La religione della terra
Intervista a don Giovanni Mazzillo
di Angelo Maddalena
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A.M.: Ciao don Giovanni, da qualche anno, dopo l’Enciclica Laudato Sì di papa Francesco, sono nati dei gruppi Laudato Sì ed è anche uscito un libro scritto dal Gruppo Cattolici per la Vita della Valle, Prendiamoci cura della casa comune, Laudato Sì e progetto TAV Torino-Lyone a confronto. Questa sensibilità era già presente nel mondo cattolico tanto che dalla fine degli anni ‘90 del secolo scorso si era formato il movimento dei Bilanci di Giustizia, grazie alla spinta di don Albino Bizzotto e di padre Alex Zanotelli,
Tu come leggi questi percorsi alla luce della tua sensibilità politica e della tua prassi teologica?
G.M.: Sono certamente percorsi positivi. Vanno nel senso di una teologia, che, come affermo da anni, è anche prassi, prassi di pace. Lo è nella misura in cui coglie i bisogni reali scaturenti dalla posizione di noi cristiani nella storia. Non si tratta di ineludibile convivenza con altri, ma di un impegno per uno sviluppo liberante dell’uomo e dell’umanità intera. Che promuova, cioè, gli emarginati e le periferie per rendere tutti più consapevoli del loro ruolo nel migliorare la nostra realtà presente e non minacciare, ma piuttosto garantire un futuro più “umano” alle generazioni che verranno dopo di noi. I movimenti incamminati su questo cammino, sempre collegato alle problematiche di una pace da costruire storicamente giorno per giorno, raccolgono anche un filone innovativo di pensiero, che nella teologia era iniziato da alcuni decenni. Nei movimenti impegnati per la pace se ne parlava già tra la fine degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ‘80 del secolo scorso. Per ciò che mi riguarda, riassumevo il cammino iniziato in questo senso in un intervento su “L’ecologia: una sfida per i credenti", a Roma, nel 1988, in occasione della IV Settimana Ecumenica per la Pace (Cipax) e agli inizi degli anni ’90, e in alcuni seminari su teologia, pace ed ecologia, tenuti d’estate all’eremo delle Sarre di Tortora.
A.M.: Il cristianesimo, anche secondo alcuni teologi contemporanei, non ha sviluppato molto la tematica del rapporto tra la terra e i suoi abitanti, cioè molti cristiani sono quasi alienati rispetto a un’armonia con la terra e il creato in generale: ci sono responsabilità da parte di teologi e/o uomini di fede? Sacerdoti, laici, consacrati, non consacrati?
G.M.; C’è del vero in questa critica, ma non si può attribuire tutta la responsabilità degli errori e persino dei disastri anti-ecologici alla riflessione teorica, inclusa quella teologica. L’antropocentrismo si fa risalire teoreticamente al Rinascimento e con esso anche un antropocentrismo che non integrava strutturalmente il rapporto dell’uomo con la natura, tuttavia i disastri reali sono avvenuti solo recentemente. E cioè quando non la filosofia né la teologia, ma l’ebbrezza, abbastanza miope, di una scienza sempre più tecnologica, ritenuta stupidamente apportatrice di miglioramenti e persino di un’era felice per l’umanità, ha iniziato a compromettere, a devastare, gli ambienti vitali per noi esseri umani: la terra, i mari, il cielo. Gli stessi che il racconto della creazione distingue, vi vede collocati le relative specie viventi e li presenta in armonia e come coessenziali per l’uomo stesso.
A.M.: Credi che a livello teologico, il fatto di riferirsi sempre al Padre e meno alla madre (anche intesa come madre terra), più al cielo che alla terra nel senso concreto del termine, abbia contribuito ad allontanare i cristiani dalla dimensione ecologica di base?
Non lo credo. Per lo meno non come unica e determinante origine delle derive che portano al disastro ambientale. Ritengo alquanto viziato ideologicamente il mantra del patriarcato come origine di ogni male. Anche qui non l’impostazione di particolari correnti di pensiero, ma scelte che sono state soprattutto scelte politiche, economiche, liberiste e colonialiste, scelte non obbedienti al pensiero, ma agli interessi economico-commerciali in gioco, ci hanno condotto al punto in cui siamo. Ciò non significa misconoscere alcune deviazioni più culturali che teologiche e conseguenti derive concrete, come paternalismo, clericalismo, e degenerazioni mentali che portano a ritenere gli altri, le altre, oggetti di conquista, di controllo e di dominio. Una mentalità assolutamente da superare perché totalmente contraria ad ogni antropologia sia filosoficamente sia anche teologicamente informata.
A.M.: Francesco di Assisi ha ristabilito un certo equilibrio tra creato, creatore e creature, pensi ci siano stati e ci siano altre figure che continuano in quel solco? Alex Zanotelli scrive spesso che i teologi che parlano di rapporto tra uomini e natura, cioè tra noi e la madre terra, sono spesso sud americani o comunque del sud del mondo. Credi che lo sviluppo occidentale, con il suo carosello di borghesia alienante, abbia condizionato anche l’approccio di molta parte della Chiesa, dalla gerarchia ai teologi e dai consacrati ai laici? E secondo te c’è un dovere da parte dei cattolici di andare contro corrente, contro i valori borghesi, anche o soprattutto nel rapporto con la terra e con la dimensione ecologica?
G.M.: Credo di aver già parzialmente risposto a questa domanda. Certo non tutta la Chiesa, non sempre e nemmeno tutta la sua componente gerarchica, hanno coltivato l’ecologia come realtà creaturale da rispettare, indicando i limiti, i pericoli, e il peccato, cioè gli atti contro la responsabilità della sua cura che ne abbiamo davanti a Dio. Hanno avuto spesso mano libera il prevalere della mentalità di possesso e di dominio, la prevaricazione, nonostante il dovere della cura di ciò che è altro (gli altri esseri umani e l’altro come natura e casa dell’uomo, la terra come sorella), l’individualismo sfrenato divenuto corporativismo di potentati socio-finanziari. Tutto ciò è oggi giustamente condannato come contrario al piano di Dio e allo stesso sviluppo armonico della vicenda umana sulla terra. In ritardo? Probabilmente sì. Ma quello che ne consegue è il dovere etico per ogni essere umano, al quale si aggiunge quello evangelico di noi cristiani di fare tutto il possibile per a) arrestare gli atti e le politiche contro la natura che si sono dimostrati nocivi al presente e persino esiziali per il futuro; 2) invertire i processi di sviluppo tecno-scientifico in modo da renderli ecosostenibili; 3) diffondere sempre più la consapevolezza che distruggere la natura significa distruggere noi stessi, non solo perché, come giustamente si afferma, essa è la nostra casa, ma anche, aggiungo, perché la natura è in noi e non soltanto noi siamo in essa. Perché anche noi siamo casa della natura.