due ricordi: Enzo stesso mi diede un cd di Daniele, un ex piccolo fratello che aveva inciso un cd con alcune sue canzoni inerenti al percorso mistico di un monaco, però era uscito ed era tornato allo stato laicale, questo non credo sia un teorema ma mi è tornato alla mente e ho voluto riportarlo. E per finire, sempre in quei giorni che ero a Spello, avevo conosciuto un altro ex piccolo fratello (allora sessantenne), pittore di icone o di madonne blu (ho questo ricordo vago). Ora, queste osservazioni non vogliono accusare i piccoli fratelli o le congregazioni, i preti e le suore in generale, di reprimere le tendenze creative in nome del controllo dell’ego, cosa per cui io in linea di massima sono d’accordo, forse perché non ho completamente risolto l’impasse (è irrisolvibile?) e cerco nell’eremo e nelle regole di astinenza un freno al mio istinto creativo versatile e poliedrico.
Voglio cogliere l’occasione invece per sviluppare un discorso accennato da Arturo Paoli nel libro Liberare la relazione umana. Arturo, a pag. 31, con il suo stile lucido e impeccabile, scrive: «(…) Vedo i celibi come “guerrilleros”, come rivoluzionari». Nella pagina seguente approfondisce: «Ma non saremo noi religiosi a portare avanti questa rivoluzione se facciamo del celibato una comodità o una fuga. Non ho mai capito come si possano chiamare casti quanti vivono circondati da ogni comodità, in case lussuose, usando tutti i prodotti “leciti” della società dei consumi. Mi vien fatto di chiedermi continuamente: che cos’è mai la castità in un quadro di vita osceno? Una delle due: o castità in questo caso è repressione sessuale, o uno che si dice casto mente e ha delle compensazioni clandestine».
In un senso simile si è espresso anche papa Francesco nel 2023 dicendo che il celibato dei preti, se non vissuto in modo consapevole, può diventare «una tortura».
Paolo Dall’Oglio, nel libro Il mio testamento, riconosce che la castità è contro natura e che occorre tutto un lavoro, possibile e necessario, per sublimare ed elaborare una scelta simile. Quindi, tornando al discorso iniziale: un religioso (ma anche un laico) che si esprime con creatività rischia di dare troppo spazio al proprio ego? In realtà, può essere preferibile a un laico o religioso che tende a non mostrare quasi mai le proprie capacità espressive o anche creative, però poi sviluppa frustrazione e invidia malcelate o sepolte che vengono fuori poi con atteggiamenti meno evidenti ma non meno nocivi sia per il soggetto che li manifesta che per chi li subisce (a tal proposito si veda la mia canzone L’artista frustrato).
Questo aspetto viene doppiamente sviluppato nel giro di pochi giorni perché all’Arca del Silenzio, all’ingresso, trovo un libricino dal titolo Verso l’eremo, di Simone Binelli, sacerdote prima e oggi eremita. Scopro intanto che il libro è pubblicato da Arca del Silenzio edizioni, anche questa una marcia in più perché sono poche le realtà di ricerca spirituale che producono letteratura ad ampio respiro, e questo librettino (“lungo racconto”, così lo definisce Daniela nell’introduzione) mi sembra appunto che allarghi il respiro.
Intanto anche Simone Binelli, nel suo percorso (e forse anche tuttora) ha coltivato l’amore per la musica, nel suo caso musica popolare. Ci sono anche Arturo Paoli e i piccoli fratelli del Vangelo nel “lungo racconto” di Simone. Scopro anche, parlando con Daniela, che una sua testimonianza e quella di fratel Andrea si trovano nel libro Il silenzio e i suoi sentieri, che avevo trovato all’Eremo Le Stinche un anno fa, appena pubblicato, e in cui ci sono molti rimandi a un percorso che io condivido (Mirella Muià, Giancarlo Bruni…).
Nell’esperienza di Daniela Carducci e dell’Arca del Silenzio, “frutto di un lavoro sinodale sostenuto dai frati francescani Minori Cappuccini della Toscana”, c’è un segno importante, e sono le parole di fratel Andrea che me lo confermano: «Le suore clarisse avevano ricevuto proposte più allettanti per l’acquisto della struttura del Monastero ormai disabitato, ma hanno voluto andare incontro a Daniela perché questo luogo continuasse a essere dedicato alla preghiera e alla ricerca spirituale».
Daniela Carducci si può definire un’eremita laica e urbana, nella tradizione recente che vede esempi come quello di Antonella Lumini, sempre a Firenze, ma anche altre testimonianze meno note. Dal “lavoro sinodale” tra Daniela e i Frati Cappuccini è nato il progetto il Cammino di Betlemme, di cui si trovano notizie nel sito dedicato, con diversi link musicali (https://www.camminodibetlemme.com/).
A pag. 74 del libro di Simone Binelli c’è un passaggio che voglio riportare: «Un sacerdote, scomparso recentemente, alla domanda dei suoi ragazzi: “Don, ma che cos’è la santità? Chi sono i santi?”, aveva l’uso di rispondere: “I santi sono quelle persone che fanno quelle stranezze, o sono abitati da quella stranezza, che fa pensare a Dio”».
Mi fa pensare all’etimologia della parola “entusiasmo”, letteralmente “abitato da Dio”, infatti non ci si pensa spesso ma l’entusiasmo fa fare molto spesso stranezze, fa andare fuori di testa, è il principio dell’innamoramento ma anche della spinta alla ricerca profonda e incessante, è il tarlo dell’inquietudine che non si ferma e non si riposa se non in Dio.