“Immortali” di Attilio Bolzoni
di Angelo Maddalena
Forse bisogna partire dal film La mafia non è più quella di una volta, di Franco Maresco, e dire che il libro Immortali, di Attilio Bolzoni, perché la mafia è tornata com’era prima di Giovanni Falcone, è a suo modo una sorta di approfondimento con dettagli minuziosi per spiegare un mondo che spesso ci viene presentato in modo binario (buoni/cattivi, mafiosi/giudici, mafiosi/antimafiosi).
Premetto che sono andato a Leonforte alla presentazione del libro di Bolzoni per amicizia con Emilio Barbera, uno degli organizzatori, che è il mio editore. Temevo la solita solfa del libro del giornalista esperto di mafia e invece ho trovato un libro che ho divorato in pochi giorni, che mi ha spiazzato e arricchito. Il sottotitolo inganna e attira al tempo stesso: a chi vorrebbe un libro fuori dagli schemi potrebbe sembrare qualcosa di già sentito: la mafia è tornata a com’era prima di Falcone, solite storie di una mafia mai sconfitta e cose del genere, e invece poi attira il fatto che Bolzoni dice proprio il contrario per spiegare il sottotitolo: «i mafiosi non ci sono più ma la mafia continua», scrive Bolzoni. E com’è possibile?
L’ultimo dei boss, Matteo Messina Denaro, era «un mafioso quasi morto di una mafia già morta». Con la sua cattura, nel gennaio del 2023, si è tornato a parlare di “borghesia mafiosa”, quella che secondo Bolzoni è la continuazione della mafia: «i mafiosi hanno un nome e un cognome, una scheda segnaletica, al contrario la borghesia mafiosa è eterea, impalpabile, ignota». Una delle frasi più pregnanti si trova a pag. 14: «Le logiche mafiose non sono altro che le logiche del potere, ossessivamente ripetute e portate oltre ogni limite». Da qui in poi Bolzoni apre uno squarcio necessario, doloroso e salvifico del nostro immaginario. Una signora del pubblico, durante la presentazione, ha chiesto, visto che il titolo del libro è Immortali, nel senso che certe logiche di potere così come certi suoi “rappresentanti”, non muoiono mai: «Quindi lei è pessimista?!». La sua risposta è stata semplice: «Io sono un giornalista, non sono un prete o un politico o un educatore che deve fare l’ottimista per forza di ruolo». Io aggiungerei che Pasolini non era pessimista, era lucido, e in un tempo e in un mondo in cui dominano le impostazioni semplicistiche e binarie, la lucidità è un dovere oltre che una conquista.
E ci vuole molta lucidità per digerire i capitoli di questo libro.
Un’altra domanda dal pubblico permette a Bolzoni di specificare che i poteri criminali che chiamiamo mafia, da Portella della Ginestra in poi sono stati affiancati e spalleggiati dalla Decima Mas, dagli agrari, da certi politici, e infine dal bandito Giuliano, pedina piccola sacrificata nell’altare del gioco delle parti. Bolzoni chiama certe complicità e responsabilità “italiane e internazionali”, oltre che siciliane. Certo, la Sicilia ha dei pupari e dei grossi responsabili, di cui Bolzoni fa nomi e cognomi: Totò Cuffaro, Raffaele Lombardo, Salvatore Cardinale…
Ma ci sono spunti comici e aneddoti soprattutto legati a Cuffaro, uno dei quali entra nel vivo e ci riporta al film di Maresco. Lo illustro con un excursus. Una delle strategie di sopravvivenza della mafia, spiega Bolzoni, è una sorta di “rivoluzione culturale”, per cui «si camuffa e cambia il suo linguaggio, la parlata, si adatta ai nuovi tempi e con una contorsione passa dal dire che «la mafia non esiste» al dire che «la mafia fa schifo». È una frase che piace a tutti, «perché condivisibile da tutti», scrive ancora Bolzoni: «È semplice, netta, chiara, uno slogan che urlano gli studenti nelle piazze e non dispiace neanche al Sindaco di Villabate, amico di Bernardo Provenzano, che chiede al vecchio di Corleone il permesso (concesso) di invitare nel suo paese per un premio Raoul Bova, l’attore che in una fiction interpreta il capitano dei carabinieri che ha arrestato Totò Riina».
