Gesù, il Tempio e l’insegnamento del magistero
di Dario Culot
Gerusalemme, Israeli Museum: il plastico di Gerusalemme ai tempi di Gesù, con alla destra il Tempio.
(foto di Dario Culot)
Si è visto la settimana scorsa come ci siano discrepanze fra la condotta di Gesù risultante dai vangeli e l’insegnamento che ci è venuto dal Catechismo.
Altra enorme discrepanza riguarda il rapporto di Gesù col Tempio di Gerusalemme. Nella Bibbia (Es 26; Lv 26,11; 1Cr 17, 5) l’Impronunciabile si era fatto costruire una tenda per dimorare in mezzo al suo popolo; in seguito la sua casa era diventata il Tempio di Gerusalemme[1] (Zc 8, 3). Con Gesù, però, Dio abbandona il Tempio e pone la sua tenda fra di noi (Gv 1, 14), perché Lui ama ogni singolo uomo. Ogni uomo diventa perciò tabernacolo o tempio di Dio (1Cor 3, 16): non lo è più il Tempio di Gerusalemme, non lo possono essere neanche le nostre chiese. Se incontriamo Dio negli altri non c’è più bisogno di andare al Tempio (o in chiesa) per incontrarlo.
Il Tempio di Gerusalemme escludeva di fatto dall’azione di Dio le persone che secondo la cultura dell’epoca non erano degne di avvicinarsi: ad esempio, chi nasceva cieco era considerato escluso dall’azione creatrice e non aveva accesso al Tempio, perché la malattia era collegata al peccato. Con Gesù, il nuovo santuario non è immobile, statico, ma è dinamico. I singoli formano la comunità di Gesù (la chiesa), ed è una comunità che accoglie gli esclusi della società. Dio manifesta la sua santità fra gli esclusi, e il nuovo santuario non attende che gli uomini si avvicinino, ma è la stessa la comunità/santuario che va in cerca degli esclusi della società. E questa comunità in movimento ha come compito quello di inondare d’amore quelle persone che si sentono indegne di accogliere il Signore. Infatti, la strepitosa novità portata da Gesù è questa: non è vero, come insegna la religione, che bisogna essere degni per accogliere il Signore, ma è vero il contrario. Accogliere il Signore è quello che ti rende degno[2].
Nel Vangelo di Matteo Gerusalemme, sede del Tempio, viene sempre presentata sotto una luce sinistra, e Gesù resuscitato non apparirà mai in Gerusalemme; apparirà invece fuori Gerusalemme, sul monte in Galilea. Gerusalemme rimane la città assassina che uccide i profeti in nome di Dio (Lc 13, 34). Anche la stella che conduce i maghi[3] venuti dall’oriente non brilla mai sopra Gerusalemme, città accecata dallo splendore autoreferenziale della sua religione, che non può vedere lo splendore della stella di Dio. La stella torna a brillare solo quando i maghi escono dalla città: “ed ecco la stella” (Mt 2, 9). L’evangelista ci sta dicendo che lì, dov’è la sede centrale dell’istituzione religiosa (il Vaticano di allora), i segni di Dio non potranno mai essere visibili. Piuttosto forte come inizio, non è vero? Vi rendete conto che il vangelo ci sta dicendo che più ci si allontana dalla religione e più si riescono a percepire i segni di Dio?[4]
Nel Vangelo di Giovanni (Gv 10, 1-15) Gesù si presenta come il pastore annunziato, come il pastore, quello buono (poimèn ò kalòs), e buono non va inteso nel senso della bontà (in greco avrebbero detto àgatos), bensì nel senso di unico vero[5] e genuino: questo implica che i sacerdoti del Tempio, falsi pastori, se ne devono andare, perché anche se dicono di essere i veri rappresentanti di Dio, non lo sono.
Eppure il Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 576 e 583) sostiene ancora che, anche se agli occhi di molti, Gesù sembrava agire contro le istituzioni e il Tempio, in realtà Gesù, come prima di lui i profeti, ha manifestato per il Tempio di Gerusalemme il più profondo rispetto. Se ne fa logicamente conseguire che, visto che Gesù si è comportato così, anche noi dobbiamo manifestare il più profondo rispetto per l’istituzione Chiesa.
