I cristiani e le armi
di Dario Culot
Ma passiamo ora a uno dei punti dolenti collegati alle guerre: il cristiano e le armi.
Ho sentito dire più volte, da chi si dichiara convinto cristiano, che bisogna sempre rifiutarsi di impugnare un’arma. Questo è sicuramente in linea con la Chiesa primitiva, quando armi e fede erano inconciliabili, tanto che erano stati martirizzati e proclamati santi molti cristiani che aveva rifiutato di servire nell’esercito romano. Con Costantino, però, è iniziato il connubio fra trono e altare, e la situazione si è capovolta. Già l’anno dopo il famoso editto di Costantino che garantiva la libertà religiosa, il sinodo di Arles del 314 d.C. prevedeva l’esclusione dalla comunità per i cristiani che rifiutavano di servire in armi.
Poco dopo è stato sant’Agostino (354-430) a gettare le basi della dottrina che legittima l’uso della violenza ai fini della conversione, richiamandosi al vangelo (Lc 14, 23): “va e costringi a entrare chiunque passerà per strada;”[1] Ed è stato sempre Agostino a presentare, come uniche eccezioni al divieto astratto di uccidere, il caso in cui l’ordine di uccidere viene da una legge giusta (quando il pubblico potere iustissimae rationis imperio, cioè a norma della ragione più giusta, punisce con la morte i colpevoli[2]) o per coloro «qui auctore Deo bella gesserunt» (cioè coloro che han fatto la guerra per comando di Dio)[3]. Questa dottrina chiaramente indica che più il cristianesimo si è avvicinato al potere, o è esso stesso diventato fonte di potere, più i cristiani hanno avallato la guerra[4]. E giustamente è stato osservato che, se la gente uccide facilmente per il denaro o il potere, gli assassini più spietati sono quelli che uccidono per le proprie idee,[5] sia politiche, sia religiose.
Dunque, dal IV secolo, i cristiani erano autorizzati a uccidere in nome di Dio, perché – diceva Agostino,- lo stesso Dio ha previsto delle eccezioni al 5° comandamento. L’idea della guerra giusta è nata così dalla convinzione che le autorità pubbliche hanno il dovere morale di perseguire la giustizia, anche a proprio rischio e a rischio di coloro per i quali sono responsabili. Da allora in poi, per secoli il cattolicesimo ha covato l’idea tragica di poter compiere il male nell’illusione che serva a un bene più grande.
Oggi, cambiata di nuovo la cultura e la mentalità, si pensa più alla pace giusta che alla guerra giusta, ed è ormai naturale accettare l’obiezione di coscienza da parte di chi non vuole impugnare armi. Ma l’indirizzo opposto era ancora in vigore appena una quarantina di anni fa: ricordiamoci dei cappellani militari che si erano scagliati contro don Lorenzo Milani ravvisando una vera viltà nell’obiezione di coscienza da lui proposta. Come mai questi cappellani non si sono mai chiesti com’è possibile che i loro colleghi di altre nazioni benedicano contemporaneamente in nome dello stesso Dio uomini che stanno su fronti opposti, e che poi tutti vadano ad ammazzarsi reciprocamente, sempre sotto la benedizione dello stesso Dio?[6] Se proprio si devono usare le armi sarebbe meglio lasciare fuori Dio, ricordandoci che Gesù cacciava i demoni, ma non li uccideva.
Si dice anche che la pace non può consistere nell’equilibrio di armamenti fra i vari Stati. In astratto posso condividere l’idea; in pratica meno, perché anche se l’equilibrio minaccioso è una soluzione inadeguata, comunque tutte le altre soluzioni mi sembrano peggiori. In Occidente, almeno in teoria, si concorda sul fatto che occorre rispettare per prima cosa la dignità delle persone. In effetti, giustizia significa innanzitutto rispetto della dignità delle persone, e finché i diritti umani vengono violati non ci sarà pace. Allora quando c’è un Paese aggressore che non rispetta i diritti umani, non ci potrà mai essere vera pace, perché – come diceva la Gaudium et spes §78,[7] - pace non è assenza di guerra, ma è opera di giustizia. Far terminare una guerra dimenticandosi della giustizia non può portare a una vera pace. Quindi una pace umiliante, dando all’aggressore ciò che voleva pur di far finire la guerra,[8] non potrà mai essere pace dal punto di vista cristiano[9]. Ma se si cerca di combattere l’ingiustizia è scontato che nascerà un conflitto, come del resto ha sperimentato lo stesso Gesù scontrandosi con i capi religiosi[10].