E poi: «Una mattina i muri di Palermo vengono ricoperti da grandi manifesti con una scritta: “La mafia fa schifo”. Firmato la Regione Siciliana. Il governatore, Totò Cuffaro, il giorno prima è stato rinviato a giudizio per favoreggiamento mafioso. È la mafia che scopre il valore dell’antimafia. Nelle mie corrispondenze dalla Sicilia scrivo di una singolare figura che sta spopolando sull’isola: il mafioso antimafioso».
Purtroppo, però, come ben spiega Bolzoni, non si tratta solo di un nuovo linguaggio della mafia ma anche di un cedimento morale di molti rappresentanti dell’antimafia: «Riconoscere una mafia che non si mostra all’esterno con la violenza delle armi è molto difficile. Così l’antimafia sociale ha perso la sua spinta iniziale e il giornalismo non è riuscito a nascondere i suoi limiti. Qualcuno la chiama “la mafia dell’antimafia” ma è un gioco di parole che a me non piace perché la mafia è mafia e l’antimafia è antimafia, anche se quest’ultima è stata travolta negli ultimi anni da più di uno scandalo e si è sottomessa a logiche governative non sempre incorrotte».
Mimmo (nome fittizio), un mio amico calabrese che gestisce un ristorante in Calabria, più di una volta mi ha voluto ripetere che la politica di certi magistrati calabresi, osannati oltremodo in TV e in altri organi di stampa, non è totalmente benefica, perché «se ci pensi, far chiudere molte imprese e aziende perché gestite da persone di malaffare, può essere un segnale importante ma in concreto, il risultato è che molte persone si ritrovano senza lavoro, cioè i dipendenti di quelle aziende e di quelle ditte». Io mi voglio fare interrogare da queste parole di Mimmo, anche se non mi convincono. Però mi sconvolge un po' sapere che una cosa simile è stata fatta da Silvana Saguto, paladina dell’Antimafia, la quale ha fatto chiudere (ed è per questo stata indagata) diverse imprese e aziende in Sicilia, i cui titolari sono stati accusati di essere coinvolti in attività illegali e criminose ma poi le indagini hanno scoperto che non era così (e Silvana Saguto è stata per questo indagata e condannata). Bolzoni spiega bene tutti questi “processi” e meccanismi per molti ancora poco chiari o anche poco conosciuti.
«Perché l’antimafia si è ridotta così? In un’assemblea di Libera, l’associazione guidata da don Luigi Ciotti, se lo chiede anche Franco La Torre, figlio di Pio, che di Libera è un dirigente. Con molto tatto fa notare che l’associazione ha qualche piccolo cedimento su Mafia capitale e non percepisce ciò che sta accadendo a Palermo, alla speciale sezione delle Misure di prevenzione di Silvana Saguto. Franco La Torre attende il dibattito, ma la mattina dopo don Ciotti, con un sms, gli comunica che è fuori da Libera».
È il periodo tra il 2015 e il 2016 quello in cui si scoprono le carte: parte l’indagine su Silvana Saguto, parte l’indagine sul vicepresidente di Confindustria con delega alla legalità Calogero Antonio Montante, arrestano per “spese pazze” un’attrice calabrese che riceve fondi comunitari per la sua fondazione per “le donne di San Luca”. (…) Si sussurra di vergogne anche su un’alta funzionaria del MIUR, Giovanna Boda, la dirigente dell’Ufficio che finanzia tutti i più importanti progetti di antimafia in Italia, come le famose navi della legalità che ogni 23 maggio – anniversario della strage di Capaci – scaricano migliaia di ragazzi sui moli del porto di Palermo». Apprezzo il coraggio di Bolzoni quando, durante la presentazione del libro, provocato da una domanda, risponde così: «Tutti i milioni che si sono spesi per l’educazione alla legalità nelle scuole, con quale finalità e con quali risultati? Non è con questi riti educativi che si creano gli anticorpi nei giovani, gli anticorpi si creano con la conoscenza e soprattutto evitando un tipo di discorso binario “buoni/cattivi”, “mafiosi/antimafiosi”, “legalità/illegalità”.