Sinceramente è difficile vedere un profondo rispetto per l’istituzione in uno che definisce il Tempio “una spelonca di ladroni”(Mt 21, 13); che definisce i sacerdoti, oltre che briganti, peccatori (Gv 8, 24), figli del diavolo e omicidi (Gv 8, 44), che fa notare come gli stessi sono i primi a non osservare la legge che invece impongono agli altri (Gv 7, 19), che la dottrina che essi insegnano e impongono non viene da Dio, ma da loro stessi (Mt 15, 1 ss.; Gv 7, 18), che loro proprio non conoscono Dio (Gv 8, 55) e non hanno mai ascoltato la sua voce (Gv 5, 37), che l’unico dio che conoscono è il dio-denaro (Gv 2, 16), e che il vero Dio preferisce le prostitute e i peccatori a tutta la loro presunta santità (Mt 21, 31). Non a caso, dopo l’arresto, l’accusa presentata con i testi a carico di Gesù si è concentrata sul fatto che aveva annunciato la distruzione del Tempio (Mt 26, 61; Mc 14, 58). E parimenti le canzonature fatte nei confronti di Gesù, quando era sulla croce, si sono fissate unicamente sul fatto che lui avrebbe distrutto il Tempio (Mt 27, 40; Mc 15, 29), l’unico luogo in terra abitato da Dio. Non c’è da stupirsi che, proprio per questa mancanza di rispetto verso il luogo più sacro della religione ebraica abbiano deciso di ammazzarlo alla prima occasione propizia.
Tanto per rendersi conto di come non correva affatto buon sangue fra Gesù ed il Tempio, checché ne dica il Catechismo, basta fare una piccola ricerca statistica: nel Vangelo di Giovanni, per 12 volte l’evangelista usa il verbo ‘uccidere’ Gesù, e 6 volte il vocabolo viene usato nel santo Tempio; 8 volte viene usato il verbo ‘arrestare’ Gesù e 4 volte si riferiscono al Tempio; 2 volte viene usato il verbo ‘lapidare’ (Gv 8, 59; 10, 31) Gesù, e tutte le due volte nel Tempio. Altro che profondo rispetto per l’autorità religiosa ed i suoi luoghi sacri!
Stando ai vangeli, Gesù non entra mai in una sinagoga o nel Tempio per pregare o per partecipare alle sacre cerimonie, ma solo per insegnare,[6] e anche nelle sinagoghe scoppiano duri contrasti (a Nazareth - Lc 4, 16-30; a Cafarnao – Mc 1, 21; Lc 4, 32-35; nella sinagoga non meglio specificata – Mt 4, 23; Lc 13, 10-17): i vangeli ci fanno capire che c’è incompatibilità fra Gesù e l’ambiente religioso.
Questo – mi sembra - è un punto su cui si dovrebbe meditare a fondo: le persone più pericolose per Gesù sono state sempre le persone molto religiose, i credenti che si credevano arrivati. Gesù non ha mai corso alcun pericolo quando stava in mezzo ai ladri, alle prostitute, agli stranieri, ai derelitti; invece più una persona era religiosa e più sentiva un odio mortale nei suoi confronti. Come mai? Ma perché ogni credente veramente pio capiva che Gesù gli stava distruggendo tutto il suo mondo pieno di sicurezze, e la reazione quindi è di odio, odio mortale.
Sta di fatto che, ancora oggi per coloro che accettano una religione impositiva, si è veri cristiani solo manifestando il più profondo rispetto per l’istituzione Chiesa, solo credendo a ciò che il magistero della Chiesa dice di Dio e di ciò che Lui vuole: e il magistero sa perfettamente che Dio vuole che si vada a messa, che ci si confessi, che si faccia la comunione, ecc., ecc. (tutte cose che, come visto la settimana scorsa, Gesù non ha mai fatto). Soprattutto, per l’autorità ecclesiastica non si è credenti se non si riconosce l’autorità del papa,[7] primo e unico custode della fede e della verità, e dopo di lui dei vescovi successori degli apostoli. Se non si è veri credenti di questo tipo si finisce all’inferno. Fine della storia![8] Dunque è chiaro che per la Chiesa la verità della fede cattolica si misura sulla conformità alla dottrina stabilita dal magistero, ma così emerge una distanza enorme fra quella che è stata la vita terrena di Gesù di Nazareth e quella che è la vita della Chiesa.