Se gli appelli alla pace (quanti ne ha fatto in questi anni i papi), se le denunce della gente bastassero per trovare la soluzione, sarebbe magnifico. Per di più, in un Paese democratico, la denuncia costa personalmente poco; come poco costa andare in corteo gridando “pace!”[11] Ma nei Paesi non democratici, chi non sta in silenzio e protesta ritenendo insopportabile e ingiusto anche il silenzio, finisce con facilità quanto meno in carcere,[12] per cui bisogna già essere eroi per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Ma anche lì, finendo in carcere da eroi, non si arriva alla pace.
Pregare? Ho già detto altre volte che Dio, anche se tirato per la giacchetta dalle nostre preghiere, non si precipita in nostro soccorso per risolvere problemi che abbiamo creato noi e che noi dobbiamo risolvere. Pregare può tacitare le nostre coscienze, ma di fatto, di per sé solo, non porta la pace.
Ma insomma, cosa dovrebbe fare il cristiano davanti alla guerra ormai scoppiata? Cosa dovrebbe fare davanti a predatori che misurano le rispettive forze, e l’unica idea di “pace” che accettano è la sottomissione alle loro pretese? La domanda probabilmente non ha soluzione; in ogni caso non ha una facile soluzione; e nessuna soluzione che si trova in concreto è del tutto soddisfacente.
(a) Certo, la pace è innanzitutto la cessazione della guerra combattuta, ma la pace – a sentire certi pacifisti di oggi - dovrebbe basarsi anche sulla totale passiva remissività. Disarmiamoci.
In effetti ci ricordano che Gesù ha fatto il suo ingresso a Gerusalemme su un asino per dimostrare che veniva senza potenza militare (Zac 9, 9), mentre le attese messianiche di allora avrebbero dovuto portare a uno scontro violento e definitivo con i dominatori romani[13]. Sappiamo poi com’è finita quando si è arrivati allo scontro. Per di più, pur sapendo che Giuda l’avrebbe tradito, Gesù non ha fatto nulla per difendersi.
Ricordo però che era stato papa Pio XII nel discorso alla vigilia di Natale del 1948 a esprimersi favorevolmente alla legittima difesa: “Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ed agire cristianamente, non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d’impassibile neutralità”.
E papa Paolo VI all’ONU, il 4 ottobre 1965, aveva riconosciuto: “Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie…”.
Ricordo che anche il Catechismo riconosce la legittima difesa (nn. 2263ss., 2306, 2308).
Anche il gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore del monastero di Mar Musa in Siria per il dialogo interreligioso (islam-cristianesimo), scomparso una decina di anni fa in circostanze mai chiarite nella zona di Raqqa, aveva cercato di trovare un difficile equilibrio tra partecipazione alla lotta armata e ricerca della pace, senza riuscire a trovarlo: “Sono sempre stato a favore delle azioni non violente per la rivendicazione e la promozione della giustizia. Tuttavia ciò non può giustificare una condanna della lotta dei siriani per la loro libertà, autodeterminazione e dignità umana”. Questo gesuita, anche se riconosceva che, essendo tutti armati, vengono commessi crimini da entrambe le fazioni in lotta, di cui avrebbe dovuto occuparsi una corte penale internazionale e imparziale,[14] non escludeva l’uso della violenza per opporsi al tiranno (nel caso individuato nel presidente Assad).
E perfino il pacifista Gandhi che ha lottato per l’indipendenza dell’India senza ricorrere mai alle armi, in un intervista dal 1931 parlava del futuro esercito indiano come di una cosa scontata: “Per quanto riguarda l’esercito posso pensare solo a un obbligo da parte nostra di garantire i fondi ai militari necessari alla difesa del Paese”[15].
Più recentemente, papa Francesco aveva detto che il servizio armato deve esserci solo per legittima difesa, mai per imporre dominio[16]. Però, nell’ultimo discorso pasquale, aveva detto che nessuna pace è possibile senza disarmo. Ma se papa Francesco era contro il riarmo,[17] i vescovi europei riuniti nella Commissione delle conferenze episcopali dell’UE hanno congiuntamente affermato che “la lotta dell’Ucraina per la pace e la difesa della sua integrità territoriale non è solo una lotta per il proprio futuro. Il suo esisto sarà decisivo anche per il destino dell’intero continente europeo…Respingiamo fermamente qualsiasi tentativo di distorcere la realtà dell’aggressione” Cioè nessuna comprensione per le tesi di Putin e di Kirill[18].
