Natale
di Dario Culot
Anche se da noi si cerca ormai ogni anno di anticipare le decorazioni natalizie sempre prima [1], anche se da vari locali escono musiche natalizie ripetute senza sosta tutto il giorno (poveretti quelli, e quelle, che lavorano lì dentro), è impossibile per la maggior parte di noi sentire in queste condizioni l’atmosfera natalizia vera, quella che sentivamo da bambini; per di più, con tutto quello che succede in giro per il mondo, più che gioia natalizia sentiamo spesso mestizia se non angoscia: “Speriamo che queste feste passino presto”, pensano in tanti. “Non le sopporto”. Come si può pensare a far festa con quello che succede attorno a noi, in Palestina, in Ucraina, per non parlare dei luoghi che non si trovano sotto i riflettori quotidiani delle televisioni, e da cui giunge qualche notizia ferale di tanto in tanto (Sudan, Myamar, ecc.).
Anche a me il Natale fa ormai questa impressione, ben descritta in questa lettera di father Sergio [2]:
“A te il Natale non dà felicità? Lo credo bene. Perché voi lì non celebrate il Natale cristiano; lì
avete tanti natali che vi promettono felicità. Ma il segno della vera felicità è quello di una umanità
liberata di fuori e di dentro. Non basta la gioia di fuori: puoi avere soldi e ricchezze, ma essere
infelice dentro. Anche l’infelicità ha varie gradazioni, ed è vero infelice solo chi soffre da solo.
Però è assurdo pensare di eliminare tutta l’infelicità, tutta la sofferenza, come è assurdo pensare di comprare tutto con i soldi. Se ti senti infelice - dicono i vostri spot natalizi -, se ti senti emarginato, compra il profumo giusto, l’oggetto giusto, l’automobile giusta e la vita tornerà a sorriderti e tu sarai felice. Questo tentano di inculcare a tutti, e molti ci cascano, ma è ovviamente assurdo, perché restano i fallimenti, i dolori, le paure”.
In effetti, l’evento Natale ha ormai poco a che vedere con Dio, e se le luci di Natale servono solo a consumare di più, temo che non andremo lontani. Il problema allora è sempre lo stesso: noi vorremmo che fosse il mondo esterno a cambiare in meglio, per darci più serenità, più gioia, mentre dovremmo cambiare noi. È vero: il Natale raccontato dai vangeli ancora oggi ci promette la felicità. Felicità qui, adesso, su questa terra, e non un domani in paradiso. Ma ce la promette solo se cambiamo noi come persone. Il vero Natale mira, infatti, a far cambiare le persone; gli altri natali ci promettono felicità se compriamo cose. Ma ormai avremmo tutti dovuto imparare che le cose non soddisfano mai le nostre aspettative di felicità. Eppure, come mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, insistiamo sempre nella stessa direzione, anche se ormai dovremmo aver capito da un pezzo che così non funziona. Insomma, dovremmo aver capito che le cose sono solo un mezzo, mai lo scopo.
Allora, se non cambiamo noi, è inutile prendercela poi con Dio che non interviene e non risolve i problemi del mondo.
Del resto, proprio Natale dovrebbe ricordarci che il nostro Dio è un Dio che nasce in una mangiatoia (Lc 2, 6), che appena nato deve già scappare all’estero (Egitto) per non essere ucciso (Mt 2, 13ss.), e che non riesce minimamente a difendere tutti i suoi coetanei innocenti, che vengono massacrati (Mt 2, 16). Crescendo finisce inchiodato su una croce, come un criminale terrorista [3], lasciando i suoi seguaci in preda allo sgomento e poi vittime di varie persecuzioni, e mentre agonizza viene canzonato dai capi religiosi i quali – forse come avremmo fatto noi,- gli chiedono e si chiedono: “se non salva sé stesso, come fa a salvare gli altri?” (Lc 23, 35s.). Non può essere “il Salvatore”.
Dunque, il Natale viene proprio per ricordarci che Dio viene a noi come un bambino indifeso. È Lui, che da subito chiede a noi: “aiutatemi! dove siete davanti ai mali del mondo?” Se i suoi genitori non lo avessero preso in braccio e non fossero fuggiti, se non si fossero loro attivati prendendosi cura di lui, Gesù sarebbe morto come gli altri bambini: questo è il messaggio del vangelo di Matteo. Allora, la domanda che ci viene rivolta ancora oggi dal Natale è: cosa facciamo dopo aver visto attorno a noi tante disgrazie e brutalità, ora che la televisione ci mostra in diretta tutte queste sofferenze, e non possiamo più dire di non sapere cosa succede attorno a noi, perché l’abbiamo visto con i nostri occhi?