Se le cose stanno così, forse il grande problema per noi cristiani consiste nel fatto che la Chiesa cattolica si è organizzata ed è stata gestita in maniera tale che in essa il centro, ovvero ciò che è decisivo, non è il Vangelo, ma la religione. E la nostra religione ha concentrato le sue preoccupazioni su cose che il Vangelo neanche menziona (pensiamo, solo per fare un esempio, al sesso[9]). Per questo le cose che più interessano e preoccupano le autorità della Chiesa sono la dottrina, i rituali religiosi che in essa si osservano e ai quali noi cristiani siamo tenuti a sottostare, il rispetto e la sottomissione ai vescovi e ai preti, come pure ai luoghi sacri, ecc.[10].
Vogliamo qualche altro esempio di discrepanza? Oggi andare singolarmente all’altare per prendere l’ostia non ricorda minimamente il mangiare insieme delle cene di Gesù, quando il Vangelo batte sull’importanza della commensalità a tavola. Anche l’ultima cena di Gesù, con l’istituzione dell’eucaristia, avviene a tavola, e non su un altare. Forse abbiamo perso il senso più profondo di cos’era la comunità dei seguaci di Gesù all’inizio[11].
A me sembra anche che i vangeli siano chiaramente anticlericali, perché non mettono al centro il culto (nel Tempio di Gerusalemme e nelle sinagoghe, e quindi poi nelle chiese) e neanche la Legge mosaica (cioè i 10 comandamenti sui quali ancora noi oggi basiamo le nostre confessioni[12]), ma anzi denunciano ripetutamente gli abusi del sistema religioso vigente: dunque c’è una netta scissione fra fede in Gesù e religione. Il centro della predicazione di Gesù è il Regno (oggi almeno tutti sembrano ormai d’accordo su questo), di cui non si parla nel Credo, e se è vero che non c’è Regno senza comunità (Chiesa) la domanda da porsi non è tanto se Gesù ha fondato la Chiesa, ma che tipo di Chiesa ha fondato e qual è la sua relazione col Regno. Sicuramente anche qui si è formato un notevole solco perché, come aveva scritto Alfred Loisy, Gesù aveva annunciato il Regno di Dio ed è venuta la Chiesa,[13] che tutti conosciamo. Cioè, invece che presentarsi come comunità del Regno, la Chiesa si è trasformata in un centro di potere (non solo religioso) egemonico, e il Vangelo è stato emarginato (al pari del Regno), diventando oggetto di un mero discorso religioso. La stessa eucaristia è diventata un rito religioso, dimentichi che la lavanda dei piedi ci invitava a un servizio reciproco, per cui anche l’eucaristia dovrebbe essere un invito affinché possiamo lentamente trasformare le nostre vite sulle tracce di come è vissuto Gesù:[14] mangiamo il pane per poi farci pane per gli altri. Aver invece identificato la fede, che esige una conversione, cioè un cambiamento di mentalità e di vita, con la partecipazione al rito è stato probabilmente uno degli errori più grandi commessi dal magistero che intendeva istruire il gregge.
Quindi, davanti alla domanda “chi è cristiano?” mi risuona subito in testa la tremenda frase attribuita a Dietrich Bonhoeffer: “se ti accusassero di essere cristiano (cioè seguace vero di Gesù Cristo), troverebbero veramente delle prove contro di te?” Ognuno risponda dentro di sé, e non si accontenti dei bollini che ha messo sul suo carnet andando a messa tutte le domeniche e accedendo di frequente ai sacramenti. Di sicuro non basta questo per essere veri cristiani.
