Dallo schermo alla realtà
di Angelo Maddalena
Giorgio Almirante a Strasburgo nel febbraio 1980 - foto tratta da The MEP Giorgio ALMIRANTE during a session in Strasbourg on SFebruary 1980. - Multimedia Centre
Nelle ultime settimane ho avuto una testimonianza diretta di esperienze di cui avevo solo sentito parlare da lontano, tramite notizie di giornali o televisione: una ragazza (che io conosco, mi ha raccontato di lei la madre) sta iniziando a trasformarsi in ragazzo.
La madre mi ha raccontato che sua figlia, di circa 25 anni, è da qualche tempo in una comunità di accoglienza per disturbi mentali e, mentre si trova in questa comunità, scrive canzoni (mi ha fatto vedere un video in cui la figlia canta con la chitarra) e al contempo si è tagliata i capelli, si è disegnata i puntini della barba e dei baffi e starebbe informandosi per la prassi del cambio di sesso (mi ha fatto vedere una foto per illustrarmi questa trasformazione in atto).
La madre dice che non è qualcosa di veramente sentito da lei e che rientra in un periodo di perdita di riferimenti e identità e cose del genere.
Questo è un fatto, lo volevo segnalare solo perché è la prima volta che mi capita di ricevere una testimonianza simile da una persona direttamente coinvolta e per dire che ho apprezzato, da parte di sua madre, la sincerità e la condivisione di questa realtà che ovviamente la preoccupa o comunque la mette in apprensione, come tutte le madri quando devono gestire un figlio o una figlia che esprime un’inquietudine dirompente con varie forme di sbocco fisico, emotivo, psicologico, politico.
A proposito dello sbocco “politico”, Sergio e Rino sono due ragazzi di quindici anni, Sergio è figlio di un mio amico: Sergio e Rino si incontrano periodicamente perché entrambi hanno una casa in una località turistica. C’è anche un terzo con loro, Filippo (i nomi sono tutti fittizi). Sergio è molto intelligente e lucido, Rino mi sembra, almeno dallo sguardo, “assente”, così come Filippo. Insomma, anche loro sono per me l’unica possibilità di contatto con una realtà che spesso viene fuori attraverso servizi giornalistici e televisivi, quella dei “nostalgici” del Duce (nel loro caso si tratta di nostalgici di una proiezione del Duce, per evidenti motivi anagrafici).
Sergio mi ha detto che quest’anno ha partecipato alla commemorazione dei giovani dell’MSI uccisi in via Acca Larentia, a Roma. Ultimamente indossa magliette con la scritta AZIONE STUDENTESCA e altri simboli legati al regima fascista, pochi giorni fa è stato a Predappio accompagnato dal padre, suppongo insieme a Rino e Filippo. Anche questa notizia me l’ha data Sergio, prima di andarci, me lo aveva preannunciato. Mi ha anche mostrato il vino che hanno comprato a Predappio, sull’etichetta c’è il volto del Duce e la scritta Me ne frego. Poi anche una statuetta di un mezzo busto, piccolo, di Mussolini, con la scritta in basso DUX. È la marca del vino che mi riporta a un discorso sempre attuale di don Lorenzo Milani, il quale aveva scritto, sul muro della scuola di Barbiana: I care, e diceva che era il motto degli studenti americani migliori, il contrario esatto del motto fascista Me ne frego.
Sergio non è uno che se frega, anzi: quando mi parla di queste sue “gesta” non lo fa mai con strafottenza, al contrario: è come se mi volesse dire: ‘aiutami a capire, dimmi cosa ne pensi, parliamone, ho bisogno di qualcuno con cui parlare di tutto ciò, per scandagliare qualcosa che non ha solo a che fare con Mussolini, anzi, forse di Mussolini io me ne frego’.
Dico questo perché conosco Sergio da diversi anni, sono un grande amico di suo padre. Suo padre, ecco l’altro elemento chiave. È un professionista, con alle spalle diverse vicissitudini familiari più o meno tragiche, come o più di tanti altri, ma andiamo oltre. Suo padre minimizza e relativizza, dice che il fascismo è come il comunismo, ma attenzione, alla base, nel fondo, ha una difficoltà notevole, potrei dire enorme, di confrontarsi e di mettere un limite agli atteggiamenti spesso prorompenti di suo figlio Sergio. Poco tempo fa ha sbottato e gli ha dato una manata o uno schiaffo, ma è qualcosa di molto raro o quasi unico: più di una volta ho dovuto intervenire per contenere i capricci e l’insolenza di Sergio nei confronti del padre, il quale mi ha, più di una volta, ringraziato, perché io, praticamente, ho preso il suo posto, cioè, ho fatto quello che lui dovrebbe fare molto più spesso.
