Le spigolatrici
Siamo davanti a Le Spigolatrici di Jean-François Millet, un’opera che, con la sua quieta malinconia, ci racconta tre donne chine a raccogliere spighe dimenticate. È un quadro semplice, quasi umile, ma dietro quella scena rurale si cela un messaggio universale: c’è sempre qualcuno che lavora per raccogliere gli avanzi di un sistema che distribuisce la prosperità con il contagocce. E no, non stiamo parlando solo del XIX secolo.
Guardiamo meglio: quelle tre donne curve non vi ricordano nessuno? Forse i giovani d’oggi, impegnati in un’eterna caccia alle briciole di un mercato del lavoro che promette tutto e non dà niente? Certo, le spigolatrici avevano almeno il vantaggio di sapere cosa cercare – una spiga è pur sempre una spiga. Oggi, invece, i giovani devono affrontare richieste vaghe e contraddittorie: esperienza pregressa, ma non troppa; disponibilità totale, ma senza aspettative; creatività, ma sempre nei limiti stabiliti da qualcun altro.
Immaginiamo il mercato del lavoro come un grande campo fertile, dove la Costituzione italiana garantisce che tutti possano accedere e raccogliere con dignità i frutti del proprio lavoro. Peccato che, nella realtà, il campo sia recintato da una serie di ostacoli che non si capisce bene chi abbia messo lì. Forse lo stesso sistema che poi, con candore, si domanda perché i giovani non “si impegnino di più”.
Se guardiamo alla storia, le somiglianze con il passato sono quasi commoventi. Durante le rivoluzioni industriali, i giovani venivano sfruttati senza pietà nelle fabbriche, ma almeno avevano la consolazione di sapere che il progresso economico stava effettivamente avanzando. Oggi, invece, lo sfruttamento è diventato più elegante: ai giovani si chiede di essere brillanti, formati, flessibili e magari anche sorridenti, per poi offrire contratti a tempo determinato e stage non retribuiti. Un compromesso perfetto: loro lavorano, ma in cambio ricevono una grande opportunità… di continuare a cercare lavoro.
Prendiamo il caso degli stage. Sembra quasi che il termine “non retribuito” sia diventato un’etichetta chic, come “vintage” o “fatto a mano”. In realtà, è solo un modo per riportarci indietro di qualche secolo, quando il lavoro servile era la norma e nessuno si poneva troppe domande. Oggi, però, le domande ce le facciamo eccome: ad esempio, come si può accumulare “esperienza pregressa” se nessuno ti dà mai la possibilità di iniziare?
Non è tutto. Mentre i giovani cercano disperatamente un posto al sole, la cronaca ci delizia con storie di concorsi truccati, favoritismi e selezioni che sembrano premiare tutto, tranne il merito. E così il sistema del “chi conosci” trionfa sul “cosa sai fare”, lasciando i giovani con due scelte: emigrare o rassegnarsi. Il fenomeno della “fuga dei cervelli”, in questo contesto, non è una sorpresa, ma un’amara conferma. Ogni anno migliaia di giovani italiani partono con una laurea in tasca e un curriculum brillante, per scoprire che all’estero le loro competenze valgono davvero qualcosa. Forse è questa la grande lezione dell’epoca globalizzata: in Italia vali poco, ma appena passi una frontiera diventi improvvisamente interessante.
Ma attenzione, non si tratta solo di lavoro. È una questione di dignità, di riconoscimento. Esattamente come le spigolatrici di Millet, i giovani sono visibili ma ignorati, presenti ma marginalizzati. Il loro contributo è richiesto, ma non riconosciuto, in una contraddizione che sembra quasi una forma d’arte: la precarietà come estetica contemporanea.
E allora? Qual è la soluzione? Non possiamo certo chiedere ai giovani di adattarsi ulteriormente: sono già flessibili al punto da sembrare contorsionisti. È il sistema che deve cambiare, eliminando quegli ostacoli che trasformano il lavoro da diritto in privilegio. Forse un giorno, invece di spigolatrici chine sui campi, potremo dipingere un quadro diverso: un luogo dove tutti partecipano, dove il talento e l’impegno sono premiati, e dove il lavoro non è una lotteria, ma una certezza. Certo, potrebbe sembrare un’utopia, ma in fondo anche “Le Spigolatrici” era solo un quadro.
E c’è di più: non importa quanto i giovani si impegnino, quanto si pieghino o si adattino alle richieste sempre più irragionevoli del sistema, il loro sforzo sembra svanire nel nulla, come le spighe dimenticate nei campi. Non hanno alcun potere di incidere sul sistema che li ingloba e li usa, lasciandoli al margine, spettatori passivi di un meccanismo che li sfrutta senza considerarli realmente. È come se raccogliessero continuamente spighe, ma il raccolto non appartenesse mai a loro.
E poi c’è il paradosso della fiducia. I giovani si presentano con speranza, con la convinzione di poter dimostrare il loro valore, ma le aziende non sembrano avere né il tempo né l’interesse di scoprire chi sono davvero. Non importa quanto talento o passione possano portare: il sistema produttivo ha un unico obiettivo, quello di continuare a produrre, a prescindere da chi sta dietro il lavoro. I giovani non sono persone con un potenziale, ma numeri sostituibili, ruote di un ingranaggio che gira senza fermarsi a guardarli.
E forse, il punto più amaro: non esiste riconoscimento. Come le spigolatrici di Millet, i giovani restano invisibili, ridotti a sagome che lavorano senza mai essere valorizzate per quello che sono. Anche quando riescono a piegarsi e raccogliere le spighe più preziose, il loro contributo non viene mai riconosciuto. Non c’è gratitudine, non c’è dignità, solo un perpetuo senso di precarietà, che li condanna a un ruolo marginale in un sistema che non smette di chiedere ma non è mai disposto a dare.
Così, il campo resta vasto, fertile, ma inaccessibile. E i giovani? Restano lì, chinati, continuando a spigolare, sperando in un cambiamento che appare lontano. Ma forse, un giorno, troveranno il coraggio di raddrizzarsi e reclamare il loro posto. E forse sarà un problema.