Dicembre - entrare
Da san Francesco d’Assisi a san Martino di Tours le settimane fra ottobre e novembre ci hanno invitato a intraprendere percorsi. La sobrietà dei cammini dei pellegrini sulle orme francescane si fonde con la generosità di chi sa dividere il proprio mantello nella vita quotidiana. Questo significa fare pezzi di strada insieme – cammini sinodali – come molti camminatori autunnali, magari osando vie meno battute, ma anche sapersi fermare per osservare i colori caldi delle foglie, la dolcezza dei tramonti, il tepore del fuoco, per gustare le castagne con il buon vino novello insieme agli amici.
Nelle liturgie domenicali abbiamo ascoltato tutto il capitolo 10 di Marco che ci ha condotto attraverso degli inviti: in particolare «chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso» (10,16). Entrare nel «regno», in un nuovo modo di essere, di esistere e rapportarsi con ogni creatura, con lo stupore e l’innocenza dei bambini amati, resta una grande sfida per i discepoli di Gesù.
La base è piuttosto ovvia: non fare del male agli altri, certamente non fare quanto non vogliamo sia fatto a noi, come recitano i comandamenti (cfr. Mc 10,19), per poi liberarsi di ciò che vincola ed entrare nella sequela del Signore. Peccato che la cosa risulti pressoché impossibile ai ricchi incapaci di condividere, paragonati al famoso “cammello” troppo grosso per la cruna di ogni ago.
A persone generose e molto religiose aver fatto delle grosse rinunce tuttavia non basta: persino due dei compagni più intimi di Gesù come Giacomo e Giovanni, incapaci di empatizzare con il maestro, chiedono successo, gloria e potere a quel Figlio dell’uomo che è venuto per servire e dare la vita (cfr. Mc 10,45).
Per entrare nel regno è necessario accogliere la venuta del Figlio che sa distillare il succo più dolce delle Scritture ebraiche: Amerai (cfr. Mc 12,29-31)! Ci chiediamo se sia un ordine, uno di quei comandamenti liberatori che spesso il Signore dona e seguire i quali significa mettere un passo dopo l’altro, con fiducia, nel cammino che porta sulla strada della Vita. Tuttavia con il verbo al futuro Gesù ha anche voluto trasmettere il senso di una possibilità: sarebbe bello fra i propositi del prossimo anno che inizia mettere come premessa il nostro nome seguito da «Amerai!»: ce la farai ad amare perché il Signore amerà in te la scintilla di bene che brilla in ogni sua creatura.
Allora non importerà passeggiare in lunghe vesti, ricevere i saluti e i primi posti nelle occasioni importanti; allora non passerà per la testa di pregare per farsi vedere, ma anzi si diventerà capaci di dare, dare, dare e non solo il superfluo, ma ciò che conta davvero e che è simboleggiato dalle monetine della vedova (cfr. Mc 12,43-44): la propria vita, il proprio tempo.
Anche le tribolazioni che dovrebbero precedere la venuta gloriosa del Signore, ma che ogni generazione sa nominare come proprie, non impediranno di riconoscere una singolare forma di vicinanza del Signore, il cui regno, come ci ha ricordato Giovanni nel dialogo con Pilato «ouk estin ek tou kosmou toutou», «non è da questo mondo» (Gv 18,36). Quando infatti pensiamo che il regno non è «di quaggiù» tendiamo a pensare che la nostra realtà storica non abbia nulla a che fare con il regno di Gesù, posticipiamo ad un indefinito dopo la risoluzione di tutte le cose e ci deresponsabilizziamo in pratiche religiose che sanno molto di oppiacei. La questione invece è l’origine del regno, l’identità piena del Signore Gesù, la provenienza sua e della logica divina che è altra, ma che è fatta per essere vissuta, almeno come primizia, proprio in questo mondo.