Ecco allora spiegato perché non posso assolutamente condividere quanto sostenuto da papa Pio X (pure lui santo): “Solo nella gerarchia risiede il diritto e l’autorità necessaria per …dirigere tutti i membri… quanto alla moltitudine, questa non ha altro diritto (sic! ma forse voleva dire: obbligo) che quello di lasciarsi docilmente condurre e quello di seguire i suoi pastori”[15]. Faccio subito notare che idee diverse da quelle di papa Pio X si trovano già nella Bibbia (Is 1, 18), dove Dio in persona invita: «Su venite e discutiamo», che è esattamente l’opposto del “diritto di lasciarsi condurre” sottomettendo le proprie coscienze ai legittimi pastori della Chiesa. E come mai nessuno trova sorprendente constatare che per nessuno dei ministeri delle chiese nate dopo la risurrezione di Cristo (presbiteri, episcopi, papa) è documentato un nesso con il Gesù terreno?
Ma ancor di meno posso accettare la definizione dell’art.3 del Catechismo di papa Pio X: «Chi è vero cristiano? Vero cristiano è colui che è battezzato, che crede e professa la dottrina cristiana e obbedisce ai legittimi pastori della Chiesa».
A quanto già detto in precedenza, aggiungo altri motivi per cui simile affermazione oggi mi sembra insostenibile: già l’evangelista (Gv 2, 20.27) aveva affermato che tutti sono sotto l’azione dello Spirito[16] e il magistero non può essere svincolato dalla fede del popolo credente, tanto più che Dio non si è rivelato ai sapienti, ma ai piccoli che non hanno mai avuto nulla da dire (Mt 11, 25-26)[17]. Ricordiamoci anche che il concilio Vaticano II ha collocato il popolo di Dio al primo posto, anche prima della gerarchia, e gli ha donato ampia autonomia (anche di pensiero)[18]. Il clero dovrebbe essere al servizio del popolo, non a capo del popolo.
Accettando invece la definizione catechistica, il cristianesimo s’identifica con un’appartenenza religiosa, con coloro che vanno in chiesa e prendono parte ai sacramenti, mentre dovrebbe essere una condivisione dell’esperienza di coloro che seguono la via indicata da Gesù, il quale ha mostrato una maniera di vivere in modo completamente diverso. In altre parole penso che si possa definire vero cristiano solo colui che riesce a incarnare nella propria vita il Vangelo,[19] anche se non segue le direttive della Chiesa, come del resto Gesù non seguiva le indicazioni del clero di allora.
Se le cose stanno così, il cristianesimo è ancora tutto da compiere,[20] anche perché è molto più difficile seguire il Vangelo che le regole imposte dai legittimi pastori della Chiesa. Cosa è più facile: andare a messa di domenica e fare la comunione, oppure vedere lo straniero come un fratello, non un intruso e quindi occuparsi di lui anche se si piazza davanti al portone della chiesa e ti aspetta al varco alla fine della messa?
Certo, pensiamo di esserci comportati da veri cristiani dando qualche monetina allo straniero che staziona davanti all’ingresso della chiesa, ma Gesù non invita mai a fare l’elemosina: troppo facile e troppo poco impegnativo. Gesù invita alla condivisione, ci suggerisce di invitare l’altro alla propria mensa. L’elemosina si fa tra un benefattore e un beneficato, la condivisione si fa fra fratelli. E Gesù ci indica che il valore di una persona va soppesato non in base all’atteggiamento religioso, non in base alle dottrine, non in base all’inflessibile intransigenza dell’ortodossia, ma in base alla generosità: se una persona è generosa e condivide vale; se non condivide, potrà essere la più pia, la più devota di questo mondo, ma resta un’inutile persona religiosa. Sull’elemosina mi piace ricordare quanto ha detto in proposito il musulmano Yunus (sottolineo musulmano, non cattolico), premio Nobel per la pace (ma forse avrebbe meritato anche il premio per l’economia, avendo inventato la banca dei poveri), il quale conferma che, nella maggior parte dei casi, l’elemosina non solo non è utile, ma è dannosa:[21] «Dà, solo al donatore, l’impressione di aver fatto qualcosa. È un gesto che serve a tacitare la coscienza, ma non risolve realmente il problema, anzi ci esime dall’affrontarlo nella sostanza. Facendo l’elemosina ci togliamo il pensiero, ma per quanto? L’elargizione di denaro non costituisce una soluzione, né a breve, né a lungo termine. Il mendicante passerà a un’altra persona, e poi a un’altra ancora, affidandosi per sopravvivere a un meccanismo senza via d’uscita. Per affrontare onestamente il problema dovremmo impegnarci ad avviare un processo: se il donatore si fermasse e chiedesse al mendicante qual è il suo problema, come si chiama, quanti anni ha, che cosa sa fare, se ha bisogno di assistenza medica e così via, quello sarebbe un modo per aiutare davvero. Ma allungare una moneta significa implicitamente invitare il mendicante a sparire, è un modo per sbarazzarsi comodamente del problema, lavandoci la coscienza[22]. Ecco perché ho detto sopra che il cristianesimo è ancora tutto da compiere.
