“Shit battle” e collusione emotiva: quando la comunicazione diventa una battaglia senza dialogo
Le cosiddette “shit battle” — letteralmente battaglie di merda — sono ormai un fenomeno onnipresente nel panorama digitale: esplodono nei commenti di post virali, nelle discussioni politiche, perfino sotto i contenuti più leggeri e apparentemente innocui. Ma queste dispute non sono solo flame fra haters, sono il segnale più evidente di un malfunzionamento sistemico della comunicazione contemporanea.
In un mondo dominato dalla fruizione istantanea, algoritmica e continua, l’utente medio non agisce, ma reagisce. La sua partecipazione è un riflesso condizionato, un’agito automatico. Come spiegano le teorie sulle dinamiche emotive nei sistemi relazionali, queste reazioni collettive rappresentano una vera e propria collusione emotiva: un patto inconsapevole e condiviso fra l’utente e la macchina, dove ogni contenuto è costruito per scatenare una risposta emozionale predeterminata — indignazione, scherno, odio, empatia — che poi viene riprodotta all’infinito.
Come sottolineano Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia in Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell'intervento in psicologia clinica, “l’analisi della domanda implica la capacità di leggere non solo ciò che viene detto, ma ciò che rimane implicito, ciò che motiva il comportamento e la richiesta, spesso legata a dinamiche di collusione e alle emozioni sottese” (Carli & Paniccia, Introduzione). In questo senso, la comunicazione digitale attuale è spesso attraversata da domande implicite di conferma e sicurezza, che vengono veicolate da emozioni forti ma non mediate.
Il problema cruciale è che queste emozioni sono spesso inconsce, non mediate dalla riflessione ma generate da stimoli immediati e polarizzanti. Come in un sistema collusivo rigido, lo spazio per la simbolizzazione, la comprensione e il dialogo si riduce drasticamente, lasciando il posto a un agito impulsivo e ripetitivo. L’algoritmo, in questo senso, è un amplificatore della divisione, un meccanismo che rinforza la dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, “noi” e “loro”, senza mai offrire una via per superare la polarizzazione.
Il risultato è una disconnessione sistemica del pensiero, una realtà in cui l’identità personale si frammenta in reazioni istantanee e performative, perdendo la sua profondità e autonomia. Come in un sistema collusivo, l’ego si nutre della visibilità ma si svuota di significato.
La vera sfida, quindi, è recuperare uno spazio di riflessione e simbolizzazione che muova dall’emozione, affinché si sospenda l’agito e si recuperi il tempo di simbolizzazione necessaria per avviare un processo trasformativo che riconosca e accetti la complessità. Solo così potremo evitare che la nostra comunicazione si riduca a mere “shit battle” e, al contrario, si possa costruire relazioni autentiche, fondate sull’ascolto e sul rispetto dell’alterità.
In ultima analisi, il vero atto di resistenza nel mondo digitale e relazionale odierno è l’educazione a superare la logica del tutto subito, a favore di una sospensione che apra lo spazio alla trasformazione, alla complessità, mettendo in movimento il modello dicotomico e semplicistico della polisemia amico-nemico.