Corsivo terzo
Anche il Card. Martini aveva gli occhi azzurri
di Stefano Sodaro
Ritratto del Card. Martini elaborato tramite IA per questo articolo
Gli occhi azzurri. Li associamo spesso all’infanzia, alla limpidezza, alla promessa di qualcosa di puro. Sono occhi che sembrano guardare oltre, che riflettono il cielo e custodiscono il mistero.
Martina Talon li ha azzurri.
Melissa Moseni li ha azzurri.
Maria Giovanna Titone li ha castano-verdi, così come Emanuela Buccioni.
Paola Franchina castano-miele.
Alessandro e Federico, i miei nipotini, li hanno azzurri.
Anche il monaco di Bose Guido Dotti li ha azzurri.
E anche il Cardinale Carlo Maria Martini - Arcivescovo di Milano, morto esattamente tredici anni fa, il 31 agosto 2012 - li aveva azzurri.
Non è solo una coincidenza cromatica. È un filo sottile, invisibile, che collega vite diverse: alcune ancora in fiore, altre già sbocciate e ritornate alla terra. Ma tutte accomunate da uno sguardo che non si limita a vedere, ma che interroga, accoglie, ascolta.
Martini, uomo di fede e di dialogo, aveva uno sguardo che molti ricordano come penetrante e sereno. Quegli occhi azzurri non erano solo un dettaglio fisico, ma una finestra aperta su una spiritualità profonda, su una mente curiosa e su un cuore capace di compassione.
In un mondo spesso affollato di parole, piccole, inutili, consunte, vuote, Martini sapeva guardare la Parola. E nel suo sguardo c’era spazio per il dubbio, per la ricerca, per l’altro.
Forse è per questo che colpisce il fatto che anche lui avesse gli occhi azzurri.
Perché in quel colore c’è qualcosa che unisce: il bambino che scopre il mondo, il monaco che lo contempla, il cardinale che lo interroga.
È come se l’azzurro fosse una nota comune in una sinfonia di vite diverse, una tonalità che suggerisce apertura, profondità, silenzio.
Lo sguardo conta. Gli occhi, azzurri o no, sono ponti. Anche quelli color marrone miele, castano-verdi e quelli neri neri. E alcuni sguardi — come quello di Martini — continuano a guardarci, anche quando non ci sono più.
Quando morì, tredici anni fa come oggi, ci sentimmo tutte e tutti improvvisamente orfani. Nonostante, dal luglio 2002, non fosse più il Pastore di Milano. Ero in Duomo, a Milano appunto, quando il 14 settembre 2002, di pomeriggio, consegnò la diocesi al suo successore, il Card. Dionigi Tettamanzi. Stavo tra i giornalisti accreditati e colpì fino alla stupefazione la differenza di statura (fisica) uno accanto all’altro. Lo sguardo, dagli occhi azzurri, di Carlo Maria doveva inclinarsi per incontrare quello di Dionigi. Era evidente che si volevano molto bene. Era evidente, peraltro che una stagione di Chiesa, a Milano, si chiudeva definitamente. Dopo venne Scola, che pure ha gli occhi azzurri. E dopo Delpini.
Verrebbe da dire che gli occhi azzurri della Chiesa scrutano ancora il cielo e il mare. Come quello davanti alla Striscia di Gaza, verso cui sono dirette – da oggi – barche di gente comune che vuol solo portare da mangiare a chi sta morendo. La benedizione del Card. Martini – solo chi fosse in mala fede può negarlo – le sta accompagnando. Con i suoi occhi azzurri.