Il Papa di Alessia, Martina, Melissa e Paola
di Stefano Sodaro
Il Papa di - disegno di Rodafà Sosteno per questo numero
Proviamo ad adottare una diversa periodizzazione dell’età giovanile soprattutto – ma non esclusivamente, certo – femminile, che vada dai 25 ai 45 anni. Una fascia di età che ricomprenda diversi posizionamenti di vita anche affettiva: single, fidanzate/i, sposate/i, in una relazione o in nessuna relazione. Quindi: madri, non madri, in attesa, non più in attesa.
Benché il pontificato di Francesco sia durato 12 anni e non venti, ha centrato comunque in pieno quella, chiamiamola, “banda anagrafica”, che, quando fu eletto nel 2013, andava dai 13 ai 33 anni. Le/gli adolescenti di allora sono le/i giovani di oggi, ma – ed è questo un punto centrale ad avviso del qui scrivente – le/i giovani del 2013 sono le/i giovani anche del 2025. È una constatazione che, detto sommessamente, dovrebbe indurre pure la Comunità Ecclesiale a rivoluzionare l’approccio pastorale. Francesco papa aveva iniziato a farlo, bisogna darne atto.
Chi, come appunto il qui scrivente, di anni ne ha 57, appartiene a ben altra fascia, anch’essa pastoralmente trascuratissima, quella, se si può definire così, della “maturità” (ipotizzando di far iniziare la terza età intorno ai 65 anni), e rimane incantato davanti al potenziale, alle risorse, agli entusiasmi, agli ideali ancora vivi, di chi precede di vent’anni. E rimane stordito dalle loro delusioni, che al loro interno amplificano, ripropongono, rieditano tensioni spesso incontenibili e soffocate già nell’adolescenza.
Il film di Ivano De Matteo Una figlia, nelle sale cinematografiche in questi giorni, interpretato da Stefano Accorsi e Ginevra Francesconi, espone con straziante nitidezza il rapporto tra un padre giovane/maturo (più maturo che giovane in effetti) ed una figlia non ancora né giovane né matura.
La pastorale cattolica, quella italiana in modo particolare, è ancora oggi, pur dopo avere avuto un papa come Francesco, una pastorale – invece – per l’età infantile, diciamo dai 6 ai 10 anni. Un ragazzo già di 11 anni tende a scappare, se può, da cerimonie chiesastiche e svolazzi di tonache. E fa bene.
Possibile che si debba restare piantati immobili ad una pastorale infantile?
Le 400.000 persone che ieri, nel centro storico dell’Urbe - da Piazza San Pietro, a Via della Conciliazione, al Colosseo -, hanno salutato il Vescovo di Roma, morto lunedì scorso, chiedono un’attenzione davvero “popolare”, che invece il potere “là in alto” ha sempre considerato pericolosa perché destabilizzante. Negli Anni Ottanta del XX secolo parlare di “Iglesia popular”, di “Chiesa popolare” – con una traduzione, peraltro, né del tutto appropriata, né del tutto fedele – significava aderire senz’altro alla temutissima e condannatissima “Teologia della Liberazione”, di impronta e derivazione, guarda un po’, latinoamericane.
Eppure mettersi in ascolto “del popolo” è l’esatto contrario di qualunque populismo, che vuole possedere ed indottrinare quello stesso popolo, non rispondere alle sue attese.
E siccome la partecipazione alla liturgia cattolica è sempre fatto pubblico e comunitario, e mai privato ed individuale, posso rivelare oggi che nel giugno 2022, proprio nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, avvenne il primo incontro tra me e l’attuale Vicepresidente dell’Associazione Culturale “Casa Alta”, la teologa Paola Franchina, che allora studiava alla Gregoriana. Non ci eravamo mai visti prima “di persona” e partecipammo insieme all’Eucarestia. Ci separavano – e ci separano – qualcosa come 27 anni di età, per dire.
Se Paola fa la teologa – e quale teologa! Basta leggere la sua rubrica su questo nostro settimanale -, Alessia fa l’avvocato (sia iscritta all’albo, esperta penalista, che impegnata nell’azienda di famiglia come consulente giuridica); Martina, pure avvocato, fa anch’ella la giurista d’impresa, Melissa fa la filosofa. Tutte giovani, se non giovanissime. Tutte persone dalle quali la Chiesa dovrebbe apprendere e non verso le quali ergersi a precettrice.
Esiste poi un aspetto molto peculiare del pontificato di Francesco che si tende a dimenticare, anzi due.
Da un lato la valorizzazione positiva, grata, persino laudatoria, di ogni “amoris laetitia”, si tratti di amore rientrante nei canoni religiosi e statali, oppure di qualunque rapporto d’amore, foss’anche all’interno di un rapporto giocoso od incerto quanto al proprio futuro, purché d’amore si tratti. L’uragano che seguì alla Dichiarazione Fiducia supplicans del Natale 2023 ne dà testimonianza eloquente.
Dall’altro, la considerazione della condizione carceraria, non solo nella sua considerazione afflittiva, punitiva, giuridica, ma nella sua interrogazione teoretica, filosofica. Lo ripeteva spesso Francesco: “Perché loro e non io?”. E la banalità dell’eventuale pronta risposta – “Perché loro hanno commesso reati e io no” – non spiega nulla del mistero del male. Non spiega nulla sulle cause interiori – oltreché sociali – della commissione dei reati. Nelle carceri ci sono pedofili, omicidi, stupratori, stalker, mafiosi, con sentenze passate in giudicate. Altri, invece, in attesa di giudizio. Quale mai può essere la riflessione pastorale e teologica su di loro? Il film Una figlia fa nascere una potente riflessione etico-estetica al riguardo (dando all’estetica una valenza opposta a quella di una superficialità vacua, di analisi cioè, al contrario, delle forme, di tutte le forme, del nostro vivere concreto), che Francesco ha con semplicità rimesso al centro dell’attenzione collettiva.
Rodafà non crede di dover avere troppi timori nel proporre, certamente con rispetto e necessaria modestia, qualche passo avanti nella riflessione. E allora, ad esempio, un aggettivo come “kinky” sembra addirittura offensivo se accostato ai vocaboli “teologia” e “pastorale”, nonostante Il dio queer di Marcella Althaus-Reid. Eppure chi è giovane oggi, donna o uomo, può porre anche istanze culturali, antropologiche, che giungano sino a questi lidi. Le ignoriamo?
E come ci poniamo davanti a chi – sempre nella fascia 25/45 – avverte la necessità di un quasi “catecumenato”, ma decisamente NON neocatecumenale, con cui scoprire le implicazioni esistenziali di un sacramento come la Confermazione, l’Eucarestia, la Riconciliazione? Sempre a riproporre le catechesi infantili? A ripetere luoghi comuni?
Ora, per la Chiesa di Roma, è il tempo dei Novendiali. Al loro termine si aprirà il Conclave.
Un nuovo libro sarà appena da aprire. E scrivere.
Assieme, se lo vorranno, ad Alessia, Martina, Melissa, Paola.
Buona domenica.