Se il Vescovo di Trieste fa i nomi della sua gente al Papa
di Stefano Sodaro
Papa Francesco e mons. Enrico Trevisi vescovo di Trieste, domenica 7 luglio 2024, Piazza Unità - foto dal profilo Facebook di mons. Trevisi
Benché i risultati elettorali che giungono stasera dalla Francia sembrino quasi sigillare, ratificare, valorizzare gli orientamenti, le prospettive, che la 50ma Edizione delle Settimane Sociale dei Cattolici in Italia ha tratteggiato in questi giorni a Trieste, ci hanno sempre insegnato ed ammonito che non si può in alcun modo – proprio non è lecito – trasfondere in una mera lettura politica le adesioni di fede. Va bene, d’accordo, ci mancherebbe altro. Ma il Papa oggi, proprio a Trieste, prima al Generali Convention Center, incontrando i Delegati alla Settimana, e poi durante l’Omelia alla Celebrazione Eucaristica presieduta in Piazza Unità, ha additato un mondo completamente diverso da quel coacervo di populismi, nazionalismi, esclusivismi, sovranismi, primatismi che caratterizza l’oscuro orizzonte geopolitico, ma pure il quadro socio-culturale, e dunque anche politico, del nostro Paese.
Ha detto Francesco nel primo incontro di stamattina: «Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi. No. Dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Tanti, tanti non hanno voce. Tanti. Questo è l’amore politico, che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. Questo è l’amore politico. È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, queste polarizzazioni che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide. A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Dobbiamo riprendere la passione civile, questo, dei grandi politici che noi abbiamo conosciuto. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte. E questa è una cosa importante nel nostro agire politico, anche dei pastori nostri: conoscere il popolo, avvicinarsi al popolo. Un politico può essere come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo. Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo; dietro al popolo per aiutare i ritardatari. Un politico che non abbia il fiuto del popolo, è un teorico. Gli manca il principale.
Giorgio La Pira aveva pensato al protagonismo delle città, che non hanno il potere di fare le guerre ma che ad esse pagano il prezzo più alto. Così immaginava un sistema di “ponti” tra le città del mondo per creare occasioni di unità e di dialogo. Sull’esempio di La Pira, non manchi al laicato cattolico italiano questa capacità “organizzare la speranza”. Questo è un compito vostro, di organizzare. Organizzare anche la pace e i progetti di buona politica che possono nascere dal basso.»
E all’Omelia il Papa ha citato una poesia di Umberto Saba: «Un poeta di questa città, descrivendo in una lirica il suo abituale ritorno a casa di sera, afferma di attraversare una via un po' oscura, un luogo di degrado dove gli uomini e le merci del porto sono “detriti”, cioè scarti dell’umanità; eppure proprio qui – egli scrive – così, cito: «io ritrovo, passando, l’infinito nell’umiltà», perché la prostituta e il marinaio, la donna che litiga e il soldato, «sono tutte creature della vita e del dolore; s’agita in esse, come in me, il Signore» (U. Saba, «Città vecchia», in Il canzoniere (1900-1954) Edizione definitiva, Torino, Einaudi, 1961). Questo, non dimentichiamolo: Dio si nasconde negli angoli scuri della vita della nostra città, avete pensato a questo? Agli angoli oscuri nella vita della nostra città? La sua presenza si svela proprio nei volti scavati dalla sofferenza e laddove sembra trionfare il degrado. L’infinito di Dio si cela nella miseria umana, il Signore si agita e si rende presente, e si rende una presenza amica proprio nella carne ferita degli ultimi, dei dimenticati, degli scartati. Lì si manifesta il Signore. E noi, che talvolta ci scandalizziamo inutilmente di tante piccole cose, faremmo bene invece a chiederci: perché dinanzi al male che dilaga, alla vita che viene umiliata, alle problematiche del lavoro, alle sofferenze dei migranti, non ci scandalizziamo? Perché restiamo apatici e indifferenti alle ingiustizie del mondo? Perché non prendiamo a cuore la situazione dei carcerati, che anche da questa città di Trieste si leva come un grido di angoscia? Perché non contempliamo le miserie, il dolore, lo scarto di tanta gente nella città? Abbiamo paura, abbiamo paura di trovare Cristo, lì.».
Qui è accaduto qualcosa. Qualcosa che segna anche una svolta di Chiesa.
