Ma chi ci dice che Dio preferisce gli emarginati?
di Dario Culot
La parabola del buon samaritano - immagine di Michele Abastante, tratta da commons.wikimedia.org
Dio è invisibile e trascendente per cui la fede viene esercitata in qualcosa che non può essere visto. Perciò, se non siamo in grado di dire chi è Dio, se non sappiamo sostanzialmente nulla di Lui come possiamo parlare di Lui? E, a maggior ragione, perché dovremmo credere che gli emarginati siano effettivamente i preferiti da Dio?
Quanto al primo punto, anche la coscienza di ogni singolo uomo viene coinvolta quando parliamo di morale e di diritti, eppure ancora oggi non sappiamo bene cos’è la coscienza e non sappiamo definirla. Quanto al secondo punto, dobbiamo crederlo perché lo afferma spesso il Vangelo, anche se noi l’abbiamo dimenticato avendo seguito più Giovanni Battista che Gesù. Infatti il progetto del Battista si era da subito focalizzato nella lotta contro il peccato, per cui mirava alla confessione dei peccati (Mt 3, 6), al perdono dei peccati (Mc 1, 4). Centrandosi sul peccato, fondamentale per il Battista era relazione fra l’uomo e Dio. Quando è stato informato di ciò che faceva Gesù è rimasto spiazzato, perché Gesù si focalizzava sulla relazione dell’uomo con l’uomo, e invece di tuonare contro i peccati cercava di rimediare alla sofferenza umana (cfr. Mt 11,5; Is 61,1; 35, 5s.).
L’evangelista Giovanni ricorda come una grande folla seguiva Gesù, “vedendo i segni che faceva sugli infermi” (Gv 6, 2): di nuovo queste parole indicano come si muoveva Gesù, il quale si preoccupava e si occupava degli “infermi”, cioè di persone deboli, e dava loro la possibilità di uscire dalla situazione di infermità in cui si trovano, togliendo quegli svantaggi che impedivano loro di camminare alla pari con gli altri. Ecco un chiaro esempio di come Gesù privilegiava proprio quelli che noi facilmente lasciamo in disparte, perché noi preferiamo utilizzare un criterio di efficienza, declassando e mettendo da parte coloro che non sono produttivi come i sani. Ma così si rischia evidentemente di creare situazioni di esclusione. Di più: mentre gli stretti osservanti della religione vedevano in Gesù un grande peccatore perché ripetutamente guariva di sabato violando la legge divina, dimostrando in tal modo di credere che l’osservanza della legge era per essi ben più importante della salute di chi stava male, il Vangelo fa vedere che la salute di un povero disgraziato era – per Gesù - ben più importante della sottomissione alla legge divina.
Nella parabola del buon samaritano (Lc 10, 25ss.), né il prete, né il pio levita sono indicati come modelli di credenti, ma esclusivamente l’eretico samaritano, cioè un disprezzabile essere impuro rifiutato da Dio stando alla religione ufficiale, perché solo lui si prende cura del ferito non appena lo vede a terra, senza sapere chi è, senza chiedersi se lo merita o meno, senza chiedersi se la sua impurità lo contaminerà, senza neanche pensare minimamente a Dio: il samaritano pensa solo all’uomo bisognoso di aiuto ed è spinto da un innato senso di solidarietà umana, per cui agisce senza secondi fini. Non agisce pensando di far contento Dio[1] e di meritarsi un premio da parte sua. Il vero credente, dunque, è – secondo Gesù - semplicemente colui che assomiglia al Padre praticando un amore gratuito simile al suo,[2] e questo amore lo spinge a farsi prossimo di chiunque si trovi in condizioni di difficoltà,[3] senza che la religione che professa abbia alcuna importanza. Non il ferito è il suo prossimo, ma il samaritano si fa prossimo di chi incrocia la sua strada. Se questo è il messaggio, la fede nel Signore non si vede allora da quel che uno dice di credere, dalla religione che professa, ma da come uno ama gli altri. Gesù fa chiaramente intendere che ci sono persone anche molto religiose, che vivono rigorosamente di regole religiose, ma questo di per sé non le giustifica; si salveranno solo quelle persone, quand’anche atee o agnostiche, che a differenza di tanti sedicenti credenti si sono occupati degli altri. Chi ama l’essere umano ama Dio, come risulta dal vangelo di Giovanni (Gv 13, 34s.: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato). E inoltre si deve sottolineare che, nel comandamento nuovo dato da Gesù, Dio non viene nemmeno menzionato, il che significa che non i riti, non le cerimonie, ma la buona relazione fra gli altri esseri umani deve essere il centro del cristianesimo.