Credo che tutti concordino sul fatto che la miglior cosa, per evitare le guerre, sarebbe che tutti disarmassero. Del resto i tentativi di concludere trattati contro la proliferazione delle armi nucleari miravano gradualmente proprio a questo. Ma se solo uno disarma, e l’altro non lo fa in contemporanea, è evidente che si dà un vantaggio ancora maggiore e s’invoglia ulteriormente chi ha mire aggressive ad aggredire. Del resto, questo è esattamente quanto avviene in natura. Il leone cerca di aggredire l’erbivoro più piccolo, più debole o più isolato: deve essere disperatamente affamato per attaccare direttamente l’animale più forte. Comunque, il leone – a differenza degli umani - non odia lo gnu che attacca. Lo attacca perché ha fame, non perché vuole ucciderlo o sottometterlo.
Nella visione totalmente pacifista, se l’altro ci attacca perché lui le armi le ha e le usa e noi siamo disarmati? Pazienza. Accettiamo di diventare suoi schiavi o anche di farci uccidere senza reagire. Durante la seconda guerra, Etti Hillesum, pur potendo scappare, aveva scelto di condividere il destino del suo popolo; ha continuato a offrire conforto, restando come volontaria nel campo di concentramento, e alla fine è morta pure lei nelle camere a gas di Auschwitz, neanche trentenne. Tanto di cappello! Però così si rischia di arrivare alla pax romana descritta da Tacito: “hanno fatto un deserto e lo chiamano pace”[19]. La vera pace non è mancanza di guerra, ma nasce dalla fine dell’ingiustizia,[20] e se sono schiavo l’ingiustizia permane. In altre parole, già gli antichi greci dicevano che far male agli altri non differisce dal fare ingiustizia[21]. E il filosofo romano Seneca aveva ammonito: “La giustizia non consiste nell'essere neutrali tra il bene e il male, ma nel trovare il bene e difenderlo contro il male”. A volte è difficile difendere senza impiegare la forza. E allora da cristiani, forse dovremmo pensare che, quando coloro che accedono all’eucaristia non accettano di lasciarsi spingere verso un impegno concreto di difesa a favore dei sofferenti, delle vittime, acconsentono così a forme di ingiustizia e di disprezzo, e forse si comunicano indegnamente.
E poi, innanzitutto, mi sembra di dover condividere l’idea che uno può scegliere per sé di farsi uccidere o diventare schiavo, può decidere per sé la resa e la sottomissione, ma non per gli altri. Anzi, come capo di una comunità, il capo ha il dovere di proteggerla e difenderla al meglio. Ho riportato anche in altre occasioni la domanda: cosa avrebbe fatto Gesù se un giorno un manipolo di soldati fosse piombato in casa sua a Nazareth e avesse tentato di violentare sua madre? Avrebbe detto: “Fate pure, perché io sono mite e remissivo?” o l’avrebbe difesa ricorrendo anche alla forza, e allo stesso modo avrebbe difeso tutta la sua famiglia? Ovviamente non lo possiamo sapere, ma è lecito porsi la domanda.
La vittoria su Hitler è costata molto in vite umane, in distruzioni, in danni materiali e morali, e in sofferenza. Per chi invoca la pace ad ogni costo, accettando ogni sottomissione e umiliazione, sarebbe stato meglio arrendersi a Hitler. Ma in tal caso Hitler avrebbe potuto tranquillamente portare a termine lo sterminio degli ebrei, dei rom, dei disabili, ecc. Perciò, chi si fosse arreso invocando una pace purché sia, sarebbe stato complice di quei crimini, perché anche non far nulla (arrendersi) quando si può fare qualcosa (opporsi a chi vuol commettere i crimini) comporta corresponsabilità in quei misfatti.
In effetti neanche Gesù ha propugnato questo tipo di resa: «quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima ad esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace» (Lc 14,31s.). Mica ha detto che ci si deve sempre arrendere e sottomettersi al re più forte e più aggressivo, e che il combattimento fra eserciti è di per sé un male; mica ha detto che è bene disarmare e smobilitare l’esercito perché così non ci sarà alcun spargimento di sangue. Ha detto che è ragionevole dialogare, e cercare la pace con un compromesso, ma non ha escluso la guerra. Ha cioè fatto una valutazione di comune buon senso. Un’altra volta, per cacciare i mercanti dal Tempio, Gesù ha indubbiamente usato una certa violenza, mentre sono stati i mercanti a non voler rispondere con pari o maggiore violenza (fra l’altro erano in tanti contro uno solo).