Trovo conforto in questa mia opinione leggendo Giacomo, il quale afferma che religione pura e senza macchia agli occhi di Dio Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni e non lasciarsi contaminare dal mondo (Gc 1, 27). Come si vede, non c’è cenno al battesimo, alle dottrine, all’obbedienza ai legittimi pastori della comunità, e l’unica religione accettabile per Giacomo è la pratica dell’amore verso i deboli, senza lasciarsi contaminare dalle lusinghe della società in cui si vive.
Qualcuno obietterà che solo i legittimi pastori sanno qual è la retta dottrina, la retta teologia e quindi sanno indirizzare gli altri. Invece ritengo colga perfettamente nel segno il teologo americano Paul Knitter quando dice[23]: «non c’è dubbio che una teologia, per quanto “vera” appaia e per quanto risulti “ortodossa”, se poi, al momento della verità, quel che produce è divisioni tra la gente e tra i gruppi umani, sottomissione umiliante degli uni agli altri, aggressioni a coloro che non la pensano come me o umiliazioni per coloro che sono considerati avversari e, soprattutto, quel che genera è indifferenza di fronte a tanta sofferenza e tanta miseria come vediamo dappertutto, una simile teologia (con tutta la sua “verità” e la sua “fedeltà”) non è se non l’espressione della menzogna e dell’inganno, l’ “errore” insediato nella più stretta “ortodossia”».
E già una generazione prima che uscisse il Catechismo di san Pio X, il filosofo e teologo Kierkegaard sosteneva che un cristianesimo senza Vangelo era solo un simulacro inventato dai cristiani stessi per non dover conformare la loro vita alla parola di Cristo. In realtà, noi cristiani facciamo finta di non capire il Vangelo perché sappiamo molto bene che nel momento in cui lo capiamo, saremmo anche obbligati ad agire di conseguenza. Mettendosi anch’egli in questa maggioranza di sedicenti cristiani, questo teologo danese ha potuto dire: “se un giorno diventerò cristiano sul serio, dovrò vergognarmi soprattutto, non di non esserlo diventato prima, ma di aver tentato prima tutte le scappatoie”. E poi aggiungeva che il credente sicuro di sé è un peccatore più grande agli occhi di Dio del miscredente tormentato, come insegna la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18, 9ss.).
Gran parte della dottrina cattolica ante-concilio si collega alla Vecchia Alleanza del mondo ebraico, la quale prevedeva un culto degli uomini che saliva verso Dio. Mosè, servo del Signore, aveva imposto una alleanza tra dei servi e il loro Signore e questa alleanza era basata sull’obbedienza alle leggi di Dio, e sul servizio a lui manifestato nel culto[24]. Allora come si poteva sapere se si era a posto con Dio? “Se osservi le sue leggi,” dicevano i sacerdoti “tutto bene”; se non osservi le sue leggi: “fuori! Dio non ti vuole più!” Ma non bastava soltanto osservare le leggi; occorreva osservare anche tutta una serie di riti complicati di purificazione, perché Dio mica ti accetta così come ti presenti, così come sei. E poi Dio mica accetta d’incontrare l’uomo in qualunque luogo; lo si poteva eventualmente trovare solo nel suo luogo santo dove Lui aveva stabilito la sua dimora: per gli ebrei nel Tempio di Gerusalemme, visto che Lui stesso aveva deciso di abitare solo lì; e neanche lì lo si poteva incontrare direttamente, ma solo con l’intermediazione dei sacerdoti[25].
