Michela Murgia, i Valdesi, l’Ordo Virginum e gli Eremiti
di Stefano Sodaro
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Il 10 agosto 2023 moriva Michela Murgia e la nostra considerazione, a Ferragosto di un anno fa, di un’avvenuta enorme perdita per la cultura ecclesiale e teologica italiana non ebbe grande successo, anzi per poco non rischiammo qualche severa – ovviamente sgradevolissima – reprimenda (che per fortuna, comunque, non arrivò…).
Non fu solo la produzione pubblicistica di Murgia a costituire una novità assoluta nel panorama editoriale italiano, ma – vorrei direi quasi ancor di più – la sua testimonianza personale, la sua scelta di vita, la sua collocazione, in particolare, diciamo così, “affettiva”, del tutto anomala rispetto ai soporiferi codici familiari del comune quieto vivere, a scuotere e indispettire, quando non a far montare vera e propria rabbia, sino all’acredine e al dileggio.
Un’intervista di Michela Murgia rilasciata a Simone Marchetti, direttore di Vanity Fair, nemmeno due mesi prima della morte, lascia annichiliti/e, impietriti/e, sconvolti/e probabilmente, per la profondità, la ricchezza, l’intensità e la cristallina verità delle sue parole.
Diventa difficile anche abbozzare un commento, residuando forse l’unica possibilità della constatazione di un affondo proprio ecclesiale, e dirompente certo nei suoi correlati teologici, da parte di chi, come Michela Murgia, ha ritenuto – e lo spiega in quell’intervista facendo il nome di Marinella Perroni – di essere legittimata a continuare a stare dentro la Chiesa (Cattolica) senza però soffocare, seppellire, annacquare, rinnegare le istanze più critiche della sua stessa fede e del suo stesso impegno civile. Riconosciamolo senza troppi ritegni: la testimonianza di vita di Michela Murgia è stata la constatazione che un cristianesimo, addirittura un cattolicesimo, queer è possibile. E da qui – va da sé – il diluvio, ovviamente. La catastrofe per tanta, tantissima, anzi la massima parte, dei consolidati assetti del cattolicesimo italiano.
Però.
Sì, c’è un però.
Perché il Cristianesimo non è – grazie a Dio – solo Cattolicesimo e proprio questo pomeriggio si è aperto, a Torre Pellice, il Sinodo delle Chiese Valdese e Metodiste Italiane, nell’850mo anniversario della nascita del movimento di Pietro Valdo, iniziato a Lione nel 1174.
Quanto sono conosciuti i Valdesi in Italia? Tanto? Poco? Niente? Molto? Sarebbe interessante verificare le risposte, ma un dato si impone: il loro modo, ante litteram, “protestante” d’essere Chiesa, diffusosi nel nostro Paese molto prima della Riforma, tra persecuzioni incredibili e fedeltà altrettanto inscalfibili, ha lasciato, lascia ancora oggi, adesso, un segno di cristianesimo del tutto diverso dalle giaculatorie socio-politiche di un cattolicesimo ridotto a religione (e fino al 1984 addirittura a religione di Stato).
Era valdese Michela Murgia? No, non si professava tale. Ma invertiamo la domanda: sono Cristiani i Valdesi? Il solo interrogativo mette in imbarazzo. Certo che sono Cristiani! E, nel Tempio di Torre Pellice, questo pomeriggio, si scorgevano, quanto meno, un vescovo cattolico ed un monaco pure cattolico.
E qui arriva un ulteriore innesto. Sappiamo dai libri di scuola che la Riforma rigettò i tre voti – castità, povertà, obbedienza – dei/delle religiosi/e. Così come il celibato ecclesiastico. Senza dubbio. Eppure, per fare un esempio, la Comunità Monastica di Taizé ebbe come fondatore un vero e proprio monaco protestante (anche se può – abbastanza stoltamente – sembrare un ossimoro): frère Roger Schutz, assassinato nella chiesa di Taizé durante la preghiera della sera il 16 agosto 2005, saranno vent’anni l’anno prossimo.
Eccoci qui, e proviamo a proseguire: inizia questa stessa domenica, a Torino – non lontano da Torre Pellice – l’incontro nazionale dell’Ordo Virginum. Che cos’è?
Leggiamo il § 1 del can. 604 del Codice di diritto canonico: A queste diverse forme di vita consacrata si aggiunge l’ordine delle vergini le quali, emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato, si uniscono in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio e si dedicano al servizio della Chiesa.
Cioè?
Cioè esistono donne, assolutamente in tutto e per tutto uguali a qualunque donna e a qualunque uomo, che decidono di non sposarsi per una scelta positiva di consacrazione. Non pronunciano i tre voti, ma si “consacrano a Dio”, punto. Non sono religiose, ma consacrate, così come sono stati consacrati – pur essendo liberi di sposarsi o di continuare a vivere il proprio matrimonio – i due nuovi Pastori valdesi oggi durante il Culto di Apertura del Sinodo. Piccola rivelazione, ma non tradiamo nessuna riservatezza (ci mancherebbe altro): consacrati sono i pastori – e le pastore - protestanti, consacrata nell’Ordo Virginum è la nostra Emanuela Buccioni che domenica scorsa ha inaugurato la sua nuova rubrica mensile Modo infinito, tempo presente. Che significa, allora, “consacrazione”? Può mai restringersi ad un dato anagrafico di stato civile?
Ancora. Prima del can. 604, il Codice di diritto canonico – ovviamente si tratta di legge propria soltanto della Chiesa Cattolica e neanche di tutta, disciplinando la sola Chiesa Cattolica “Latina” – presenta un’altra previsione, forse sorprendente e poco nota. Si legge al § 1 del can. 603: Oltre agli istituti di vita consacrata, la Chiesa riconosce la vita eremitica o anacoretica con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella assidua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo. Qui non c’è traccia né di celibato, né di povertà, né di obbedienza.
Il § 2 poi prescrive effettivamente la pronuncia dei tre voti nelle mani del vescovo diocesano per il riconoscimento giuridico di tale forma di vita, ma quel § 1 prevede già in sé un riconoscimento ecclesiale “completo”, a prescindere da quello giuridico che potrebbe anche non intervenire. Non è forse allora una forma di consacrazione? E dunque?
Dunque gli orizzonti di intensa spiritualità di Michela Murgia, spiritualità intrisa di concretezza fisica, materiale, corporea, a tal punto condizionante da dover affrontare anche il passaggio strettissimo della malattia che la portò alla morte, quegli orizzonti si sono appena dischiusi.
“Le tenebre non hanno vinto” quella luce. E ciò significa che per tutte, per tutti, per chiunque, c’è speranza. Non illusionismo idiota. Speranza. Certezza fiduciosa che oggi e domani sono più di ieri, in qualunque circostanza e nonostante tutto.
Buona domenica.