Permettetemi allora di non essere d’accordo con quanto detto da papa Leone XIV nella sua prima omelia: “La mancanza di fede porta spesso con sé la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche”[4]. Ma nella parabola del buon samaritano sono proprio il sacerdote e il levita a passare oltre, pur essendo persone piissime e religiose che credono in Dio e si reputano pieni di fede. Però tutti percepiscono nel racconto che queste persone religiose, che si credono credenti e pensano di aver una fede granitica, in realtà stanno togliendo la vita a un disgraziato. Tutti si rendono conto che, al contrario, un impuro peccatore, il quale non pensa affatto di essere credente, e nel suo agire neanche pensa a Dio, assomiglia in realtà proprio a Dio perché in lui tutti possono vedere la presenza di un Padre che ridona la vita, la garantisce, la cura. Essere da Dio, allora, dipende non dall’osservanza della Legge divina, dal professare una religione, ma dal bene che si fa agli altri[5].
Quando Gesù parla a Nicodemo (Gv 3, 7s.) gli dice che occorre nascere di nuovo, cioè diventare un’altra persona sotto l’influenza dello Spirito che, come il vento, non si sa da dove viene e dove va. Il vento è libero sì che nessuno può imprigionarlo e controllarlo: così deve essere anche l’essere umano. Perciò chi decide di seguire Gesù sarà libero: non ovviamente di fare quello che gli conviene per il proprio interesse, tipo accumulare denaro o guadagnare potere, ma di mettersi al servizio degli altri, di coloro che hanno fame, di coloro che hanno sete, degli ammalati, di coloro che sono stranieri, come confermato nel capitolo 25 di Matteo. In una parola: al servizio degli emarginati.
Infatti, se andiamo alla narrazione del giudizio universale di Matteo (Mt 25, 31ss.), vediamo che Gesù non dà alcuna spiegazione del dolore e della sofferenza; neanche dice che Dio manda a ognuno la sua croce, e men che meno chiede di offrire al Signore le nostre sofferenze. Del resto avrebbe dovuto prima spiegare cosa se ne fa un Dio, da lui definito come Padre amorevole, delle nostre sofferenze da lui inviate e che poi, di ritorno, noi dovremmo offrire a Lui. Questa mistica della sofferenza[6] nata nella Chiesa e che tuttora gode di molti proseliti, non è attribuibile a Gesù, il quale per tutta la vita ha invece lottato contro la sofferenza. A conferma, proprio in questo episodio non viene chiesto se abbiamo offerto qualcosa (compresa la sofferenza) al Signore, se abbiamo reso con fede onore a Dio, o al papa o alla Chiesa; vien solo chiesto se abbiamo condiviso o meno quello che era nostro con gli altri esseri umani che abbiamo incrociato nella nostra vita. Gesù cioè chiede a ciascuno di noi di collaborare per eliminare o almeno diminuire l’altrui sofferenza: avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere, ero straniero e mi hai ospitato, ero detenuto in carcere e mi hai visitato. Tutte situazioni in cui versano normalmente i poveri, gli emarginati, i derelitti. Difficile che un ricco e potente abbia fame o sete senza essere in grado di soddisfare da sé questi bisogni, o che debba emigrare per cercare una vita migliore. Chi è ricco, anche se straniero, trova sempre le porte aperte in ogni luogo dove va.
A questa stessa conclusione ci porta la parabola del ricco epulone (senza nome, per cui ciascuno di noi può identificarsi con lui) e del povero Lazzaro (Lc 16, 19ss.). Qui di nuovo c’è questo contrasto, fin brutale, fra ricchezza e miseria, e il primo guaio della ricchezza è che non ci si accorge di chi sta soffrendo, anche se il povero è sul nostro uscio di casa. Il ricco non disprezza e non tratta male il povero Lazzaro: semplicemente non si accorge che esiste. Il finale non ci dice tanto che uno finirà all’inferno e l’altro in paradiso, quanto che questa disuguaglianza crudele non cambia “se non si ascoltano per tempo i profeti” (Lc 16, 31), il che per i veri cristiani significa vivere secondo ciò che insegna il Vangelo,[7] il quale appunto sollecita ad agire per eliminare le disuguaglianze che fanno vivere molti emarginati nella sofferenza. Dopo sarà troppo tardi.
