Bose, l’amore, le ventinovenni, il terzo, il passaggio di rito
di Stefano Sodaro
Liturgia nel Monastero di Tatev. in Armenia - foto di Vyacheslav Argenberg tratta da commons.wikimedia.org
Liturgia monastica a Bose - foto del direttore
Un anno fa la Comunità Monastica di Bose diventava monastero sui iuris della Diocesi di Biella
Può considerarsi passato, pertanto, il tempo della sofferenza, persino della crisi, e può aprirsi, per Bose, uno “scenario monastico” – chiamiamolo così – di ritrovata armonia e coerenza, non soltanto con la propria storia, necessariamente particolare, ma anche con l’intera Tradizione ecclesiale.
E c’è un elemento, anch’esso tradizionale eppure assolutamente nuovo, che compare nella vicenda attuale del “nuovo” Monastero: una presenza inesauribile di volti giovani.
Merita considerare che da sempre Bose è una Comunità monastica mista, composta cioè non solo da monaci maschi, ma anche da monache, donne, la cui specificità – al riparo, peraltro, da ogni gigantografia di un inesistente “genio femminile” – richiede d’essere valorizzata. Il monachesimo femminile è un capitolo della storia della Chiesa di immensa importanza.
Ma che accade di coloro che, non certo monache - e peraltro non certo a Bose -, sono sposate con un prete cattolico? Corbelleria? Fantasticheria? Eh no. In quasi tutte le Chiese Orientali Cattoliche – con le sole eccezioni delle Chiese Siro-Malabarese e Siro-Malankarese dell’India – gli uomini sposati, per decisione del vescovo e spesso anche della comunità, possono essere ammessi all’ordinazione presbiterale.
Per quanto noto, non esiste – almeno in lingua italiana – alcuno studio al riguardo. La realtà del presbiterato vissuto nel matrimonio presso le Chiese Cattoliche Orientali è completamente taciuta, sebbene esistano nel nostro Paese le due Eparchie di Lungro, in provincia di Cosenza, e di Piana degli Albanesi, vicino a Palermo, che hanno presbiteri cattolici sposati, così come l’Esarcato d’Italia per gli Ucraini cattolici di rito bizantino.
Il carattere misto della Comunità monastica di Bose potrebbe costituire il punto di riferimento del cattolicesimo italiano per sviluppare una riflessione articolata sul ministero femminile nella Chiesa. Il ruolo delle donne monache è, infatti, esattamente lo stesso degli uomini monaci. Ed il presbiterato di alcuni – molto pochi – tra questi ultimi risulta solo funzionale alle esigenze celebrative della stessa comunità.
Questa non esclusività maschile permette, inoltre, di rendersi ospitale, a parere del qui scrivente, verso ogni ricerca d’amore, anche quella che sfugga ai facili incasellamenti. La arcinota e ultra-consueta “coppia binaria”, eterosessuale, rigorosamente anti-poliamorosa, proiettata verso matrimonio e famiglia, verso ripartizione di ruoli domestici lontani da ogni messa in discussione, verso assegnazione di spazi reciproci disegnati e dilatati dalla cultura tramandata in base a rigide predeterminazioni - dove il maschio può e la femmina non può -, questa cultura non è più sostenibile, né tollerabile. Ed esiste un gruppo di donne, senza tuttavia voler generalizzare, al cui interno si avverte una tensione, non più comprimibile, verso altre dinamiche relazionali, anche di coppia. Donne che hanno vissuto i propri vent’anni e non hanno ancora iniziato a vivere i trenta e che sono consapevoli di un’esperienza affettiva, di diverse esperienze affettive, non ancora ipotecate da pretese e attese sociali. Donne che sono capaci di mettere in crisi gli uomini che non siano abituati ad una inversione vera e propria di iniziative progettuali, dove lei – ad esempio nei suoi desideri di affermazione professionale – vada ascoltata prima di lui e addirittura a prescindere da lui. Donne che ritagliano, nonostante tutto e tutti, spazi di propria indipendenza ed autonomia anche nei confronti di presenze altre, terze, senza per questo rianimare modelli rivelatisi fallimentari degli anni Sessanta dello scorso secolo. Niente “comuni” e “coppie aperte”, ma consapevolezza piena che neanche la propria sessualità è terreno di diritti altrui, bensì, tutto al contrario, di diritti soggettivi ed inalienabili, non riducibili agli articoli del codice civile. Pare significativo che il reato di adulterio sia stato espunto dal codice penale già nel 1968 grazie alla Corte Costituzionale, rovesciando le conclusioni di altra sentenza, della medesima Corte, del 1961, soltanto sette anni prima.
Torniamo per un istante alla questione dei presbiteri (cattolici) che hanno moglie perché appartenenti ad una Chiesa Orientale. Alcuni, anzi molti, potrebbero essere nati ed essere stati battezzati in tale Chiesa, ma altri potrebbero provenire dalla Chiesa Latina ed avere realizzato il “passaggio di rito”, secondo le diverse modalità giuridiche consentite. Oggi l’interrogativo potrebbe non essere più solo o tanto “come si comporti una donna davanti al desiderio di passaggio di rito del proprio marito”, ma “come si comporti una donna davanti all’ipotesi di un passaggio di rito per se stessa” e, eventualmente, anche per chi, marito oppure no, fidanzato oppure no, abbia condiviso con lei un percorso, un itinerario, una ricerca, all’interno della comunità ecclesiale. La domanda può essere, dunque, addirittura scabrosa, ma fornisce una posizione visuale interessante.
Si tratta di provocazioni, suggestioni, tensioni che proprio a Bose cercheremo, in questi giorni, di raccogliere e riannodare al filo di un senso profondo e potente.
L’alterità femminile/maschile diventa paradigma di ogni alterità, che, esattamente perché tale, non può piegarsi mai ad identità, nemmeno per corrispondere a gelosie e desideri di possesso, che, a detta di secoli e millenni, sarebbero segno certo di amore. Sarà così? Pensiamo che forse anche no. Che non tutto sia stato già detto e scritto sul mistero dell’amore. E che Altro ci attenda, additatoci da monaci, monache, ventinovenni, canoniste.