DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
Cento giorni da Leone XIV
I primi cento giorni di Papa Leone XIV hanno mostrato un ritorno a segni e prassi che il predecessore aveva invece lasciato cadere: l’uso di certi abiti, la residenza estiva a Castel Gandolfo, alcune scelte liturgiche.
Si tratta di elementi apparentemente marginali, ma che rivelano una verità giuridica e teologica di fondo: il Papa, in quanto legislatore supremo, può modificare, sospendere o ripristinare ciò che altri hanno introdotto. Il canone 331 del Codice lo ricorda con chiarezza, attribuendogli la potestà piena, immediata e universale.
Eppure, proprio questo potere illimitato mette in luce un paradosso: nonostante il papato sia spesso stato rappresentato come un’istituzione assoluta e impersonale, nella realtà storica ogni pontefice lascia la propria impronta personale sul ministero che esercita.
Francesco aveva scelto di rinunciare a certi simboli e residenze per accentuare l’immagine di un pontificato sobrio e itinerante; Leone XIV, al contrario, ha ripreso abitudini che appartenevano a una tradizione più lunga, segnalando così una diversa interpretazione del medesimo ufficio. Non è questione di stile privato, ma di esercizio concreto della funzione papale, che inevitabilmente assume i tratti della persona che la incarna. In questo senso, il Papa non è mai solo il custode di un’istituzione, ma il modo in cui quella stessa istituzione prende forma in un tempo determinato.
Storicamente, il papato ha cercato di consolidare la propria immagine di supremazia, soprattutto a partire dall’età moderna. Il dogma dell’infallibilità definito nel 1870 è un esempio eloquente: esso non significa che il Papa sia infallibile in ogni sua parola, ma rappresenta comunque un passaggio in cui l’istituzione si è autorappresentata come assoluta, quasi sottratta al fluire della storia. E tuttavia, al di là delle definizioni dottrinali, la vita della Chiesa mostra che ogni Papa governa in modo personale, e che persino le norme, i decreti e i gesti liturgici riflettono un approccio soggettivo.
La riflessione che si impone è allora duplice. Da un lato, il diritto canonico conferma che il Papa può tornare indietro, cambiare rotta, abrogare o ripristinare: è parte della sua potestà legislativa. Dall’altro, la storia ci ricorda che il pontificato, pur nella sua veste giuridica e universale, rimane sempre un ministero plasmato dalla personalità di chi lo esercita.
Più che un segno di debolezza, è la prova che la Chiesa non vive di astrazioni, ma di persone concrete. Ogni pontefice, nel suo agire, non solo amministra un’istituzione millenaria, ma la interpreta. E in questa tensione tra assolutezza giuridica e soggettività personale sta forse la cifra più vera del papato contemporaneo.
Centodieci, centocinquanta o mille giorni non bastano mai per misurare un pontificato, e cento sono certamente troppo pochi per trarne bilanci.
Tuttavia, qualcosa dello stile di Leone XIV già si intravede. Egli procede lungo la scia tracciata da Francesco, ma con un passo diverso, meno spettacolare, più silenzioso. Non suscita la stessa risonanza nell’opinione pubblica, forse perché ci eravamo abituati a un Papa che si esprimeva con tratti e gesti di rottura.
Oggi ci troviamo invece davanti a un ministero che si muove con discrezione e continuità, e resta da comprendere se questo ritmo sarà la cifra costante del pontificato o se, nei suoi tempi, condurrà a scelte incisive. In fondo, è proprio l’attesa a definire questi primi cento giorni: l’attesa di capire se il maratoneta diventerà, a suo modo, un innovatore.