Anche la parabola del grande banchetto (Mt 22, 1ss.; Lc 14, 15ss.) porta alla stessa conclusione. Al banchetto di Dio non entrano i ricchi, troppo presi dai loro affari, mentre entrano i diseredati e gli emarginati che neanche si aspettavano di essere invitati. Ricchezza e cura dei bisognosi non vanno facilmente d’accordo.
In un’altra occasione Gesù rivolge una dura ammonizione a coloro che fanno inciampare i più piccoli, cioè quelle persone insignificanti che incrociamo, che vediamo ma che per noi restano invisibili, presi come siamo dai nostri interessi, sì che spesso finiamo per calpestare questi piccoli e insignificanti microbi volendo raggiungere noi i primi posti. Da notare che Gesù non dice “guardatevi dal disprezzare gli emarginati”, ma “guardatevi dall’ignorarli”.
Che gli emarginati, gl’insignificanti siano i prediletti, si vede nitidamente anche nel cap.18 di Matteo, quando i discepoli litigano su chi è il più importante. Gesù, che sempre si mette al centro e mai davanti o in alto, questa volta mette al centro un garzoncello insignificante e dice che quello lì è il più importante. (Mc 9, 35s.) Chiaro l’invito a mettersi al fianco degli ultimi, ricordando che se Dio amore non mette nessuno al di fuori del suo amore noi dobbiamo fare lo stesso. In realtà noi accogliamo dunque il Signore solo se accogliamo gli ultimi. Credo che basti quanto si è detto fin qui per dimostrare che noi non siamo seguaci di Gesù, anche se pensiamo di essere fedeli cristiani.
Il fatto che gli apostoli continuino a litigare spesso su chi sarà il più importante, dimostra – a mio avviso - che gli apostoli non hanno affatto ritenuto che Gesù avesse ormai indicato Pietro come suo vicario e loro futuro capo:[8] una simile designazione avrebbe troncato le loro dispute. E invece nemmeno quando queste dispute continuano a riemergere Gesù chiarisce loro che aveva ormai nominato Pietro come suo vicario: avrebbe dovuto dire: “Ma non capite proprio niente! Se l’altro giorno ho appena nominato Pietro come vostro capo! Sarà lui a decidere i vostri futuri contrasti”. Questo mi fa pensare che tutti noi possiamo cercar di imitare Gesù, ma nessuno può sostituirlo, neanche Pietro e dopo di lui i suoi successori.
Dunque, neanche di fronte al fatto che gli apostoli non avevano assolutamente capito che Gesù aveva già indicato Pietro come loro futuro capo (così invece insegna il magistero), la cosa viene fatta loro entrare in testa una volta per tutte, perché Gesù vede che tutti sono presi dalla bramosia di potere, e nel regno dei cieli non c’è posto per la bramosia del potere. Gli apostoli non hanno ancora capito che la cosa più importante di tutte è la «sequela», come viene raccontato nell’episodio del “buon pastore” (Gv 10, 27ss.). Le pecore si fidano del pastore, si sentono sicure con lui per cui vanno dove lui va. Ma questo significa una relazione particolare tra chi governa e chi è governato. Non siamo chiaramente davanti a una relazione di potere alla quale corrisponde una relazione di sottomissione, ma una relazione fra amici di cui ci si fida (Gv 15, 15)
Nessuno degli apostoli ha ancora capito il messaggio di Gesù: coloro che la società considera i più insignificanti (come i “piccoli”, i garzoncelli) sono in realtà i più vicini a Dio. Nessuno degli apostoli pensa sia diretto a lui l’ammonimento secondo cui si diventa vere e proprie pietre di inciampo (σκάνδαλον - scάndalon) quando col proprio comportamento irresponsabile si rende manifesto che anche nella nuova comunità prevalgono sempre le stesse vecchie dinamiche di potere e di successo proprie di ogni struttura di potere; nessuno capisce che questo scandalo diventa causa di allontanamento da Dio di questi “piccoli” fragili nella fede (fa perder loro la fede), i quali si erano speranzosamente avvicinati al nuovo gruppo pensando di trovarvi fraternità e comprensione[9]. Allora, dice Gesù, chi fa inciampare queste piccole nullità insignificanti per la maggior parte delle persone, è meglio che sia buttato a mare con una macina legata al collo (Mc 9, 42; Mt 18, 6). L’ammonimento è tremendo perché con la macina non potrà riemergere e salvarsi. Teniamo presente che, nella cultura dell’epoca, gli ebrei avevano il terrore di morire affogati perché si credeva che la resurrezione sarebbe stata possibile soltanto se si veniva seppelliti in terra di Israele. Ecco perché gli ebrei non amavano il mare e non sono diventati un popolo di navigatori. Ecco perché Giuseppe, nel libro del Genesi, dice: “quando sarò morto portate le mie ossa in terra di Israele” (Gn 50, 25). Ecco che Ezechiele minaccia: “morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari” (Ez 28, 8). Si pensava allora che, non potendo recuperare il corpo del malcapitato morto in mare, lo stesso non avrebbe partecipato alla resurrezione finale perché senza il corpo materiale la resurrezione era impossibile. Quindi Gesù indica chiaramente che siamo proprio davanti a una sorta di scomparsa piena, totale e definitiva per coloro che sono causa di scandalo. E, a proposito, chi era l’unico del gruppo che è stato appena chiamato pietra d’inciampo (scandalo)? Proprio Pietro (Mt 18, 23), quello che la Chiesa ha poi indicato come il capo della comunità.
