Quel Vescovo che abbraccia
di Stefano Sodaro
Il prossimo 23 settembre – un lunedì - saranno esattamente 17 mesi dall’ingresso a Trieste del suo nuovo Vescovo, mons. Enrico Trevisi. Era infatti il 23 aprile 2023, terza domenica di Pasqua.
E quasi esattamente un anno fa mons. Trevisi consegnava alla Diocesi la sua prima Lettera Pastorale Guardate a lui e sarete raggianti.
La Chiesa del capoluogo giuliano si rende conto di vivere una Primavera che si nota nei sorrisi, nei volti distesi, nelle parole che tornano ad essere condivise di chi – può sembrar forse strano, eppure è proprio così – vive l’appartenenza ecclesiale come una specie di reale innamoramento. E la novità primaverile – anche se siamo a metà settembre – si coglie nel clima festoso di libertà, autenticità, di cordialità, di passione comune verso la Città di Trieste che anima cattoliche e cattolici, espliciti e anche più o meno anonimi.
Vi è, tuttavia, un tratto comune ad ogni diverso accento del canto primaverile che finalmente si ode dalle parti della Cattedrale di San Giusto ed è l’intensità dei gesti di tenerezza, di amicizia, di dedizione. L’esatto contrario dei protocolli cerimoniali, delle rigidità burocratiche magari ammantate di presunta sacralità.
Questo Vescovo, Vescovo di Trieste, stringe le mani, impara e pronuncia i nomi, abbraccia, prende la ramazza e scopa la sala da pranzo della Casa per Ferie “San Giusto” a Borca di Cadore, dove si è appena conclusa – quest’oggi – la tregiorni dal titolo I cristiani e la città. Orientamenti a partire dalla cinquantesima Settimana Sociale dei Cattolici in Italia.
Un incontro importante, con dialoghi e momenti di confronto per nulla scontati, secondo il linguaggio e la pratica del discernimento comunitaria. Un’esperienza su cui desidereremmo tornare nei prossimi numeri domenicali, lasciando sedimentare, depositare fruttuosamente l’intensità degli scambi. Ed in attesa degli Orientamenti Pastorali che lo stesso mons. Trevisi presenterà pubblicamente la prossima domenica 22 settembre.
Ma compare qualcosa d’altro e di davvero inedito. A Borca di Cadore sono saltati tutti i muri divisori tra generazioni. Si sono creati canali di scambio intergenerazionale, di conoscenze intergenerazionali, che consentono ai più maturi di sentirsi ancora giovani ed ai giovani di responsabilizzarsi come già maturi. Questo tratto nuovo di relazioni sinora impensate, e probabilmente impensabili, tra generazioni scava anche dentro gli pseudo-pudori cattolici quanto alla questione delle donne, della loro soggettività ecclesiale e dunque ministeriale dentro la Chiesa.
Le voci delle donne sono ascoltate nella Chiesa?
Il Vescovo Trevisi è megafono – l’unico? Pare di sì – delle voci silenziate, più che silenziose, di chi a Trieste soffre, vive la solitudine, la fragilità, l’emarginazione, persino l’esclusione. La voce dei Poveri è accolta, raccolta e ritrasmessa dalla voce del Vescovo, del Pastore. Che – lo ha detto anche in questi giorni – “non ha ricette pronte”, ma sa l’unica verità: che chi ama non sbaglia mai, anche quando forse pecca. “Le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato”, si legge nel Vangelo di Luca.
Poter constatare che anche Trieste si ritrova perdonati i suoi molti peccati perché quella, questa nostra, città ha molto amato suscita commozione, ma provoca anche alla decisione la Comunità Cristiana.
Non è un pio, dolciastro, vagheggiamento bigotto: è un dato di fede, per chi ci crede ovviamente. Il peccato è tale dentro un’adesione di fede, altrimenti scade nell’equivoco, disastroso, di essere confuso con una mancanza etica. Ma, come che sia, il “molto amore” comprova sempre, in qualunque circostanza, la verità di un effettivo stare insieme (la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, letta come necessità che la carità abiti la verità e non il contrario).
Ancora: esiste forse un modo “da preti” di amare ed un altro “da laici”? Ma proprio no! Esiste piuttosto un “ecumenismo umano” dell’amore, che accomuna anche chi si professa non credente.
“Trieste ha una scontrosa/ grazia” – ha poetato Umberto Saba -: “Se piace,/ è come un ragazzaccio aspro e vorace,/ con gli occhi azzurri e mani troppo grandi/ per regalare un fiore;/ come un amore/ con gelosia.”
Bene, il Vescovo Trevisi sta insegnando e facendo apprendere che la gelosia non è virtù, ma ostacolo. Che anche le mani grandi possono regalare un fiore. Che l’amore ama e basta. Come si dice: “senza se e senza ma”.
La contrapposizione di eros e agape – l’amore che esige reciprocità e l’amore che dona senza alcuna violenza, fosse anche quella in apparenza così pura del desiderio dei corpi – svapora, sfuma, si fa indistinta. Le tessere di appartenenza non salvano dai deficit di amore, né garantiscono su un amore senza gelosia.
Per impararlo, però, non basta una vita e neppure l’avvicendarsi delle stagioni ecclesiali. Bisogna tacere. E abbracciarsi. Come mons. Trevisi fa.
Buona domenica, buona settimana.