Il diaconato femminile e l’illusione di un ‘no’ definitivo
La pubblicazione della sintesi della Commissione Petrocchi sul diaconato femminile, resa nota giovedì scorso, rappresenta un passo indietro che non può essere accolto con silenziosa rassegnazione. Il documento esclude l’accesso delle donne al diaconato sacramentale, pur ammettendo di non poter formulare un giudizio definitivo. Ma le argomentazioni addotte sono teologicamente fragili e canonisticamente contraddittorie.
1. La testimonianza dei riti antichi e delle prassi viventi
La Commissione ignora o minimizza l’evidenza storica: in Oriente esistevano riti sacramentali di ordinazione delle diacone, con imposizione delle mani e collocazione presso l’altare. Non si tratta di “ministeri paralleli”, ma di vera ordinazione, come attestano i testi bizantini e la prassi della Chiesa Apostolica Armena, che ancora oggi conosce la figura della diacona. A ciò si aggiunge la recente ordinazione di una donna diacona ortodossa in Africa: segni concreti che la Tradizione non è monolitica, ma plurale e viva.
2. La cesura introdotta da Omnium in mentem
Il motu proprio di Benedetto XVI (2009) ha distinto chiaramente il diaconato da presbiterato ed episcopato, sancendo che il diacono non agisce in persona Christi capitis. Questa cesura, pur problematica, apre uno spazio teologico: se il diaconato non è assimilato al ministero presbiterale e/o episcopale, nulla impedisce di riconoscere alle donne l’accesso al grado diaconale dell’Ordine. Il documento della Commissione, invece, sembra ignorare questa distinzione, riproponendo un’unità artificiosa che contraddice lo stesso magistero recente.
3. La maschilità di Cristo come argomento apodittico
Sconcertante è l’uso della maschilità di Cristo come criterio normativo. Neppure Inter insigniores (1976) aveva osato formulare un argomento tanto ultimativo, e Ordinatio sacerdotalis (1994) non lo ha ripreso. Ridurre il sacramento all’identità biologica del Cristo uomo significa tradire la logica dell’Incarnazione, che assume la carne umana nella sua totalità, non la maschilità come requisito giuridico. È un ritorno a un biologismo teologico che la Chiesa sembrava aver superato.
4. La voce delle teologhe
Il Coordinamento Teologhe Italiane (CTI) ha espresso oggi una presa di posizione chiara (si veda qui): il documento della Seconda Commissione non solo ignora la ricerca storica e teologica, ma tradisce lo spirito sinodale che chiedeva ascolto e inclusione. Le teologhe denunciano la contraddizione tra l’invocata “sinergia tra uomini e donne” e la negazione di un ministero sacramentale che darebbe alle donne piena cittadinanza ecclesiale. È un monito che non può essere liquidato come marginale: è la voce di chi vive e pensa la Chiesa dall’interno.
Le conclusioni della Commissione II non sono “forti”: sono fragili, contraddittorie e regressivamente ideologiche. La storia, il diritto canonico e la teologia mostrano che il diaconato femminile non solo è possibile, ma è già stato praticato e può esserlo ancora. La Chiesa non può permettersi di chiudere la porta con argomenti apodittici e biologisti. È tempo di riconoscere che l’ordinazione delle donne al diaconato è non solo legittima, ma necessaria per la verità dell’Incarnazione e per la credibilità della comunità ecclesiale.