Recentemente ho assistito a una scena quasi paradossale: mentre eravamo a cena io con Sergio e suo padre, Sergio mi diceva che aveva partecipato a un campo di addestramento di giovani di Azione Studentesca e c’erano «quelli di Casa G.», mi raccontava Sergio, «ma sono degli esaltati». Casa G. sarebbe una sorta di «centro sociale di destra», mi dice Sergio, io so che “Casa G.” è uno ‘Spazio Identitario’, così è scritto sulla porta di ingresso a Firenze, ci sono passato davanti casualmente, più di una volta, si trova in via dei Mille, non lontano dallo stadio. Il padre di Sergio minimizza come spesso fa in questi casi, e con sufficienza butta lì una sentenza in base alla quale “i centri sociali di destra e di sinistra sono uguali: chi li frequenta si fa le canne e si ubriaca», al che Sergio lo corregge e precisa: «Non è vero, un centro sociale di destra è una contraddizione in termini», dimostrando una consapevolezza e una lucidità che spiazza anche me.
Pochi giorni fa sono stato al Museo audiovisivo della Resistenza, a Fosdinovo, ho comprato un libro dal titolo Il diciannovismo fascista, un mito che non passa, di Andrea Ventura, l’ho comprato per regalarlo a Marco e nella dedica ho scritto che è anche per suo padre e anche per me, per studiare meglio un periodo storico che non conosco bene neanche io fino in fondo, sebbene abbia scritto un romanzo storico sul tema, Agitatevi con calma, il romanzo di Angelo e di altri socialisti “vestiti di povertà”. Ho iniziato a leggerlo, c’è scritto che effettivamente Renzo De Felice aveva, negli anni Settanta o già da prima, tentato di spiegare che i fasci di combattimento del 1919 e la fondazione del fascismo aveva una base di sinistra, in quanto Mussolini era stato socialista fino a pochi anni prima e cose del genere. Silvio (nome fittizio del padre di Sergio) si appoggia infatti alle tesi di De Felice. Il libro che ho comprato espone le tesi di De Felice, che hanno condizionato molti di noi dagli anni Settanta in poi, però l’autore del libro prova a discutere e, a volte, a smontare queste tesi. Dico a Silvio che sarebbe importante approfondire, lui torna a dirmi che in base a queste tesi, “il fascismo è uguale al comunismo”, allora gli faccio notare che forse per le conseguenze ci sono state molte similitudini, con il senno di poi, ma il fascismo ha una radice diversa, anche perché fondata sulla violenza, e lui rintuzza dicendo che il marxismo è violento perché si basa sulla dialettica tra le classi, al che gli faccio notare che è ben diversa la guerra di classe dalla violenza di gruppi appoggiati se non finanziati da agrari e industriali, come fu per i primi fascisti a partire dal 1919 in poi. Lui ammette che è così ma quasi giustifica la situazione perché i soldi che prendevano venivano da diverse parti ed erano soldi che servivano per finanziarsi.
Poi parlo con Sergio e gli racconto del mio passaggio al Museo della resistenza, delle testimonianze dei partigiani nei megaschermi, e lui provocandomi bonariamente (il tono della voce non è né acceso né rintuzzante) mi dice che erano degli assassini, i partigiani. Gli dico, sempre con pacatezza, che questo succedeva come in ogni guerra: «Non erano assassini fini a sé stessi ma per difendere un territorio da un occupante che commetteva crimini efferati». Lui mi dice che i nazifascisti uccidevano solo dissidenti, partigiani, omosessuali, ebrei, «ma non i civili». Gli ricordo che invece non era così, e che le stragi di Sant’Anna di Stazzema e altri luoghi dimostrano che c’erano molte vittime civili e inermi. Lui ammette di non essere a conoscenza di tutto ciò. Poi gli dico che gli italiani, durante il regime fascista, hanno ucciso in Etiopia e Somalia molte persone con il gas nervino, e che i fascisti nel Montenegro, per ogni fascista ucciso, guidati dal generale Roatta, uccidevano 50 civili, cosa che non facevano neanche i nazisti che in Via Rasella, per esempio, uccisero 10 civili per ogni nazista ucciso. Lui ammette di non sapere e annuisce. Accanto a lui c’è Rino, che non parla molto, se non per mono sillabi e per slogan.