Anche alla madre di Giacomo e Giovanni, che sgomita affinché i suoi due figli abbiano un posto di rilievo (Mt 20, 20ss.), Gesù – che ha appena parlato della sua imminente morte ma evidentemente ha parlato al muro, - risponde secco: “se avete desiderio di grandezza sappiate che la vera grandezza non significa salire più degli altri, essere più degli altri, ma gratuitamente e solo per amore servire gli altri, dal basso”. Il cristiano deve dunque guardare in basso, fra quelli che stanno più in basso, e non in alto verso quelli che già stanno bene.
Insomma, mi sembra che Gesù abbia espresso chiaramente la sua idea: chi nella sua comunità è roso dall’ambizione di essere il primo finirà male. Gesù non esclude che nella comunità ci sia un primo; che ci siano persone più vicine a Dio. Ma la vicinanza si determina non in base al potere che hanno, al dominio o ai titoli che hanno, non in base a quante persone hanno sotto di sé destinate all’obbedienza, ma si determina esclusivamente in base alla capacità volontariamente e liberamente assunta di servire gli altri per amore[10]. Altro che ritenere Pietro, e dopo di lui tutti i papi successivi, come la “massima fra tutte le dignità della terra”, nella quale si concentra il potere supremo ed immediato sopra tutti gli altri pastori e sopra tutti i fedeli, come insegnava l’art.196 del Catechismo Pio X. Quindi una Chiesa che non si orienta verso il basso, ma si orienta verso l’alto, verso il potere, verso la superiorità del clero rispetto ai laici, mi sembra in tutta evidenza una Chiesa che ha perso l’orientamento[11] perché non è fedele al Vangelo.
Da tutti questi racconti mi sembra chiaro che, stando a Gesù, l’invisibile Dio si può incontrare solo alleviando le sofferenze degli altri, nell’umano[12]. Ma se s’incontra Dio rimediando alla fame, alla sete, accogliendo lo straniero, ecc., vuol dire che Dio si trova proprio dove ci sono povertà, miseria, bisogno impellente, mancanza di libertà, per cui come diceva Gustavo Gutiérrez (l’ideatore della Teologia della liberazione, recentemente scomparso), “l’amore per Dio può esprimersi soltanto nell’amore per il prossimo”. E diremmo, tanto più quanto più il prossimo è bisognoso, perché lì il nostro aiuto può veramente contare. All’opposto, seguendo sempre questa linea logica, dovremmo anche dire che non incontriamo Dio dove ci sono persone che egoisticamente accumulano ricchezze solo per sé, soprattutto quando si sa che a una buona parte dell’umanità manca l’indispensabile per vivere, oppure dove si esercita il dominio sugli altri. E se invece pensiamo d’incontrare Dio principalmente nei riti sacri (come andare a messa ogni domenica), nel partecipare ai sacramenti, nel credere ai dogmi astratti, inganniamo noi stessi e solo immaginiamo di aver incontrato in questo modo il Dio di cui ci ha parlato Gesù. In realtà pratichiamo semplicemente una religione che nulla ha a che vedere con la sequela di Gesù, mentre solo la sequela ci rende veramente cristiani.
