Basilica di San Pietro, Città del Vaticano, 8 dicembre 2025 - foto del direttore
«Sessant’anni dopo, il silenzio sul Concilio»
di Stefano Sodaro
Questa mattina, 8 dicembre 2025, nella Basilica di San Pietro, ho partecipato all’Eucaristia delle 10:30 presieduta dal Cardinale Gambetti. Nessun cenno – neppure minimo – è stato fatto alla conclusione, proprio in quella stessa Basilica, sessant’anni fa, del Concilio Vaticano II. Né il Papa, all’Angelus, ha ricordato l’evento. È un silenzio che sbalordisce, come se la memoria di ciò che fu “il” Concilio per antonomasia – per la mia generazione non uno della serie, ma il Concilio – fosse dissolta in un oblio che non osa dire il suo nome.
Eppure il Vaticano II fu un’epifania. Fu la sostituzione del paradigma teologico e dogmatico dell’aut aut con quello ecclesiologico e pastorale dell’et et. Non più contrapposizione, esclusione, separazione, ma apertura, inclusione, dialogo. Fu il passaggio da una Chiesa arroccata nella difesa delle proprie formule a una Chiesa che si lasciava interrogare dalle gioie e dalle speranze, dalle tristezze e dalle angosce degli uomini e delle donne del tempo. Una Chiesa che metteva al centro – come liturgicamente davvero avvenne dentro quella medesima Basilica – il Vangelo e non i trattati di teologia e meno che mai il codice di diritto canonico.
Quell’afflato al mondo non si fermò alla pastorale, si riverberò in pieno anche sulla dogmatica. L’annuncio e la comprensione della fede furono trasformati da quella apertura. Non è più possibile tornare indietro, nonostante i silenzi sugli anniversari, nonostante la tentazione di ridurre il Concilio a parentesi o, addirittura, in revisionismi sempre più di moda, a incidente di percorso.
Tra i frutti più radicali di quella svolta vi fu la riscoperta del sacramento del matrimonio. Non come contratto nuziale, né come analogatum princeps di una mistica sponsale ambigua e autoreferenziale – di cui tanto si parla oggi, in queste ore –, bensì come compromesso con Dio nella propria vita. Il matrimonio come esperienza di Dio che si incarna, che si fa volto, che si fa accoglienza concreta. Non una specie di invidiabile Paradiso chiuso verso l’interno, “giardino delle delizie proibito a chi di quel matrimonio non partecipi (mal gliene incolse, povero lui e/o povera lei…)”, ma spazio spalancato verso l’esterno, come cura e premura del mondo. È questa la sua verità conciliare: non un recinto, ma un sacramento che si fa missione, apertura, responsabilità.
Sessant’anni dopo, il silenzio istituzionale sull’evento non cancella la sua forza. Al contrario, la rende più urgente. Perché se la memoria tace, la coscienza deve gridare. Il Concilio non è passato: è ancora la nostra unica via di futuro ecclesiale. È il respiro che impedisce alla Chiesa di richiudersi nel proprio giardino, e la obbliga a restare sulla soglia, a guardare il mondo con occhi di misericordia e di speranza.
Il Prefazio II dell’Avvento, pregato invece ieri durante la messa delle 18 nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore e frutto – contemporaneo – della riforma liturgica del Concilio, riportava testualmente, declamato solennemente da chi presiedeva: “Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo”. Mi sono domandato – dentro di me -: “Mica penseremo che ora egli viene incontro a noi in ogni uomo… purché maschio?”. La strada della conversione è ancora lunga, e complessa.