Il grido delle piazze
Il Medio Oriente continua a essere il cuore di tensioni e di promesse mancate, una terra dove ogni iniziativa diplomatica si intreccia con la vita concreta di milioni di persone. In questo scenario complesso, le mosse dei leader mondiali assumono un peso che va ben oltre i palazzi del potere.
Giorgia Meloni, intervenendo sulla vicenda, ha sostenuto che la Flotilla avrebbe dovuto fermarsi per non rischiare di compromettere il piano proposto da Donald Trump per il Medio Oriente. Benjamin Netanyahu ha infatti dato il via libera al progetto in 20 punti elaborato insieme a Trump. Dopo un confronto riservato nello Studio Ovale, i due leader hanno presentato il piano in conferenza stampa e lo hanno successivamente illustrato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, alla presenza di Trump e di diversi leader arabo-islamici che lo hanno apertamente sostenuto.
Se a febbraio si parlava di un trasferimento volontario della popolazione, oggi il piano prevede invece che i palestinesi rimangano nell’enclave loro riservata. Gaza dovrebbe essere ricostruita grazie a un programma economico internazionale, sebbene non sia ancora chiaro chi gestirà operativamente questo processo. Il controllo amministrativo non sarà affidato direttamente all’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Maḥmūd ʿAbbās, ma a un nuovo organismo: il GIDA, Gaza International Transition Authority, supervisionato da un Board for Peace internazionale. L’Autorità Palestinese avrà un ruolo subordinato, tecnico e limitato.
Il piano stabilisce la smilitarizzazione di Hamas e descrive Gaza come “libera dal terrorismo”, con amnistia per i militanti e esilio garantito alla leadership. Il ritiro militare israeliano dalla Striscia sarà graduale, ma resta incerta la tempistica e il grado di controllo effettivo dell’IDF, mentre il rilascio degli ostaggi e il cessate il fuoco dipendono dalla collaborazione delle parti. In seguito, il controllo passerà a una forza internazionale temporanea.
Dal punto di vista diplomatico, Hamas appare isolato. Il piano gode di appoggio regionale, ma lascia fuori la Cisgiordania e riduce la partecipazione politica dei palestinesi, affidando il governo a figure esterne. Allo stesso tempo, il sostegno interno in Israele non è unanime, e alcune fazioni lo criticano apertamente, segnalando rischi per la sicurezza e l’efficacia del progetto. La popolazione civile rime tra gli attori più vulnerabili, con dubbi sull’applicazione reale delle promesse di ricostruzione e protezione.
In questo contesto, l’Europa sembra marginale: si è limitata ad annunciare sanzioni contro alcuni coloni violenti e pochi ministri israeliani. Dinnanzi all’inefficienza dei governi si è mossa la Global Somut Flotilla, che con la sua azione ha rotto il blocco di ipocrisia degli Stati, svelando come dietro la tragedia si nasconda la logica del potere.
E con lei sono scesi in piazza centinaia di migliaia di persone, a manifestare per la Palestina. Mille voci, diverse e lontane, si sono fuse in un solo grido: che questo genocidio si deve fermare. Un grido che attraversa i confini, che abbatte le barriere, che resta inciso nel cuore della storia. Un grido che rompe il silenzio omertoso dei governi.