Ma con la Buona Novella tutto questo cambia. Gesù, che non è il servo di Dio ma il Figlio di Dio, ci propone una alleanza tra dei figli e il loro Padre non più basata sull’obbedienza alle sue leggi, ma sull’accoglienza e la somiglianza al suo amore. E il servizio? Il servizio rimane, ma non più rivolto verso Dio, bensì verso gli altri uomini. Dunque Gesù ha proposto un rapporto con Dio completamente nuovo e diverso; un tipo di rapporto come quello che si instaura tra un padre e un figlio; e quando un figlio si sente amato dal padre risponderà a questo dono di amore gratuito, cercando di somigliargli. Questo nuovo rapporto con Dio noi lo chiamiamo fede, e quando diciamo che abbiamo la fede in Gesù (in Dio) non facciamo altro che rispondere a quel dono di un amore che ci è stato già offerto in maniera gratuita. Questa è la novità portata da Gesù e ovviamente, con simile modo di intendere il rapporto con Dio, cambia necessariamente anche il culto nei suoi confronti: non sarà più un culto che ha bisogno dei sacerdoti-mediatori, che si può svolgere solo in luoghi sacri. Con Gesù tutto queste forme religiose sono finite, e il nuovo rapporto con Dio sarà all’insegna di un amore che, ricevuto, si prolunga all’esterno. Questa è la gloria e questo è il culto che Dio vuole. Non serve più andare a Garizim né a Gerusalemme (aveva già detto Gesù alla Samaritana – Gv 4, 19-24); né – trasferendo l’insegnamento ad oggi - occorre rendergli culto allora in qualche chiesa o in qualche altro luogo sacro: basta espandere il suo amore rendendolo efficace, manifestandolo anche agli altri[26].
La grande novità di Gesù è quella di aver portato Dio agli uomini (incarnazione); aver fatto capire che l’amore di Dio è un dono gratuito per tutti, non un qualcosa che va meritato con i propri sforzi; aver fatto capire che non bisogna purificarsi ed essere degni per avvicinarsi a Dio, ma basta accoglierlo per esserne degni ed esserne purificati. Gesù porta Dio agli uomini, in modo che nessuno sia escluso. Il salire per santificarsi separa e divide; la compassione unisce anziché dividere[27].
Dunque, Gesù ha portato questa nuova immagine di Dio, ed essendo questa immagine molto più tranquillizzante e serena, parliamo di Buona Novella. Ed è questa immagine che preferisco accogliere.
Tirando le fila, mi sembra chiaro che sentirsi semplicemente di appartenere a un’identità religiosa obbedendo ai legittimi pastori della Chiesa o invece cercar di seguire la Buona Novella (il Vangelo) sono due concezioni spirituali (della religione) veramente distanti, spesso talmente inconciliabili, che non c’è spazio per una via di mezzo. Chi sta in una parte non riesce a stare nell’altra; soprattutto non può stare in entrambe.
(continua)
NOTE
[1] Erode il Grande iniziò l’ampliamento del Tempio verso il 20-19 a.C., e l’opera fu terminata dopo la morte di Erode, perché sarebbe durata 46 anni (Gv 2, 20).
[2]Maggi A., Ma voi, chi dite che io sia?, conferenza tenuta a Cuneo il 6-8.6.2008, in https://www.studibiblici.it/conferenze.html.
[3] Sui maghi venuti dall’oriente ci siamo occupati nell’articolo I re magi su questo giornale, al n. 434 del gennaio 2018.
[4] Maggi A., La follia di Dio, ed. Cittadella, Assisi, 2010, 128.