Perché non ci rendiamo ancora conto che è Dio che si aspetta da noi la soluzione dei problemi, e continuiamo a pretendere che sia Lui a risolverli?
Torna a proposito la storiella che ho raccontato poco tempo fa in qualche articolo:
Per strada vidi una ragazzina che tremava di freddo, aveva un vestitino leggero e ben poca speranza in un pasto decente. Mi arrabbiai e dissi a Dio: «Perché permetti questo? Perché non fai qualcosa?» Per un po’ Dio non disse niente. Poi, improvvisamente, quella notte mi rispose: «Certo che ho fatto qualcosa. Ho fatto te.» [4]
Insomma, non dobbiamo aspettarci la soluzione da Dio, perché siamo normalmente noi uomini che creiamo i problemi, siamo noi uomini che facciamo brutto il mondo. L’azione creatrice di Dio non interferisce e non introduce nulla all’interno della storia umana. Dio non può fare nulla nella storia.
E come scrive sempre padre Sergio [5]:
Tu, noi, tutti, siamo invitati a un amore che sia parola concreta, che si manifesti
in atti concreti di aiuto e solidarietà. Se non affrontiamo questa domanda,
se non siamo capaci di donarci, possono passare altri 2000 Natali, ma non
cambierà assolutamente nulla nel mondo.
Dio si fa uomo per poter aiutare gli uomini, e ci dice: “anche tu fai qualcosa;
scegli la solidarietà che vuoi, ma poi fai”.
Anche se non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo, qualcosa possiamo sempre fare, almeno qui attorno a noi. Quando invece ci aspettiamo tutto da Dio, si finisce col non fare proprio nulla in attesa del suo intervento, che però non arriva mai.
Perciò non serve a niente, davanti alla tavola di Natale imbandita, recitare la preghierina: “Ti ringraziamo Signore per il cibo che prendiamo dalla tua bontà, e fa che non manchi a nessuno dei nostri fratelli”. Dobbiamo essere noi a preoccuparci se il cibo manca a qualcuno dei nostri fratelli, e darci da fare per fargli arrivare il cibo che lui non ha, magari condividendo con lui il cibo che noi abbiamo in abbondanza, magari spendendo un po’ del nostro tempo per servirlo alla mensa dei poveri. Troppo comodo chiedere a Dio di provvedere direttamente, lasciandoci in pace, e se non provvede Lui, peggio per gli altri.
Ecco che siamo noi a dover cambiare. Ma il problema è che cambiare sé stessi è un’impresa titanica che costa tanta fatica.
Qui mi sovviene la storiella della lampada appena strofinata da una giovane donna, dove appare l’immancabile Aladino [6]:
La donna dice: «Posso avere i miei tre desideri come da copione?» Il genio risponde: «No, mia cara! Sto invecchiando e non ce la faccio più; hai un solo desiderio che posso esaudire». La donna allora prende una cartina geografica: «Ok! Vorrei la pace in Medio Oriente. Vedi la cartina? Vorrei che questi Paesi qui la smettessero di farsi la guerra».
Il genio butta un occhio sulla cartina e sbotta: «Cara mia, questi Paesi sono in guerra da secoli; si menavano già ai tempi di Mosè, ben prima di Gesù. Non credo di poterci fare niente; te l’ho detto, non ho più l’età. Non puoi chiedermi l’impossibile. Lascia perdere. Dai! Chiedi qualcos’altro».
La donna ci pensa un po’, e poi fa: «Non sono riuscita a trovare ancora l’uomo giusto della mia vita: un uomo sensibile, dolce e affettuoso, capace di condividere, che sappia rendersi utile nei lavori domestici, di cui ci si possa fidare sia nelle cose piccole sia in quelle grandi, che sia un bravo amatore senza ansie né necessità di esibizioni, che ami il calcio senza considerarlo una religione, che non passi tutto il tempo a dire quanto è figa quella là e che culo ha avuto il suo collega riuscendo a far carriera, che non sia sempre nevrotico, che si lavi almeno il giusto… ».
A questo punto il genio, sospirando: «Dai qua, fammi vedere un po’ questa cartina!»
