Palestina: non è una questione di numeri. La dignità delle vittime civili non si negozia
di Stefano Sodaro
Premessa. Quando nel pomeriggio di ieri ho appreso della devastazione alla sede de “La Stampa”, ho pensato nell’immediatezza che si fosse trattato di un’aggressione di stampo neofascista. Ed in effetti, anche se le farneticazioni riprodotte con lo spray dentro gli uffici redazionali sembrano invece attingere agli slogan stereotipati dell’antagonismo sinistroide, la violenza contro i giornali è sempre – sempre – indice e comprova di evidente neofascismo. Da rigettare con tutta la più ferma determinazione. Che non ha alcuna motivazione lecita. Lo dico, lo voglio dire, con estrema chiarezza. Così come, per quanto riguarda la direzione di questo settimanale, non sono minimamente giustificabili le parole che Francesca Albanese ha pronunciato in pubblico al riguardo. Tutta la nostra solidarietà più convinta alle colleghe e ai colleghi del quotidiano torinese.
Terminata la premessa. Punto e a capo.
Francesca Albanese riceve il Premio Giornalistico Marco Luchetta - Trieste, 21 novembre 2025 - foto del direttore
In questi giorni, Trieste ha celebrato il conferimento del Premio giornalistico Marco Luchetta a Francesca Albanese, nella sua veste di relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi occupati. Un riconoscimento che ci obbliga a riflettere, ancora una volta, su come raccontiamo la tragedia della Palestina e su quali lenti scegliamo per leggere il diritto, la storia, l’umanità.
C’è chi, nel dibattito pubblico, si affanna a distinguere tra crimini di guerra e genocidio, a pesare le parole come se la sofferenza potesse essere ridotta a una questione terminologica. C’è chi si rifugia nell’equidistanza, chi equipara responsabilità e sproporzioni, chi si preoccupa più di non sbilanciarsi che di restituire voce a chi non ne ha più. Ma c’è un punto che non può essere eluso: qui non si tratta di difendere o attaccare Hamas, né di assolvere Israele. Qui si tratta di restituire centralità alle vittime civili, ai bambini, alle donne, agli anziani che pagano il prezzo più alto di una guerra che non hanno scelto.
E c’è di più: si arriva a sostenere che, in fondo, il saldo tra bambini morti a Gaza e nuovi nati sarebbe “in pari”, come se la tragedia potesse essere contabilizzata, come se la perdita di una vita innocente potesse essere compensata da una nascita. Questa logica è, per quanto mi riguarda, inaccettabile. Nessun bilancio demografico potrà mai giustificare, relativizzare o assolvere la distruzione di un’infanzia, la cancellazione di una generazione, il dolore di una madre, la paura di un bambino sotto le bombe. La dignità di ogni vita è incommensurabile, e chi riduce la sofferenza a una statistica tradisce non solo il diritto, ma l’umanità stessa.
Il diritto internazionale – la Convenzione ONU del 1948, lo Statuto di Roma – nasce per proteggere i civili, per impedire che la logica della rappresaglia e della punizione collettiva travolga ogni principio di umanità. Ne scrive oggi Maria Giovanna Titone in questo nostro numero.
Le testimonianze raccolte da Francesca Albanese, i rapporti delle agenzie ONU, di Human Rights Watch e Amnesty International, documentano distruzioni, assedi, privazioni di beni essenziali, deportazioni forzate. Non sono “esaltazioni televisive”, ma atti concreti che il diritto internazionale invita a riconoscere e a giudicare.
Si ripete spesso che la parola genocidio sia usata a sproposito, che occorra cautela. Ma la cautela non può diventare complicità. Quando ministri e funzionari parlano di “animali umani”, di “trasferimento forzato”, quando si priva una popolazione di acqua, cibo, cure, non siamo più nel campo delle sole “azioni di guerra”. Siamo davanti a una realtà che il diritto internazionale ha il dovere di indagare, senza sconti per nessuno.
Condannare ogni violenza è doveroso, ma non può significare assolvere chi detiene il potere militare e decide chi vive e chi muore. La soggettività del popolo palestinese non può essere ridotta a quella di un gruppo armato, né la sua sofferenza relativizzata o rimossa.
Il Premio Luchetta a Francesca Albanese è un segnale: la società civile italiana ed europea non si rassegna al silenzio, né alla delegittimazione di chi chiede giustizia. La pace non si costruisce sulla rimozione delle vittime, né sulla criminalizzazione della solidarietà. Serve il coraggio di chiamare le cose col loro nome, di ascoltare chi, come Albanese, non si lascia intimidire dalle pressioni e dagli attacchi.
La giustizia non è un esercizio di equilibrismo, ma la capacità di restituire dignità a ogni vita, a ogni storia, a ogni bambino – palestinese o israeliano che sia. Solo così, forse, potremo sperare in una pace che non sia solo una tregua tra le armi, ma un nuovo inizio fondato sul diritto e sull’umanità.