Bolzoni scrive spesso che tutte queste derive e deviazioni non fanno onore alla memoria e alla dignità di chi ha dato la vita per costruire un discorso più complesso e far comprendere meccanismi perversi di poteri collegati tra di loro di cui la mafia è parte, ci sono dettagli in questo senso nel capitolo dedicato a Mafia capitale (il male abolito per legge, è il titolo del capitolo) e in quello dedicato a Calogero Montante detto Antonello (il pupo siciliano). Bolzoni fa spesso i nomi dei martiri traditi: Pio La Torre, Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Borsellino, di tutto ciò troviamo tracce di indagini e approfondimenti nell’ultimo capitolo dal titolo La strage scomposta. La storia del malaffare che si rigenera e diventa più potente e pericoloso anche se in forme poco rintracciabili agli occhi dei più (dipende anche dalla pigrizia di chi osserva e si accontenta di facili e superficiali analisi?), è illustrata magistralmente da un altro grande e coraggioso studioso di certi meccanismi, che ho avuto il piacere di incontrare e che purtroppo è morto qualche anno fa all’età di 70 anni, Ivan Cicconi.
Autore di diversi libri sul tema, vale la pena citarne due più specifici: La storia del futuro di Tangentopoli (1998) e Il libro nero dell’Alta Velocità (2011), in cui Ivan spiega come la corruzione si sia evoluta e raffinata dopo Tangentopoli e il modello TAV (Treni ad Alta Velocità) sia l’esempio lampante del “superamento” di Tangentopoli al ribasso, e cioè in confronto alla TAV, spiega Cicconi, Tangentopoli era una bricconata, perché con la TAV e tutto il corollario di leggi approvate per sostenerla, si è legalizzato quello che nell’epoca di Tangentopoli era stato condannato in quanto illegale e criminoso, e aumentato di molto il denaro sprecato e versato nelle tasche di molti corrotti e corruttori, boiardi di Stato eccetera.
D’altronde, un mio amico di quelli lucidi, ma onesto lavoratore, mai colluso con poteri illegali e malavitosi, una volta mi disse candidamente quella che è una prassi molto diffusa: «Io spesso sono stato incaricato dai responsabili della mia ditta di curare i rapporti con le cosche». Ora, alla fin fine, il trauma e le sconfitte sono di tipo politico e antropologico, ma il problema non è accusare o demonizzare chicchessia, il problema è avere il coraggio della lucidità, evitare le illusioni e gli inganni di molti venditori di fumo travestiti da paladini della giustizia e della legalità, dei finti solidali e di tutto un mondo che ormai ci coinvolge e ci circonda: i conflitti e le lotte dobbiamo impararle ad assumerle e a viverle anziché rimuoverle e a fuggirle, il delegare a soggetti presunti incorruttibili o peggio ancora idolatrare alcune figure impeccabili o intoccabili non porterà mai ad affrontare la realtà con lucidità e coraggio, tuttalpiù, nel peggiore dei casi, potrà generare mostri ed effetti collaterali come quello evocato da Bolzoni in una pagina del suo libro: «La stanchezza del movimento antimafia e alcuni scandali al suo interno stanno facendo riemergere una voglia di mafia in tutto il Paese».
Può sembrare strano ma Paola, una mia amica della Val di Susa, anni fa diceva la stessa cosa applicata al movimento No Tav: «Ci sono alcuni militanti No TAV che con il loro comportamento fanno venir voglia di diventare SI TAV anche a me che sono No TAV».