È vero: nessuno di noi è il genio della lampada e, se neanche Aladino riesce a farsi carico e risolvere problemi piccoli che sembrano insormontabili e grandi che sono veramente insormontabili, è normale che nessuno di noi possa pensare di farsi carico di tutto e di tutti! Ma se è per questo, neanche Gesù si è fatto carico di tutti. Neanche Gesù ha potuto fare tutto: non ha guarito tutti, è spesso fuggito dalla folla, e ha conservato per sé anche momenti di solitudine e riflessione. Non pretendiamo di essere più bravi di lui. Ma evitiamo anche di non fare nulla, con la scusa che non possiamo fare nulla per gli ucraini e i palestinesi, mentre di sicuro possiamo fare qualcosa almeno per il nostro vicino di casa o per uno sconosciuto che comunque attraversa la nostra strada.
Ognuno deve semplicemente farsi carico degli altri. E gli altri sono quelli che l’intreccio del caso ci mette sulla nostra strada. Quando avviene l’incontro, e come se Dio ce li avesse messi là. E come se Dio ci dicesse: “vi aspettavo!” Ecco l’incontro con Dio. Gli altri non possono essere tutti, ma quelli che la vita ci fa incontrare, e sono già tanti. La vita così diventa un intreccio compatto di umanità ricca. Io aiuto gli altri, e gli altri aiuteranno me. Ma non si deve aspettare che siano gli altri a cominciare; cominciamo noi, perché l’amore è seme, e il seme deve germinare [7].
Ecco l’incontro con Dio che il buon samaritano fa quando inciampa nel ferito. Se semplicemente uno ascolta con empatia la donna incinta che vuol abortire, senza giudicarla, senza darle consigli, soprattutto senza ammonirla o minacciarla, sicuramente fa molto di più che astenendosi dal mangiare la carne il venerdì e delegare al Padreterno di vedersela con quella ‘peccatrice’. Amore servizievole è mettere la vita al servizio di coloro che incontriamo - che Dio ci ha messo sul nostro cammino - e che in questo momento sono meno uomini di ciascuno di noi, perché vittime dell’ingiustizia, perché ammalati, perché in crisi in un momento particolare della vita, perché meno sicuri di noi, perché più fragili. Questo è il Regno di Dio, da realizzarsi qui su questa terra: aiutare gli altri a sollevarsi quando sono caduti, ad essere un po’ più sereni qui, su questa terra, non domani in paradiso. Questo è il compito che dovremmo impegnarci a svolgere per l’anno prossimo.
E allora, Buon Natale a tutti! E soprattutto Buon lavoro!
NOTE
[1] Per vendere di più. La riprova si ha nei negozi cinesi, dove vicino ai gingilli natalizi già in vendita vedevi ancora gli addobbi di Halloween. Sacro e profano tutto insieme. Ma non si può pretendere che i cinesi abbiano capito cosa è Natale, se non l’abbiamo capito neanche noi.
[2] Tor C., C’è vita e vita, Lettere di padre Sergio, EMI, Bologna, 2000, 13.
[3] Gesù è finito in croce insieme a due κακουργοι (Lc 23, 32) o ληστας (Mc 15, 27) o λησται (Mt 27, 38), cioè due sovversivi, due terroristi secondo i romani, da noi ridotti a ladroni, e ‘buon ladrone’ è perfino un po’ meno dispregiativo di ladro. In realtà, la pena della crocifissione era riservata a pochi gravissimi reati, tipo attentato alla sicurezza dello Stato; non era prevista per il furto (Cantarella E., I supplizi capitali in Grecia e a Roma, ed. Rizzoli, Milano, 1991, 333ss.), per cui i condannati a fianco di Gesù non potevano essere semplici ladri come ci hanno insegnato. Evidentemente già la Chiesa primitiva si trovava a disagio di fronte a questa scombussolante fine di Gesù, equiparato a un rivoltoso terrorista.
Ancora: Stegemann W., Gesù e il suo tempo, ed Paideia, Brescia, 2011,444: “La crocifissione era la pena capitale che Roma aveva previsto per i ceti inferiori e nelle province per i suoi nemici, reali o apparenti. Nei territori colonizzati colpiva quindi i rivoltosi veri o presunti appartenenti alla gente comune”.
[4] De Mello A., Il canto degli uccelli, ed. Paoline, Milano, 1986, 112.
[5] Tor C., C’è vita e vita, Lettere di padre Sergio, EMI, Bologna, 2000, 124.
[6] Tratta da E – Il mensile (Emergency) ottobre 2011, 82.
[7] Tor C., C’è vita e vita, ed. EMI, Bologna, 2000, 22.
Volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/