Il Vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, quasi volesse attualizzare - ai nostri giorni e dentro la comunità ecclesiale - le suggestioni di Saba, nel suo saluto finale si è messo a fare i nomi, nomi concreti, della sua gente davanti al Papa, Vescovo di Roma: «Invochiamo la Sua benedizione; la invochiamo su Manuel, un giovane malato di SLA e su tutti i malati di SLA e di altre gravi patologie. Invochiamo la Sua benedizione su Laura, Rita, don Carlo, Romana, Duja e su tutte le persone anziane perché possano sempre sperimentare la gioia di essere famiglia di Dio. Invochiamo la Sua benedizione su tutti i giovani e sui giovani sposi e famiglie, a partire da Simone e Anna, Lorenzo ed Elisa che si sono sposati ieri: sperimentino la gioia di costruire il loro amore sull’amore di Dio. Invochiamo la Sua benedizione su tutti i poveri e su tutti i migranti (come su Ashan e Madiha): possano trovarci coraggiosi nell’inventare forme intelligenti perché siano accolti come amati di Dio e non come minacce. Una benedizione anche per i nostri carcerati e le nostre carcerate: commuove il pensiero che hanno contribuito a realizzare i due mosaici che abbelliscono questo altare.»
E il Papa, prima dell’Angelus – sempre in Piazza Unità, al termine della Messa –, così ha replicato a mons. Trevisi: «Ho voluto ringraziare il Vescovo, per tante cose, ma soprattutto per una: che non ha “parlato” dei malati … Li ha nominati! Li conosce per nome! E questo è un esempio, perché la carità è concreta, l’amore è concreto. Ringrazio tanto il Vescovo perché ha questa abitudine. Ogni persona, sana o malata, grande o piccola, ogni persona ha una dignità. La dignità si fa vedere con il nome e lui conosce il nome. Molto bello. Adesso mi auguro che vada avanti in questa conoscenza, perché una volta ho trovato un parroco di montagna – era parroco di tre villaggi –, e gli dissi: “Ma dimmi, tu sei capace di conoscere la gente per nome?”, e lui mi ha risposto: “Io conosco anche il nome dei cani delle famiglie!”. Adesso mi auguro che lui vada avanti e conosca i nomi dei cani.».
Vescovi – quanto meno di Trieste e di Roma, ma ce ne sono tanti altri (un affettuoso saluto va all’Arcivescovo di Cosenza, mons. Giovanni Checchinato, incontrato in questi giorni) – che pronunciano i nomi concreti di persone concrete. Dobbiamo pur riconoscerlo: eravamo disabituati ad accorgercene, quando non abituati proprio al contrario. Panegirici in lode di una metafisica, celeste, dignità dell’Uomo, mai declinato al plurale, per non parlare delle donne. Non siamo abituati, no.
Oggi, a Trieste, in Piazza Unità, ottomila persone hanno sentito pronunciare dentro il contesto storico, specifico, in qualche modo unico, di una città laica, laicissima, parole episcopali del tutto nuove, hanno riassaporato la freschezza saporosa, ed inquietante, del Vangelo.
Ha proseguito il Papa all’Angelus: «Assicuro la mia vicinanza ai malati – ne ho salutati tanti –, ai carcerati, che hanno voluto essere presenti, ai migranti – Trieste è una porta aperta ai migranti – e a tutti coloro che fanno più fatica.
Trieste è una di quelle città che hanno la vocazione di far incontrare genti diverse: anzitutto perché è un porto, è un porto importante, e poi perché si trova all’incrocio tra l’Italia, l’Europa centrale e i Balcani. In queste situazioni, la sfida per la comunità ecclesiale e per quella civile è di saper coniugare l’apertura e la stabilità, l’accoglienza e l’identità. E allora mi viene da dire: avete le “carte in regola”. Grazie! Avete le “carte in regola” per affrontare questa sfida! Come cristiani abbiamo il Vangelo, che dà senso e speranza alla nostra vita; e come cittadini avete la Costituzione, “bussola” affidabile per il cammino della democrazia.
E allora, avanti! Avanti. Senza paura, aperti e saldi nei valori umani e cristiani, accoglienti ma senza compromessi sulla dignità umana. Su questo non si gioca.»
Merita, dunque, rileggere la poesia di Saba:
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.