[5]Theological Dictionary of the New Testament, a cura di Kittel G. e Friedrich G., ed. Edrdmans Publishing Company, Grand Rapids (USA), 1993, vol.VI, 496. Balz H. e Schneider G., Dizionario esegetico del Nuovo testamento, ed. Paideia. Brescia, 1995, vol. I, voce kalòs: indica l’eccellenza, l’auspicabilità.
[6] Haag H., Da Gesù al sacerdozio, ed. Claudiana, Torino, 2001, 70s.
[7] A dire il vero, oggi molti credenti pensano che questo papa sia un po’ eretico, e rimpiangono i bei tempi dei papi precedenti. Ma fin dall’inizio non è neanche vero che gli undici apostoli hanno sempre obbedito a Pietro. In realtà neanche sappiamo cosa aveva predicato la maggior parte degli apostoli: cosa ha detto Taddeo? Cosa ha predicato Bartolomeo? Sappiamo vagamente che hanno convertito molte persone, ad esempio in Armenia, poi il primo Stato a diventare cristiano. Tommaso si è spinto fino in Kerala (India): ma ha insegnato quello che insegnava Pietro, o qualcosa di diverso? Non lo sappiamo. Con quelle distanze e senza possibilità di comunicazione, è arduo affermare che gli undici abbiano seguito e obbedito alle direttive di Pietro, mantenendo l’unità dell’insegnamento. Ma soprattutto è comprovato che neanche Paolo ha mai obbedito a Pietro, pur essendogli molto più vicino, e ha tirato dritto per la sua strada, attuando per primo quella che è stata forse la scelta più importante per l’espansione del cristianesimo: rivolgersi ai pagani e accogliere anche i non circoncisi, cosa inizialmente non apprezzata dalla prima Chiesa di Gerusalemme. Tanto è vero che a un certo punto Paolo parla di un vero e proprio scontro avuto con Pietro: “quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal 2, 11). Paolo, non solo non obbedisce a Pietro (il primo papa), non solo non è stato nominato apostolo da Gesù e neanche da un altro dei dodici apostoli, ma ha a sua volta costituito comunità cristiane proprie, ponendo lui per primo, a capo di esse, degli episcopòi (vescovi) nominati da lui stesso. Inoltre, gli apostoli per san Paolo sono distinti dai Dodici (cfr. 1Cor 15,5 e 7) e non rappresentano affatto un numerus clausus, poiché sono semplicemente i missionari, annunciatori del Vangelo e fondatori di chiese (cfr. Rm 10,15: «Come lo annunceranno, se non sono stati inviati?») tanto che fra di loro ci può essere anche una donna (così Giunia in Rm 16,7). Insomma, il primo a non succedere agli apostoli, e il primo scismatico per essersi opposto a Pietro (primo papa) non solo non è stato scomunicato, ma è diventato un pilastro della Chiesa.
[8] Karl Rahner diceva che oggi (nda: ma siamo nel 1986) si presume che un semplice aut-aut sia in partenza sbagliato (Rahner K., Fede ufficiale della Chiesa e credenza effettiva del popolo, in Società umana e Chiesa di domani, Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1986, 298).
[9] È evidente che Gesù considerava la religione in maniera molto diversa da come la consideriamo noi. Nella Chiesa, tra i peccati abituali, quello contro il sesto comandamento giganteggia su tutti gli altri nove. Gesù non ha mai speso una parola sul sesso (neanche sull’omosessualità) e sulla fornicazione. Ciò significa che Gesù non ha mai visto alcun pericolo in base alla condizione sessuale delle persone.
[10] Castillo J.M., El Evangelio marginado, Desclée De Brouwer, Bilbao (E), 2019, 257s.
[11] Alonso J. e al., Fe y Justicia, Sígueme, Salamanca, 1981, 135ss.
[12] Chi si confessa in base all’elenco dei peccati stabiliti da Gesù? Ecco (per chi non lo conosce) l’elenco di quello che esce dal cuore dell’uomo rendendolo impuro, secondo Gesù (Mc 7, 21-22): prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigia, malvagità, frode, lascivia, invidia, calunnia, superbia e stoltezza. Chi si confessa perché non riesce a riconoscere nello straniero un proprio fratello? Chi si è mai confessato per il peccato di stoltezza? Assai pochi, io credo. E i peccati contro Dio? Scomparsi nell’elenco fatto da Gesù.