Perché questo è il mondo che il Padre ha tanto amato da dare suo figlio, realizzazione di ogni promessa e attesa della storia, caparra della Venuta definitiva, come ricordiamo in ogni tempo d’Avvento. Così i testi di genere apocalittico che hanno iniziato il tempo d’avvento da un lato ci ricordavano che la durezza della storia, fra guerre e cataclismi, non caratterizza solo i nostri anni; dall’altro che quando la parola biblica la evoca lo fa sempre per invitare alla speranza. Contemplare il cosmo alla luce delle Scritture tenendo conto del dramma delle lacerazioni provocate dall’essere umano negli ultimi decenni provoca una risonanza particolare, se pensiamo a quanto vissuto poco tempo fa in Emilia Romagna o a Valencia; le parole bibliche divengono appello da accogliere con massima urgenza per la sfida della crisi dell’intero ecosistema. I testi non anticipano o “prevedono” quanto stiamo vivendo o si è vissuto in passato, né suggeriscono soluzioni, piuttosto chiedono a ognuno di entrare con consapevolezza nel proprio oggi assumendo pienamente, anche come comunità ecclesiale, le proprie responsabilità.
Entrare nel regno, è entrare nell’oggi assumendo quegli atteggiamenti di sobrietà spesso richiamati nella Scrittura e nelle tradizioni sapienziali non solo ebraico-cristiane, che possono meglio essere detti di equilibrio con le cose, con sé stessi, con gli altri. Nel documento finale del Sinodo appena concluso tutta la seconda parte che si intitola «Sulla barca, insieme», parla proprio di conversione delle relazioni. È quanto “prescrive” il Battista alle persone che si rivolgono a lui con la domanda «Che cosa dobbiamo fare?» (cfr. Lc 3-10-18): a questi gruppi la parola del profeta non chiede di lasciare tutto e dare segni di conversione per sfuggire all’ira imminente, non evoca punizioni esemplari per i disobbedienti, ma chiede passaggi moderati, feriali, da introdurre in una vita quotidiana che non soffre evidenti discontinuità: gli esattori dovrebbero compiere il proprio lavoro segnato da una certa quota di implicita ingiustizia, in modo corretto, senza approfittare della condizione di forza e quindi senza aggravare il carico che opprime i più fragili. Qualcosa di analogo avviene per i soldati ai quali viene chiesto di crescere in correttezza: non maltrattare, non estorcere, accontentarsi delle loro paghe. Restare in una condizione carica di ambiguità, ma porre una differenza. Anche il personaggio lucano di Zaccheo resterà un esattore dopo l’incontro con Gesù, ma si preoccuperà di restituire il maltolto con ampia riparazione (uno stile un po’ diverso dalle nostre norme di volontary disclosure e simili provvedimenti) e soprattutto introdurrà il concetto della ripartizione dei propri beni con i poveri.
L’entrare umano nel regno e in un modo altro, direi divino, di essere umani ci resterebbe tuttavia precluso se non ci fosse un altro entrare, come ricorda la lettera agli Ebrei.
«Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato» (Eb 10,5).
Il Signore non gradisce alcun genere di sacrifici cruenti, come spessissimo gli umani ritengono, ma realizza il suo progetto di vita per tutti i popoli restituendo grandezza e dignità al corpo, ad ogni corpo, unico cardine per la speranza di una salvezza reale e non immaginata.
Se a Natale avremo occasione di meditare sul prologo di Giovanni che viene proclamato nella liturgia del giorno potremo osservare come ogni volta che si cita il verbo “venire” la prospettiva è quella umana e terrena e corrisponde dal punto di vista divino ad un uscire da sé per “entrare”: la Parola infatti si fece carne per entrare nelle nostre case, città, storie personali e collettive e così darci la possibilità di ricevere luce e vita, di più, la stessa condizione di essere a nostra volta figli e figlie di Dio. Mi sembra un ottimo motivo per ritrovare la speranza giubilare ed entrare nel 2025.