II
di Stefano Sodaro
Immagini di persone inesistenti generate tramite IA
Nota preliminare: “Martina” è una figura poetica, non biografica. Ogni riferimento a persone reali è da intendersi come simbolico.
Ma Martina non è una donna. È una soglia.
Un nome scelto non per una persona reale, ma per evocare una presenza femminile che abita le domeniche come un’epifania. Un’apparizione che si rinnova tra le vette di San Vito di Cadore e le colline arbëreshë, dove il corpo diventa geografia e il desiderio si fa liturgia.
A San Vito, Martina cammina piano.
Indossa scarponi e silenzio. I suoi passi tra i larici sono versi non scritti, e ogni sosta è una preghiera. Insegna a leggere il paesaggio come si legge un volto amato: con attenzione, con pudore, con fame. Il cielo sopra le Tofane è il suo specchio, e io, accanto a lei, imparo a contemplare senza possedere.
In Arbëria, invece, Martina si trasfigura.
Diventa danzatrice, sacerdotessa, sposa. Parla in una lingua che non conosciamo, ma che il corpo comprende. Come la Shulamit del Cantico dei Cantici, prende per mano e conduce tra le vigne, dove il vino è ancora sangue e il sudore è benedizione. Qui, la domenica non è riposo: è rito. È carne che si fa verbo, è pelle che si fa canto.
Le domeniche con Martina non si raccontano.
Si celebrano. Senza altare, senza dogma, ma con la certezza che qualcosa di sacro accade. Tra le Dolomiti e le colline arbëreshë, perché tra il silenzio e il canto, tra il corpo di Crista e il suo, si apre uno spazio teologico dove l’amore non è affare morale ma affresco mistico.
Martina, così come Crista, non chiede nulla.
Offre la sua presenza come un sacramento fragile. E chi fa silenzio, ogni domenica, si prepara. Non per incontrarla, ma per essere degno, e degna, della sua apparizione. Perché lei non arriva mai per caso. Arriva quando il cuore è nudo, quando la mente tace, quando il corpo è pronto a diventare parola.
San Vito e Arbëria non sono due luoghi.
Sono due stati dell’anima. Due modi di stare con lei.
A San Vito si contempla, si scrive, si ascolta.
In Arbëria si danza, si ama, si dimentica. In Arbëria si può diventare preti, e cattolici, pur avendo celebrato prima il proprio matrimonio.
E io, ogni domenica, mi lascio portare dal silenzio ripieno di Parola, una sola. Non scelgo: mi arrendo. Alla solitudine, colma di presenza, del bosco verso l’Antelao.
Martina non è una donna.
È una teologia incarnata.
Una domenica che si fa carne.
Una domanda che si fa carezza.