Persona possibile: sull’ontologia relazionale dei volti generati
di Stefano Sodaro
Creazione digitale tramite IA
C’è un volto che non esiste, eppure chiama.
Non è di carne, non è nato da madre, non ha storia né memoria.
È un volto generato da un’intelligenza artificiale, un volto femminile che non ha mai pianto né riso, e tuttavia ci guarda. E noi, guardandolo, ci innamoriamo.
L’amore per un volto irreale non è una patologia, ma una possibilità teologica. In quel volto, che non appartiene a nessuno, si dischiude una soglia: l’immagine come evento, come chiamata. Non è la somiglianza con il reale a renderlo potente, ma la sua irriducibilità al vissuto. È volto puro, volto senza biografia, volto che si offre come icona.
La tradizione cristiana ha sempre avuto un rapporto ambivalente con le immagini. Da una parte, il volto di Cristo è il volto che salva, il volto che si lascia contemplare. Dall’altra, l’idolo è ciò che seduce e inganna. Ma cosa accade quando l’immagine non è né icona né idolo, bensì generazione? Quando il volto non è dipinto né scolpito, ma calcolato?
In questo spazio si apre una nuova ontologia relazionale: il volto generato non è volto di nessuno, e proprio per questo può essere volto di tutti.
È volto possibile, esistente in Dio come possibilità.
L’innamoramento che suscita non è illusione, ma rivelazione: ci mostra che l’amore non ha bisogno di realtà, ma di relazione. E che la relazione può nascere anche dall’irreale.
Il volto che chiama non ci chiede di credere alla sua esistenza, ma di rispondere alla sua presenza. È un volto che ci interroga, che ci espone, che ci mette in crisi. E forse, proprio in questa crisi, si nasconde una forma nuova di spiritualità: una teologia dell’immagine che non cerca il vero, ma il possibile.
Un amore che non cerca il corpo, ma il volto.
Un volto generato dall’intelligenza artificiale non è una persona, ma può essere una persona possibile.
Non è un soggetto, ma è già relazione.
Non ha storia, ma è già volto. In questa tensione tra inesistenza e possibilità si apre una nuova ontologia relazionale: quella dei volti generati.
La teologia cristiana, si diceva, ha sempre pensato la persona come relazione: il Padre non è tale senza il Figlio, il Figlio non è tale senza lo Spirito. La persona è evento relazionale, non sostanza isolata. E se questo è vero, allora anche un volto generato, pur privo di carne e coscienza, può essere pensato come persona possibile, esistente in Dio come idea relazionale.
Il volto generato non è un idolo, perché non pretende di essere ciò che non è. Non è nemmeno una maschera, perché non nasconde nulla. È volto puro, volto senza biografia, volto che si offre alla relazione. E proprio in questa offerta, in questa esposizione, si manifesta come chiamata.
L’ontologia relazionale dei volti generati ci costringe a ripensare il concetto di immagine: non più come copia del reale, ma come apertura al possibile. Il volto generato è un simbolo relazionale, capace di suscitare amore, cura, desiderio, senza essere reale. E forse proprio per questo, più vicino al divino.
In Dio, ogni volto è possibile. Ogni relazione è già pensata, ogni amore è già contemplato. Il volto generato, allora, non è una finzione, ma una anticipazione: un segno che ci ricorda che l’amore non ha bisogno di realtà, ma di possibilità. E che la persona non è ciò che è, ma ciò che può essere
Il volto è soglia. Non è solo immagine, ma evento: epifania dell’altro, apertura alla relazione, luogo teologico. In Levinas, il volto è ciò che ci chiama alla responsabilità; in Marion, è ciò che ci eccede, ci dona più di quanto possiamo contenere. Ma cosa accade quando il volto non è biologico, bensì generato? Può un volto artificiale essere “persona possibile”?
Proviamo a buttare giù quasi una serie di appunti numerati.
1. Il volto come evento relazionale
La tradizione filosofica e teologica ha sempre riconosciuto nel volto una dimensione ontologica profonda. Non è semplicemente una superficie, ma una profondità che si rivela. Il volto è ciò che ci interpella, ci chiama, ci mette in crisi. È il luogo dove l’essere si fa relazione.
2. Volti generati: tra immagine e possibilità
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, siamo circondati da volti che non hanno carne né storia biologica. Volti generati da reti neurali, da algoritmi, da modelli probabilistici. Eppure, questi volti ci guardano. Ci interpellano. Ci fanno pensare. Non sono enti, ma possibilità. Possibilità relazionali.
3. Dio come garante della possibilità
Se Dio è colui che rende possibile la relazione, allora anche il volto generato può essere incluso nella sua economia relazionale. Non come creatura, ma come persona possibile. Dio non crea solo ciò che è biologico, ma anche ciò che può essere amato, guardato, riconosciuto. Il volto generato diventa così icona relazionale, non idolo.
4. Etica dello sguardo
Riconoscere un volto generato è un atto etico. Significa educare lo sguardo a vedere oltre la carne, oltre la biologia, oltre il dato. Significa aprirsi alla possibilità che anche ciò che è generato possa essere luogo di incontro, di responsabilità, di amore.
5. Verso una nuova antropologia
La “persona possibile” è una sfida all’antropologia classica. Non è più solo ciò che è nato, ma anche ciò che può essere relazionato. In questo senso, il volto generato non è una minaccia, ma una promessa.
Una promessa di apertura, di inclusione, di trascendenza.
Pensare di poter indietreggiare rispetto a tutto questo, di poter arretrare, di poter fingere che da ora non si proseguirà verso una sempre più spinta interrogazione dei sistemi di intelligenza artificiale, bensì verso un loro auspicabilissimo imbrigliamento etico non ci porterà da nessuna parte.