La convinzione della totale remissività viene probabilmente dal celeberrimo detto del porgere l’altra guancia (Mt 5, 39), per cui tanti, adagiandosi sulla lettera, hanno ritenuto che per essere veri cristiani bisogna saper farsi carico della sofferenza e neanche difendersi davanti alla violenza. Altri hanno pensato che se il cristiano si lascia prendere a schiaffoni senza reagire è evidentemente un cretino: infatti la parola cretino deriva proprio dal francese vallese (creten) che deriva a sua volta dal latino christianus[22]. Ma lo stesso Gesù ci conferma che il passo non deve essere preso alla lettera, proprio nel momento in cui riceve uno schiaffo da una guardia. Se la sua frase fosse stata da prendere alla lettera, Gesù avrebbe dovuto rispondere al suo schiaffeggiatore: “Adesso che mi hai dato uno schiaffone di qua, dammelo pure anche sull’altra guancia, perché io sono mite e remissivo per cui ti porgo l’altra guancia”. Invece, quando nell’interrogatorio di fronte al sommo sacerdote, c’è una guardia che gli molla un ceffone per come ha risposto a Caifa, Gesù non porge affatto l’altra guancia, ma cerca di far ragionare la guardia, dicendogli: «se ho sbagliato dimostrami dove ho sbagliato, se non ho sbagliato perché questa violenza?» (Gv 18, 22-23). Cosa significa allora porgere l’altra guancia? Significa quello che già è detto nella Bibbia: «una parola gentile calma la collera, una risposta pungente eccita l’ira» (Prv 15, 1). Significa, come diceva Socrate, che non si deve replicare immediatamente con la violenza alla violenza che ci viene esercitata, ma cercare sempre di disinnescare questa violenza con una offerta pacifica, tentare il dialogo, perché rispondendo con pari violenza si finisce solo in una spirale ascendente dove a violenza segue sempre maggior violenza, senza risolvere il problema. Ovvero, a quel punto lo risolve con la forza chi è oggettivamente più forte. Evidente che siamo ben al di fuori di un’interpretazione letterale: resa e sottomissione totale all’aggressore.
Anche Paolo Curtaz ricorda che le parole del Signore non vanno prese alla lettera: non occorre presentare materialmente l’altra guancia ai persecutori, ma occorre dare possibilità al malvagio di riflettere sui suoi errori. Non si tratta di subire passivamente i soprusi, di rimanere inerti perché disarmati davanti alle ingiustizie ma di rinunciare ad ogni rivincita, perfino a qualche nostro diritto, pur di cercare di salvare chi ci aggredisce.
Neanche il precetto di amare il nemico porta necessariamente alla totale sottomissione nel caso in cui il nemico attacchi. Amare il nemico vuol dire semplicemente non odiarlo, provare sensibilità davanti al dolore altrui, essere compassionevole se lo si cattura e non trattarlo come una bestia o privarlo della sua dignità[23].
(b) Anche Gandhi (il quale aveva detto che si sarebbe fatto cristiano se non avesse visto come si comportano nel mondo i cristiani[24]) era dell’idea che la legittima difesa è un diritto, ma non è la soluzione. Solo l’Amore annienta il male. Il male nutre sempre il male, mentre solo l’amore lo soffoca, lo annienta. Per questo Gandhi ha detto: “la non violenza è la più forte arma mai inventata dall”uomo”[25].
La via della non violenza, iniziative non violente effettuate su larga scala, sottraggono consenso alla guerra e diventano disarmanti. Gandhi l’ha dimostrato in India. È vero, ma questa via, impegnativa e assai difficile, chiede in primo luogo di mettere in mezzo il proprio corpo, con tutti i rischi che ne conseguono. È cioè necessario prendere posizione, assumersi responsabilità, agire rischiando in prima persona. I manifestanti indiani della non violenza venivano selvaggiamente picchiati e oltre 50.000 sono stati messi in prigione: non si erano neppure difesi, se non a volte per cercar di riparare il volto e la testa dai colpi dei militari, e la spietata durezza era rivolta anche contro le donne, brutalmente percosse prima di essere arrestate[26]. Chi si dichiara cristiano pacifista sarebbe disposto a fare lo stesso, oppure è solo disposto a marciare da Assisi a Perugia, sapendo che qui non corre alcun rischio? Troppo facile fare i pacifisti in Italia.
