DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
Il peccato che non sappiamo più nominare
La predicazione cristiana ha progressivamente perso la capacità di nominare il peccato nella sua dimensione pubblica. Non che siano scomparse le esortazioni morali o i richiami etici: anzi, talvolta il discorso ecclesiale si concentra quasi ossessivamente su alcuni ambiti specifici, in particolare sulla sfera sessuale, che appartiene alla parte più intima della persona. Una “mania morbosissima” di trattare ciò che riguarda il corpo e la vita privata, mentre si tace — o si sfiora soltanto — la questione delle strutture di peccato che attraversano da sempre le società umane.
Eppure, la tradizione biblica non è mai stata avara di parole su questo: nei testi profetici dell’Antico Testamento — da Amos a Isaia, da Michea a Geremia — il bersaglio non sono soltanto i vizi del singolo, ma i sistemi economici e politici che opprimono, le comunità che si girano dall’altra parte di fronte alla sofferenza, i ricchi che vivono nell’opulenza mentre i poveri languono. È lo stesso Vangelo a riprendere questo filo: nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, Gesù non punta il dito contro vizî privati, ma contro l’indifferenza strutturale di chi banchetta “vestito di porpora e di lino finissimo” mentre, alla sua porta, un uomo muore di fame.
Oggi, nella nostra epoca segnata da disuguaglianze abissali, meccanismi economici predatori ed esclusioni normalizzate, sarebbe urgente leggere i segni dei tempi anche a partire da queste realtà. Le strutture di peccato non sono concetti astratti: sono sistemi economici che escludono i fragili e li considerano un peso; sono meccanismi globali che trattano intere aree del pianeta come riserve di risorse e di manodopera a basso costo, non come comunità portatrici di dignità e parola; sono assetti politici che alimentano divisioni e fanno leva sulla paura per rafforzare il proprio potere; sono logiche finanziarie che mettono il profitto immediato sopra la vita stessa delle persone e del pianeta.
E sono anche cose molto più vicine di quanto pensiamo: l’evasione fiscale che priva intere popolazioni di servizi essenziali, mentre governi colpiscono duramente i piccoli contribuenti e lasciano impuniti i grandi evasori; il datore di lavoro che sfrutta manodopera in nero, non garantisce la sicurezza e la tutela sul lavoro, e così facendo nega non solo diritti, ma la stessa dignità umana. Questi sono peccati.
Peccato, infatti, in ebraico ḥaṭṭā’th, significa “mancare il bersaglio”: mancare lo scopo della vita, che — alla luce della Genesi — è quello di essere custode della terra e custode dei fratelli. Ogni volta che si sfrutta, si opprime o si lascia indietro qualcuno, si manca questo obiettivo.
Non si può dire che la parola della Chiesa sia del tutto assente di fronte a questo, ma è spesso poco profetica: dichiara, ma non incide. Non basta rilasciare enunciazioni di principio; serve far pesare davvero queste ingiustizie sulle coscienze, richiamare con forza alla responsabilità comune.
Non ci si aspetta che la Chiesa sieda ai tavoli del potere per dettare politiche, ma che faccia risuonare la sua voce con la forza di chi legge il Vangelo e lo applica alla storia concreta. Perché oggi, più che mai, il grido che sale al cielo non è soltanto quello delle colpe segrete di ciascuno, ma quello delle ingiustizie che segnano interi popoli. Se questo grido non trova eco nella parola ecclesiale, il rischio è che il Vangelo venga percepito come un regolamento privato di condotta — e non come una forza capace di smuovere le fondamenta di un mondo ingiusto.