Qualche giorno fa Sergio (e Rino lo ha seguito) hanno fatto un fotomontaggio e in una foto di me con una maglietta nera, hanno messo il simbolo Antifa e in un’altra la bandiera del PCI, e ci hanno scritto: «Non pensavo che eri una zecca comunista», e Rino, in un commento: «Un artista come Angelo Maddalena è una zecca comunista, non me l’aspettavo». È un gruppo whatsapp intitolato a una squadra di calcio locale, al quale partecipano anche Silvio e Serena, la madre di Marco.
La madre (che mi conosce) ha scritto che non è una cosa bella e che Sergio doveva eliminare quella foto, insomma lo ha rimproverato, e ha rimproverato anche il padre che, secondo lei, non si impone e lascia troppo spazio ai capricci del figlio (questo da sempre e in generale, come abbiamo notato prima). Silvio risponde dicendo che è meglio che ciò accada alla luce del sole e che lui non interviene perché il fatto di dire certe cose in modo goliardico e plateale, è già una forma di autocontrollo che Sergio si dà.
Però io ho insistito con Sergio per fare cancellare la mia foto ritoccata, lui prima ha detto di no ma poi l’ha cancellata. In realtà il gruppo whatsapp è molto ristretto, però credo sia stato meglio che io e sua madre abbiamo imposto una linea di rispetto e di correttezza.
Al di là di tutto, sono convinto che la spinta verso la ricerca di una figura forte o presunta tale (un Duce), provenga da un bisogno inevaso di sapersi imporre, da parte di un padre in questo caso, quando serve, al riguardo ricordo che più di dieci anni fa, con Sebastiano, un mio amico che abitava a Firenze, andammo vicino Siena in una cascina di amici dove io avrei dovuto fare uno spettacolo, c’era una cena e una riunione di un collettivo, erano quasi tutti libertari e anarcoidi, tra questi c’era uno che attualmente è un mio grande amico. Il modo di fare all’acqua di rose, l’incapacità di mettere delle regole minime per cenare, per iniziare lo spettacolo e per altre cose, generava una sensazione come se ci fosse una volontà di darsi le arie di “collettivo” e di anarchismo rivendicato, di fatto però c’era solo una mancanza di rispetto per chi doveva iniziare a fare lo spettacolo, per chi doveva cenare ecc., al che Sebastiano mi disse: «Queste situazioni, paradossalmente, fanno venire voglia di un duce!». Voleva dire che negare le regole e fare finta di non volere regole o di non averne, porta spesso a un desiderio di averne e di averne anche forti, rigide e dure.
Poi, tornando al discorso di prima, c’è la mancanza enorme di riferimenti storici anche perché a scuola la storia si studia fino alla Prima guerra mondiale, come mi diceva Carlo di Firenze, che ho incontrato a Fosdinovo, riferendosi ai programmi scolastici della nostra generazione. Poi Carlo mi consiglia di vedere un film dal titolo “Familia”, da qualche mese uscito nelle sale cinematografiche. Dice che dovrei vederlo, perché approfondisce il discorso del rapporto tra padre e figlio che frequenta gruppi di destra.
Credo che lo sforzo che tocca fare è quello di rielaborare e reinventare tutto, anche partendo dall’I care di don Lorenzo Milani e dall’assunto di Pasolini secondo il quale il consumismo ruba l’anima dei giovani molto più del fascismo. Le “nostalgie” di Sergio sono un modo per provocare risposte e regole di base, riferimenti rigorosi o quanto meno solidi, e sono una richiesta di ascolto e di confronto, però se questo insieme di “risposte” non viene dato con chiarezza e rigore teorico, si crea un vuoto, ma ci sono altri fattori da considerare: le relazioni tra i genitori e altro ancora, ma soprattutto non occorre adagiarsi o fermarsi a risposte facili, l’insieme di forze che ci costituisce è sempre unico e misterioso.