[13] Lo ricorda papa Ratzinger J-Benedetto XVI, in Gesù di Nazareth, ed. Libri Oro Rizzoli, Milano, 2008, 71. Ma va anche sottolineato che, mentre nei vangeli sinottici si parla oltre cento volte del regno di Dio, si parla solo due volte della chiesa (Mt 16, 18; Mt 18, 17) (Küng H., La Chiesa, ed. Queriniana, Brescia, 1967, 47), e comunque mai viene riportata una parola di Gesù detta in pubblico per informarlo della costruzione di una sua Chiesa (Küng H., La Chiesa, ed. Queriniana, Brescia, 1967, 81).
[14] Come ha detto don Franco Barbero nell’omelia del Corpus Domini, possiamo anche mangiare e digerire un tabernacolo intero di ostie, possiamo fare la “comunione quotidiana,” ma rimanere completamente estranei alla prassi di Gesù.
[15] Enciclica Vehementer Nos dell’11.2.1906, in www.vatican.va / Sommi pontefici/ sito web Pio X/ Encicliche.
[16] Emblematica al riguardo è la frase che chiuse drammaticamente l’incontro di un missionario dei poveri con l’arcivescovo di Khartoum: “Mi perdoni! Abbiamo due visioni di chiesa molto differenti. Lei pensa che lo Spirito Santo ce l’abbia solo il vescovo; io ritengo che lo Spirito Santo lavori in tutti” (Zanotelli A., Korogocho, Feltrinelli, Milano, 2003, 101).
[17] Castillo J.M., I poveri e la teologia, ed. Cittadella, Assisi, 2002, 82).
Ricordo anche che il n.12 della Lumen Gentium chiarisce che l’universalità dei fedeli non può sbagliarsi nel credere.
[18] Costituzione dogmatica sulla Chiesa del 16.11.1964 - Lumen gentium, §§2 e 3.
[19] Collin D., Il cristianesimo non esiste ancora, Queriniana, Brescia, 2020, 21s., 25 e 36: Esiste il cristianesimo di appartenenza che si basa su un’adesione più o meno convinta o su un senso di appartenenza diffuso e un cristianesimo di esperienza che si basa sull’esperienza di coloro che seguono il Vangelo. Un cristianesimo di appartenenza vive di identità e sicurezza, vendendo valori e riti; un cristianesimo di esperienza vive del rischio della fede. Il vero cristiano non ha per vocazione la mera conservazione del Vangelo, ma deve essere in grado di inventarlo con parole capaci di dire all’essere umano di oggi a quale vita egli è promesso.
[20] Idem, 13 e 22.
[21] Yunus M., Il banchiere dei poveri, ed. Feltrinelli, Milano, 2007, 32 s. Eppure, l’offerta dell’elemosina rituale costituisce uno dei cinque pilastri religiosi anche per l’islam.
[22] Dice altrettanto bene Carello R., Angelus, “Famiglia Cristiana”, n.15/2014, 15, che pagare è distruggere il ponte che mi lega alla responsabilità. Basta pensare a come il cliente che va con una prostituta, magari anche minorenne, si libera la coscienza pensando di aver pagato.
[23] Riportata da Castillo J.M., Fuori dalle righe, ed. Cittadella, Assisi, 2010, 119.
[24] L’uomo doveva amare e servire Dio; cfr. In tal senso ancora il n.358 del Catechismo, nonché Messaggio per l’Avvento del vescovo Crepaldi di Trieste novembre 2022, p.7.
[25] Pèrez Marquez R., Esperienze di fede nei vangeli, relazione tenuta aRovigo – 24 novembre 2012.
[26] Ibidem.
[27] Maggi A., Cos’è il peccato, incontro di Assisi 2013, in https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2013/11/cose-il-peccato-alberto-maggi.html.