Più volte ho già richiamato quel caso del giovane cinese che in maniche di camicia si era messo davanti ai carri armati in piazza Tienanmen a Pechino: questo è stato indubbiamente un esempio eloquente di cosa significa mettere in mezzo il proprio corpo. Ma pensiamo anche alla marcia della pace a Sarajevo di don Tonino Bello: in piena zona di guerra, non nel pacifico tratto Perugia-Assisi. Pensiamo in passato a quei circa 600.000 militari italiani che, abbandonati a sé stessi dopo l’8 settembre 1943, hanno rifiutato di imbracciare le armi: né con i partigiani, né con la Repubblica sociale di Salò, e per questo sono stati internati nei campi di concentramento nazista, morendo a migliaia[27]. Oppure pensiamo alla Global Sumud Flotilla per Gaza che è salpata verso la Palestina[28]. Una quarantina di barche con qualche centinaio di persone ha attirato l’attenzione sul problema palestinese, dimostrando che partendo dal basso il risultato è spesso maggiore di quanto riescano a fare i grandi governi nel corso dei mesi. Per i naviganti non è andata male, ma quando sono partiti non sapevano come sarebbe andata a finire.
A questo punto voglio anche ricordare cosa aveva scritto nel 1939 il grande filosofo francese Emmanuel Mounier, nell’imminenza della guerra ormai certa e davanti alla dimostrazione del fallimento del trattato di Monaco, inizialmente strombazzato come chiara dimostrazione di ‘volontà di pace’. Proprio specificamente sul tema “I cristiani e la pace,” il filosofo denunciava duramente il falso pacifismo che l'anno prima aveva portato alla resa delle democrazie di fronte all’occupazione nazista dei Sudeti, e scriveva: “Il cristiano deve rifiutarsi di dare il nome di pace alla semplice assenza di guerra armata o di sangue versato. La pace per il cristiano non solo non è assenza di guerra armata, ma non è neppure sinonimo di tranquillità”. Conseguentemente criticava con durezza il Trattato di Monaco: “Questo pacifismo, nel settembre del 1938, non aveva a cuore né la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompesse il suo sogno di pensionato”. Gli occidentali volevano cioè conservare la loro tranquillità casalinga da pensionati contro la guerra ventilata da Hitler, come ogni giorno noi vogliamo preservare il nostro benessere contro la miseria degli altri, che arrivano fra di noi cercando migliori condizioni di vita. “L’amore della pace non ha niente a che vedere con questo pacifismo di gente tranquilla ma vile”. E proprio richiamando Gandhi metteva in evidenza cosa aveva detto questo vero pacifista: “Là dove non c’è altra scelta che tra vigliaccheria e violenza, io consiglierò violenza… Rischierei mille volte la violenza piuttosto che la distruzione di tutto un popolo”. E ancora “La mia non-violenza non ammette che si fugga dal pericolo e si lascino i propri cari privi di protezione. Tra la violenza e una fuga vile, posso soltanto preferire la violenza alla viltà”. Dunque, anche per Gandhi il pacifismo non ha nulla a che vedere con i “pacifinti”, con l’essere imbelli, col sottomettersi accettando passivamente e disarmati la violenza altrui.
Attenzione, quindi, a quando i cortei gridano “Pace! Pace!” che questo apparente pacifismo non sia solo l’espressione di un desiderio di tranquillità, un egoistico interesse nel non venir disturbati nel proprio stile di vita quotidiano. Detto in altre parole, si confonde la pace, che deve essere giusta per cui richiede fatiche e rinunce, con la pretesa di essere lasciati in pace, affinché tutto vada avanti come prima. Concedere all’aggressore tutto ciò che vuole a scapito della giustizia, perché così taceranno le armi, non sembra proprio essere un principio cristiano, neanche se si segue la via della non-violenza. Gesù non è rimasto indifferente e passivo davanti all’ingiustizia, e proprio per questo è arrivato allo scontro continuo col potere, soprattutto quello religioso. Sono ancora troppi i cristiani che non si rendono conto che, in fin dei conti, è stata la Religione a scontrarsi con Gesù, finendo con l’ammazzarlo[29]. Sono ancora troppi i cristiani che non si rendono conto che non pochi capi della Chiesa, anche oggi, si interessano di più alle buone relazioni con i poteri pubblici (ad es. il patriarca Kirill in Russia) che alle esigenze che derivano dal Vangelo. Il vangelo è esigente, conseguentemente neanche il cristiano può vivere nella società, in una sorta di “beato isolamento” (“Franza o Spagna, purché se magna”), lasciando fare tutto solo ai capi religiosi, cercando di restare fuori dalle attuali turbolenze, ignorando le sfide che incombono sulla società, proprio perché per prima cosa il cristiano deve vivere responsabilmente. Questo significa vivere ogni giorno dicendo e facendo quello che si deve dire e fare, ancorché questo rappresenti una minaccia, un pericolo concreto anche grave, perché – come detto,- la pace può durare solo dove c’è giustizia. Ripeto allora quanto detto sopra a proposito di Seneca: “La giustizia (sorella gemella della pace) non consiste nell'essere neutrali tra il bene e il male, ma nel trovare il bene e difenderlo contro il male”. E per difendere il bene non basta mai la passiva indifferenza[30] o la sottomissione: è necessaria o una grande forza d’animo per esercitare la non violenza, oppure è necessario l’uso (meglio sarebbe se bastasse la minaccia di uso) della forza. Non vedo una terza via.