Vivere nella sequela di Gesù vuol dire leggere le domande che gli altri ci fanno, perché gli altri esistono, e sono vicini a noi. Quando verso sera tutta la gente che ha ascoltato Gesù comincia ad aver fame, gli apostoli se ne accorgono. Ovviamente, al bisogno degli altri, gli apostoli danno la tipica risposta egoistica che avremmo dato anche noi: “che vadano a casa a mangiare” (Mt 14, 15). Non pensiamo ancora oggi così quando ci viene incontro un immigrato? Invece Gesù dice: “dategli voi da mangiare”. Perché? Perché Dio ci interpella sempre così. E come ci ricorda sempre l’evangelista Matteo in un altro passo quando parla della fine del mondo (Mt 25, 31-45), non puoi mandare via gli altri, perché Dio è l’altro. Io-Dio, cioè l’altro, avevo fame, e tu mi hai dato da mangiare. Dio non parla direttamente con noi, ci interpella solo attraverso gli altri. Quando uno pensa di parlare direttamente con Dio, molto probabilmente sta solo parlando con sé stesso. Se solo fossimo veramente convinti di questo, il mondo cambierebbe immediatamente.
Se i fedeli non sono disposti a servire gli altri nella radicalità del Vangelo, se non s’impegnano per i poveri, gli emarginati e i sofferenti, la stessa Chiesa si condanna all’irrilevanza, perché come aveva detto il vescovo Jacques Gaillot: “Una Chiesa che non serve (gli altri), non serve a nulla”.
Ma ecco la nota dolente, perché è chiaro che simile cristianesimo è maledettamente difficile da mettere in pratica: cioè è maledettamente difficile essere veri cristiani. Però può consolarci almeno un poco il vedere come si comportavano già gli apostoli (indicati dal magistero come i successori di Gesù e gli edificatori della nostra Chiesa, e invece tanto simili a noi): quando Gesù, dopo averlo spiegato per ben tre volte, s’incammina verso Gerusalemme per andare incontro alla morte, gli apostoli se ne stanno bellamente discutendo su chi di loro sarà il più importante, chi di essi avrà maggior peso, maggior potere all’interno del gruppo. Siamo davanti a una mostruosa contraddizione vissuta già dai primi discepoli di Gesù; e questa contraddizione è ancora oggi vissuta da tanti uomini di Chiesa anche senza rendersene conto,[13] e ovviamente anche da noi.
NOTE
[1] Quanti cristiani dicono di agire perché vedono Gesù nel povero che aiutano e quindi si sentono a posto con Dio stesso perché stanno agendo per amore di Gesù-Dio.
[2] Mateos J. e Camacho F., Il Figlio dell’Uomo, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 271s. Maggi A., Roba da preti, ed. Cittadella, Assisi, 2007, 128.
[3] E con questa parabola il cristianesimo spiega che la salvezza è fare la verità, non contemplarla. Il samaritano fa verità, e il prossimo è lui che si avvicina al bisognoso. E noi ci avviciniamo agli altri?
[4] Pensiero riportato ne Il Piccolo del 10.3.2025, 3.
[5] Maggi A., Cos’è il peccato, incontro in Assisi 2013, in www.studibiblici.it/Multimedia/audio_conferenze.
[6] Esiste addirittura in Italia il CVS (Centro Volontari della Sofferenza), un’associazione che nella sofferenza offerta dal malato riconosce una partecipazione al mistero pasquale di Cristo che lo rende apostolo.
[7] Castillo J.M., Declive de la Religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brower, Bilbao, 2023, 79.
[8] Com’è risaputo, per l’ortodossia la nomina di Pietro si ha in Mt 16, 18, 19: “Tu sei Pietro…a te darò le chiavi del regno dei cieli…” Ma già subito dopo i discepoli continuano animatamente a discutere fra di loro su chi è il più grande (Mt 18, 1ss.).
[9] Pulcinelli G., Il verme che non muore, “Famiglia Cristiana”, n. 7/2012, 13.
[10] Maggi A, Dio e la gallina, relazione tenuta ad Assisi nel 2007, 54, in www.studibiblici.it/Scritti/conferenze.
[11] Come sostiene Castillo J.M., Declive de la Religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brower, Bilbao, 2023, 156.
[12] Va ricordato che a Dio si accede attraverso l'umano, come dimostra l'incarnazione. Dio lo possiamo incontrare solo nel corretto rapporto con gli altri e nell'amore per gli altri (Rm 13, 3-8; 1Gv 4, 20). Cfr. anche Castillo J.M., Vittime del peccato, ed. Fazi, Roma, 2012, 238s.
[13] Castillo J.M., Declive de la Religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brower, Bilbao, 2023, 93.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/