L’amante al matrimonio: mistagogia dell’incompiuto e segno dell’Assoluto
di Stefano Sodaro
Strange angels - disegno di Rodafà Sosteno
Titolo da brivido blu. D’accordo, ma proveremo a spiegare, con tutta calma (almeno nelle intenzioni).
Esiste una nuova moda, da poco abbastanza consolidata, anche se molto di nicchia ancora, senza dubbio. Una moda molto, come dire?, “disruptive”.
Alla celebrazione del rito del matrimonio, dove la Chiesa celebra l’unione tra due persone come sacramento dell’amore divino, ecco affacciarsi talvolta una figura inattesa: l’amante. Non più scandalo o trasgressione, ma presenza visibile, talvolta persino invitata. Questo gesto, che può apparire provocatorio o incoerente, merita una lettura teologica più profonda, capace di cogliere il mistero che lo attraversa.
Il giudicato che non si forma
Il diritto canonico afferma che non si forma mai il giudicato sullo stato di vita. Questa norma, spesso interpretata come cautela giuridica, può essere letta in chiave mistica: nessuno stato umano può esaurire la verità sponsale del battezzato, perché solo Dio è il vero Sposo o Sposa della persona credente. Ogni relazione, anche quella sancita dal sacramento nuziale, è strumentale, pedagogica, provvisoria rispetto al rapporto fondativo ed escatologico con Dio.
Vediamo meglio cosa prevede il diritto della Chiesa.
La canonizzazione del principio espresso nel canone 1643 del Codice di diritto canonico — secondo cui le cause sullo stato delle persone non passano mai in giudicato (Causae de statu personarum, non exclusae causae de coniugum separatione, numquam transeunt in rem iudicatam) — ha una giustificazione storica e dottrinale molto profonda, che si distingue nettamente dal diritto civile.
Fondamento teologico: la salvezza delle anime
La Chiesa, a differenza dello Stato, non ha come fine la mera certezza giuridica, ma la salus animarum. Questo principio guida tutto il diritto canonico. La possibilità di riaprire una causa sullo stato personale (come il matrimonio, la condizione derivante dalla separazione, lo stato clericale) anche dopo una sentenza definitiva, nasce dalla consapevolezza che la verità spirituale e morale di una persona può emergere nel tempo, e che nessun giudizio umano può chiudere definitivamente il cammino di conversione o di discernimento.
Riconoscimento dell’incompletezza umana
Storicamente, il diritto canonico ha riconosciuto che l’uomo è un mistero a sé stesso, e che ogni giudizio è esposto al rischio di errore, calunnia, o insufficienza probatoria. La norma nasce anche come antidoto alla rigidità del diritto romano, che tendeva a chiudere le cause con forza di giudicato. La Chiesa, invece, accoglie la possibilità della revisione, proprio perché la verità non è sempre immediatamente accessibile.
Evoluzione storica
Il principio si è sviluppato nel tempo, a partire dalle Decretali medievali, passando per il De personis del Codice del 1917, fino alla formulazione attuale nel Codice del 1983. Autori come Graziano, Gregorio IX e i giuristi post-tridentini hanno contribuito a costruire una visione del diritto canonico come strumento pastorale, non solo normativo.
Applicazione pastorale
Nel contesto pastorale, questo principio permette alla Chiesa di non chiudere mai la porta alla verità, alla riconciliazione, alla giustizia. È una forma di misericordia istituzionale, che riconosce la possibilità di errore e la necessità di rivedere anche decisioni apparentemente definitive.
In sintesi, la canonizzazione del canone 1643 non nasce da esigenze procedurali, ma da una visione teologica e antropologica: la Chiesa non pretende di definire una volta per tutte lo stato di vita di una persona, perché solo Dio conosce il cuore e solo il tempo può rivelare la verità.
L’amante come ammonimento mistagogico
In questa prospettiva, la presenza dell’amante al matrimonio non è una negazione del sacramento, ma una sua mistagogia paradossale. È memoria vivente del fatto che nessun rito, nessuna forma, nessuna promessa può contenere l’infinito dell’amore divino. L’amante diventa figura liminale, segno dell’eccedenza, icona dell’amore che non si lascia rinchiudere.
Questa intuizione trova una potente espressione letteraria nel romanzo Messa di nozze di Federico De Roberto (1861-1927), dove il matrimonio non è mai compimento, ma teatro di ambiguità, di tensioni sotterranee, di verità non dette. L’amante, in quel contesto, non è solo il terzo escluso, ma il volto che rivela l’incompiutezza dell’unione, la sua fragilità ontologica, il suo essere segno e non sostanza. De Roberto, con finezza psicologica e crudezza narrativa, mostra come l’apparato liturgico e sociale del matrimonio possa nascondere una verità più profonda: che l’amore umano è sempre esposto alla dismisura, alla contraddizione, all’oltre.
Il sacramento come segno imperfetto
Il matrimonio cristiano non è la pienezza, ma il segno. Non è il compimento, ma l’attesa. E come ogni segno, porta in sé la possibilità del fraintendimento, della tensione, della sproporzione. Invitare l’amante può allora diventare gesto mistico, liturgia dell’incompiuto, provocazione che ammonisce: l’amore umano è sempre parziale, sempre bisognoso di redenzione, sempre aperto all’oltre.
Una teologia dell’eccedenza
Questa visione non giustifica la confusione morale, ma la trasfigura. Non celebra la trasgressione, ma la riconduce al mistero. L’amante al matrimonio non è il terzo che divide, ma il volto che ricorda: Dio è l’unico che può colmare il cuore umano, e ogni amore terreno è icona fragile di un amore eterno.
Proponiamo, ora, una meditazione teologico-poetica ispirata alla musica di Wim Mertens, che intrecci, per appunto, la struttura musicale della composizione appositamente scelta con il principio canonico evocato: non si forma mai il giudicato sullo stato di vita.
Their Duet: meditazione sul segno e sull’Assoluto
Il brano Their Duet di Wim Mertens non è solo musica: è un dialogo sospeso, una tensione armonica che non cerca risoluzione, ma presenza. Due voci si rincorrono, si sfiorano, si cercano — eppure non si fondono mai del tutto. È il duetto dell’anima con Dio, o forse il duetto tra due volti umani che si cercano nell’ombra dell’Assoluto.
Come insegna il principio canonico, non si forma mai il giudicato sullo stato di vita: ogni relazione umana è segno, non compimento. È eco di una chiamata più profonda, icona di una comunione che solo Dio può realizzare. Their Duet può diventare parafrasi musicale allora di una liturgia del non compiuto, musica del provvisorio, teologia del desiderio.
La ripetizione non è stasi, ma attesa. Le variazioni non sono deviazioni, ma tentativi di incarnazione. In questo brano, la musica si fa teologia relazionale: ogni nota è un volto, ogni pausa è uno spazio per l’altro, ogni ritorno è una promessa non ancora mantenuta.
E se il giudicato non si forma, è perché l’amore vero non si lascia chiudere in formule. È sempre oltre, come la seconda voce del duetto, che non si lascia mai afferrare del tutto.
Conclusione
Il matrimonio, in questa luce, non è il luogo della perfezione, ma il laboratorio della grazia. E l’amante, da figura marginale, può diventare profeta dell’invisibile, testimone dell’Assoluto, ammonimento vivente che nessun sacramento può significare pienamente il mistero dell’amore di Dio.