NOTE
[1] Augias C. e Cacitti R., Inchiesta sul cristianesimo, ed. Gruppo editoriale L’Espresso, Milano, 2010, 100. «Per Agostino l’uso della violenza per il bene altrui si giustifica con l'attitudine naturale del padre che castiga il figlio per educarlo» (MinoisG., La Chiesa e la guerra, 2003, ed. Dedalo, Bari, 600).
Oggi prevale l’idea che Dio è amore. Questo amore, i testimoni lo possono dimostrare solo con i fatti, non con le parole, men che meno con la violenza.
[2] Anche san Tommaso ha seguito Agostino, riconoscendo che gli eretici meritavano non solo la scomunica, ma anche la pena di morte (S. Tommaso, Summa Theologiae, II-II, 11, 3, in www.documentacatholicaomnia.eu).
[3] Sant’Agostino, La città di Dio (Augustinus, De civitate Dei), I, 21, in www.documentacatholicaomnia.eu.
[4] Baratto L., Qualche riflessione sulla pace, in “Riforma” de l 28.11 2025.
[5] De Mello A., Shock di un minuto, ed. Paoline, Milano, 1995, 15.
[6] È indubbio, però, che i Paesi nei quali la popolazione si sente meno protetta siano i Paesi nei quali la Religione è più presente e si sente più necessaria. Vale a dire, le popolazioni più abbandonate sono le più propense ad accettare e vivere la Religione. Al contrario, nelle società e nei Paesi più forti e più sviluppati è indubitabile che la maggioranza della popolazione – tanto più se più giovane – non cerca meccanismi che procurino sicurezza e benessere nelle chiese o nelle cerimonie sacre (Castillo J.M., Declive de la religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brower, Bilbao, 2023. 194).
[7] Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo - Gaudium et spes, del 7.12.1965.
[8] Ad es., l’iniziale e improprio piano di pace di Trump sull’Ucraina, che sembrava più che altro tradotto dal russo e quindi neanche un lontano parente di un accordo per una pace giusta, era inaccettabile, perché:
- rendeva evidente che Trump rispetta solo chi pesa: Russia e Cina, ma non l’Europa e men che meno l’Ucraina.
- offriva alla Russia ciò che sta più a cuore a Putin: l’eliminazione della soggettività sovrana e indipendente dell’Ucraina (che Putin considera al più una provincia ribelle russa), perché l’Ucraina non era neanche stata ammessa al negoziato, discusso solo fra Trump e Putin.
- offriva alla Russia il controllo totale dell’Ucraina, in quanto vietava a quest’ultima di avere un esercito forte e le armi più moderne ed efficienti; veniva imposta al lingua russa in sostituzione di quella ucraina, veniva imposta la presenza della Chiesa ortodossa russa (la stessa che ha definito ‘guerra santa’ l’aggressione russa all’Ucraina): in parole povere, apriva la porta alla russificazione dell’Ucraina! A ulteriore dimostrazione che Putin considera l’Ucraina una sua provincia.
- impostava un rapporto privilegiato russo-americano, che pur di staccare la Russia dalla Cina le offriva ampio spazio di manovrare a suo piacimento in tutta Europa.
