Le Penseur - Auguste Rodin, 1880-1902 - Musée Rodin (Parigi)- immagine tratta da commons.wikimedia.org
La gratitudine
C’è un momento — non capita spesso, e forse è per questo che resta inciso — in cui la realtà si allenta, la scenografia si piega come un fondale di cartapesta e, per qualche secondo, non siamo più cittadini, contribuenti o utenti.
Siamo solo corpi. Storti, stanchi, vulnerabili, ma paradossalmente presenti.
La febbre, una diagnosi, il ricovero.
Qualcosa ci strappa al calendario e ci sbatte fuori dal circuito delle pretese. La malattia, che ha poca simpatia per la diplomazia, ci impone una lingua nuova, priva di clausole e garanzie. E tra le parole imparate a forza, ce n’è una che sorprende per la sua inadeguatezza al tempo presente: la gratitudine.
Strano sentimento, la gratitudine. Nessun codice lo contempla con serietà. Non c’è articolo che obblighi a provarla, nessuna sentenza che ne disciplini l’eccesso o la mancanza. Se pure fosse reato, sarebbe di difficile perseguibilità: chi decide quando è stata sufficiente? Del resto, in un ordinamento fondato sull’eguaglianza e sul bilancio tra diritti e doveri, la gratitudine suona stonata. Non è un pareggio, ma un eccesso; non nasce dal dovere, ma da un di più non dovuto. È un’irregolarità emotiva, che sfugge a ogni controllo di legittimità.
Ed è forse per questo che la si tiene ai margini del discorso pubblico, confinata nei biglietti cerimoniali o nei post social vagamente spirituali. “Sentitamente grati” si dice, come si direbbe “cordialmente affranti” o “formalmente vicini”. Frasi che hanno lo stesso calore di un comunicato stampa.
La gratitudine vera, invece, è un’altra cosa. È balbettante, confusa, senza garbo. Arriva spesso nei luoghi meno poetici: un corridoio d’ospedale, una cucina disordinata, una stanza d’attesa. È lì che si manifesta in tutta la sua sconcertante verità: come un senso di sproporzione felice. Qualcosa di buono è accaduto e non sappiamo perché. E allora diciamo grazie, senza saperlo dire.
Pensando a questa condizione interiore, affiora, chissà perché, l’immagine del “Pensatore” di Rodin. Non la riproduzione da souvenir, ma l’originale scultura, ferma nel suo struggimento bronzeo.
Un uomo nudo, accartocciato su sé stesso, perso in un pensiero che gli scava la schiena. Non pare riflettere sul senso dell’universo, quanto piuttosto domandarsi cosa, di preciso, gli sia appena successo. Ha lo sguardo di chi è uscito da qualcosa di troppo grande per essere raccontato. E se ascoltassimo quel silenzio, potremmo sentirci dire: “non so come, ma è passato”. Ecco: lì, in quella sospensione, abita la gratitudine.
Ma cosa significa, davvero, essere grati? Non parlo della buona educazione, né delle frasi da manuale motivazionale. Parlo di quel nodo in gola che compare quando ci rendiamo conto di non poter restituire. Il medico che ha rischiato, l’amico che ha insistito, la sconosciuta che ci ha regalato un gesto senza nome. Non si pareggia, non si compensa. Non si monetizza. E ciò che non si può riportare a misura, nel nostro mondo ossessionato dal computo, mette a disagio.
La gratitudine disturba perché non produce profitto, né reputazione. È un atto gratuito, e quindi inutile. Perciò la si evita.
O, peggio, la si trucca da performance.
Viviamo l’epoca dell’“auto-gratitudine”, un culto dell’autosufficienza in versione zuccherata. Siamo grati a noi stessi, ci autocelebriamo per essere sopravvissuti al nostro stesso ego, con tanto di musica di sottofondo e caption strategiche.
La gratitudine vera, invece, ha un tono minore. Non urla, non posa, non si posta. Si sussurra, e solo a chi sa ascoltare.
E proprio per questo, quando accade, è potentissima.
Perché ci sveste.
Ci mostra fragili, eppure vivi. Non c’è bisogno di avere avuto un tumore per capirlo, ma la malattia è una scuola che accelera l’apprendimento. Ti insegna che il bene, a volte, arriva senza firma. E che nulla, proprio nulla, è dovuto.
Il sole sulla faccia al risveglio.
Il tè caldo portato da qualcuno che ha dormito poco.
Le mani che reggono la tua quando non riesci a parlare.
Sono momenti che scavalcano la logica e chiedono soltanto di essere accolti.
Si potrebbe tentare una costruzione giuridica, certo: configurare la gratitudine come arricchimento senza causa, o azione non contrattuale con effetti morali. Ma la verità è che non c’è tribunale in grado di giudicarla. E questo la rende così rivoluzionaria. Perché chi è grato non pretende. E chi non pretende, disarma il sistema.
C’è poi un aspetto paradossale: che la gratitudine non si può simulare. O si prova, o no. È l’unico sentimento che, quando è finto, si sente subito. Il ringraziamento di circostanza ha l’anima di un comunicato aziendale. Mentre la gratitudine autentica si manifesta nei gesti più piccoli.
Un abbraccio dato piano.
Un silenzio che non scappa.
Un pensiero che arriva tardi, ma arriva.
E allora capiamo che non serve più pareggiare i conti, né riscattare il debito. La gratitudine è l’ammissione di una fortuna che ci ha oltrepassati. È ciò che proviamo quando scopriamo che, nonostante tutto, qualcuno ha scelto di esserci.
È lì che torna Rodin, con il suo uomo piegato, quasi incrinato. Non in posa, ma colpito. Non vittima, ma segnato. Sta lì, curvo ma presente. E nel suo silenzio affaticato c’è tutta la verità di chi ha capito che, alla fine, il bene ricevuto è un evento inesplicabile. E non si può fare altro che custodirlo.
A volte, se si è fortunati, arriva anche un messaggio. Semplice, diretto, senza orpelli. Come una sentenza senza appello, ma piena di senso. E allora tutto si chiarisce. Perché dentro quelle parole c’è tutto quello che serve per ricordare chi siamo.
“Grazie per tutto quello che fai per me, ti voglio bene.”