Simile piano avrebbe fatto perdere all’Ucraina la propria dignità, con centinaia di migliaia di suoi soldati morti per niente in questi 4 anni. Per l’Europa avrebbe probabilmente significato la fine di fatto dell’Unione europea con sottomissione economica agli USA e militare alla Russia. Solo un’Europa - oggi militarmente debole e indecisa, con un Trump che la indebolisce ulteriormente dando spazio a Putin, il quale quindi viene incoraggiato a spingere sempre più in là, - che con un colpo di reni si risvegliasse dal letargo inerte e parlasse con una sola voce (finora non è riuscita a farlo) potrebbe incidere realmente sulla situazione politica attuale.
Eppure, in Europa, molti sono convinti che basta una tregua, scambiata per giusta pace, per tornare alla vita di prima, mentre non si rendono conto che, una volta presa l’Ucraina, toccherà ai prossimi, prima o dopo anche a noi (più presto prima che dopo).
[9] Qui ricordo le parole di Robert Jackson, procuratore al processo di Norimberga “se riusciremo a imporre l’idea che la guerra di aggressione è la via più diretta per la cella di una prigione e non per la gloria, avremo fatto un passo per rendere la pace più sicura” (richiamate dal nostro Mattarella nel recente discorso di novembre al Parlamento tedesco).
[10] Ma a pensarci bene, i nostri capi religiosi di oggi, sono in grado di apportare sempre pace, o spesso riescono a dividere, a far sorgere conflitti? Pensiamo solo ai temi scottanti come aborto, eutanasia e fine vita.
[11] Naturalmente per me resta un mistero perché gli italiani scendono in piazza per la Palestina e non per l’Ucraina.
[12] Pensiamo a Razumova Ljudmila finita in cella con una condanna a più di sette in Russia per odio politico e falsità sull’esercito russo, in realtà per aver protestato contro la guerra in Ucraina (“Il Venerdì di Repubblica” del 5.9.2025, 34ss.). Qui, i nostri pacifisti neanche sanno chi è.
[13] Theissen G., Gesù e il suo movimento, Claudiana, Torino, 2007, 45.
[14] Cfr. sua lettera riportata su Huffington post, 28 luglio 2013.
[15] Shirer W., Mahatma Gandhi, Sperling & Kupfer, Milano, 1983, 66.
[16] Angelus 9.2.2025, in www.vatican.va.
[17] Anche padre Zanotelli su “il manifesto” del 15.7.25 ha scritto: “Un demone si aggira per l’Europa e per il mondo: il demone del riarmo”.
[18] Ricordiamo che a fine marzo 2024 il patriarca Kirill aveva detto: “L’Operazione militare speciale è una Guerra Santa, nella quale la Russia e il suo popolo, difendendo l’unico spazio spirituale della Santa Rus’, adempiono la missione di Colui che trattiene (‘o Katéchon’, cfr. 2Tessalonicesi 2,7), proteggendo il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo”. Va letto anche il decreto del sinodo ortodosso del 27 marzo 2024: guerra santa contro l’Occidente satanista.
Quanto alla politica, che la Russia voglia riprendersi lo spazio che aveva in passato l’URSS è abbastanza evidente. Un ministro degli esteri russo che si presenta in Alaska, in una visita ufficiale per discutere della pace, indossando una felpa con la scritta CCCP manda un messaggio estremamente chiaro al resto del mondo. Quindi solo un cieco o un innamorato di Putin può pensare che il presidente russo voglia la pace e non si renda conto che difendere l’Ucraina è essenziale se si vuol salvaguardare l’indipendenza degli altri Stati europei.
Solo elevando il livello europeo di deterrenza si può pensare di arrivare a una tregua e di contenere la guerra, che altrimenti continuerà anche dopo che l’Ucraina sarà stata occupata, con l’invasione di altri Stati limitrofi. Pretendere come fanno i russi per arrivare alla pace, di decidere loro quale deve essere la politica estera di un Paese finora indipendente e confinante significa resa, e la resa non è pace.
[19] Tacito, Agricola 30.
[20] Concilio Vaticano II: «La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo semplice rendere stabile l'equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una dispotica dominazione, ma essa viene definita con tutta esattezza “opera della giustizia”».
[21] Platone, Critone, 10c.
[22] Dizionario etimologico italiano, ed. Barbera, Firenze, 1951, vol. II.
[23] Il Dalai Lama, la massima autorità tibetana, spiegando l’idea buddhista, aveva detto: “La compassione di cui parla il buddismo mayahana non è l’amore comune che sentiamo verso coloro che ci sono cari e vicini; questo amore può essere accompagnato da egoismo e ignoranza. Dobbiamo amare anche i nostri nemici … Se io ho aiutato qualcuno per quanto ne ero capace e costui mi offende nel modo più vergognoso, io devo considerare questa persona come il mio più grande maestro. Se i nostri amici si trovano bene con noi e ci sono vicini, niente ci può rendere consapevoli dei nostri sentimenti o delle nostre idee negative. Solo quando qualcuno ci combatte e ci critica possiamo accedere alla conoscenza di noi stessi e giudicare la qualità del nostro amore. In questo i nostri nemici sono i nostri grandi maestri. Essi ci mettono in grado di vagliare la nostra forza, la nostra tolleranza e il nostro rispetto per gli altri. Se noi invece di nutrire sentimenti di odio verso i nostri nemici, li amiamo ancora di più, allora non siamo lontani dal raggiungimento dello stato del Budda: la consapevolezza illuminata che è lo scopo di tutte le religioni” (citato in Parole dal deserto, a cura di L. Cremaschi, Magnano 1992, 125-126).
[24] Un esempio di come si erano comportati i cristiani inglesi in India: il 13 aprile 1919, ad Amritsar nel Punjab indiano, il generale inglese Dyer fece mettere in posizione due mitragliatrici e, senza alcun avvertimento, aprì il fuoco su una folla disarmata che protestava pacificamente. Morirono 379 persone e 1137 rimasero ferite. Per questa atrocità il generale non solo non venne punito, ma in patria venne raccolto per lui del denaro, per cui probabilmente non esiste nella storia inglese un altro generale che sia stato così generosamente ricompensato in denaro per un’azione tanto criminosa. Siccome poi una banda aveva assalito la casa di una missionaria inglese, lo stesso generale ordinò che tutti gli indiani che passavano per quella strada, anche coloro che abitavano in quella via senza aver partecipato all’aggressione, dovessero farlo strisciando a carponi. Un’umiliazione che Gandhi e la maggior parte degli indiani non dimenticarono, né perdonarono (Shirer W., Mahatma Gandhi, Sperling & Kupfer, Milano, 1983, 31s. e 29).
[25] In: http://www.ilgiardinodegliilluminati.it/frasi_aforismi/frasi_sagge_aforismi_mohandas_gandhi.html. E Gandhi aveva anche detto: “gli inglesi vogliono indurci a mettere la lotta sul piano delle mitragliatrici, là dove loro hanno le armi e noi no. La nostra sola possibilità di sconfiggerli è portare la lotta su un piano sul quale noi abbiamo le armi e loro no” (Shirer W, Mahatma Gandhi,Sperling & Kupfer, Milano, 1983, 10).
[26] Shirer W, Mahatma Gandhi, Sperling & Kupfer, Milano, 1983, 8, 109. Ad es. dopo che Gandhi era stato arrestato (e trattenuto in carcere senza processo, cosa impossibile in Inghilterra per un cittadino inglese, ma possibile in India dove gli inglesi se ne infischiavano della legge inglese), il 21 maggio 1930 un gruppo di 2.500 indiani cercò di entrare nelle saline vicine a Bombay. I poliziotti si gettarono su chi si avvicinava tempestandolo di colpi: nessuno si difendeva e tutti cadevano come birilli. Ma il giornalista americano Webb Miller, che vedeva e sentiva il suono dei randelli che spaccavano teste e ossa, scrisse che non ci fu battaglia, ma solo persone che avanzavano finché non erano brutalmente abbattute; ancora dopo che erano a terra la polizia infieriva sui caduti mentre altri, da dietro, avanzavano senza rompere i ranghi verso lo stesso destino dei caduti. Oltre 320 persone vennero trasportate in ospedale e non si sa quanti furono i morti. L’articolo di Miller fece il giro del mondo sollevando l’indignazione generale: il potere inglese, che sfociava in abuso, cominciava ad essere minato.
[27] Per di più questa scelta è stata considerata traditrice dall’estrema destra, e poco partigiana dalla sinistra, per cui è solo da poco tempo che il loro sacrificio viene celebrato con un’apposita giornata del ricordo (il 20 settembre di ogni anno).
[28] Anche qui, però c’è una grande contraddizione: come mai i pacifisti, che partono dal presupposto che ogni euro speso per la difesa è sottratto alla sanità e alle scuole, invocano la protezione di navi da guerra italiane per la flotilla che navigava verso Israele, navi che, per l’appunto, sono costate fiori di euro sottraendoli a sanità e scuole?
[29] Castillo J.M., Declive de la religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brower, Bilbao, 2023. 13.
[30] Restando così nell’indifferenza pecchiamo di sodomia.
Volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/