DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
La nascita delle donne pastore
Il cammino delle Chiese
L’inizio del ministero pastorale femminile si colloca alla metà dell’800.
Il 15 settembre 1853 Luther Lee, pastore metodista wesleyano, ordinò pastore Antoinette Brown, che all’epoca aveva 28 anni. Era una convinta sostenitrice della campagna antischiavista ed era impegnata nei movimenti per il riconoscimento dei diritti delle donne. La Brown sentì la chiamata a predicare il Vangelo in un momento storico in cui l’accesso universitario non era, da tutte le facoltà, garantito alle donne.
Inizio a seguire i corsi teologica dell’Oberlin College, ma la facoltà non le concedette il titolo teologico.
Bisogna tenere presente che nelle forme di governo delle Chiese congregazioniste ogni Chiesa locale ha piena autorità di chiamare una persona al ministero, senza necessità di approvazione da una autorità gerarchicamente superiore.
Il pastore Lee la reputo pronta al ministero attivo, anche se dopo soli tre anni lo lasciò per sposarsi, e ritornarvi solo alla fine della sua vita dopo essersi unita alla Unitarian Fellowship.
È l’inizio di una storia.
Dopo di lei, per molti decenni, solo poche donne avranno accesso al ministero e sempre in Chiese congregazioniste.
Per comprendere il cammino delle Chiese occorre, dunque, fare riferimento a più di un secolo di storia. Le prime ordinazioni, infatti, sono spesso precedute da un forte coinvolgimento delle donne come predicatori locali, dunque, la decisione è correlata all’apporto specifico di quelle specifiche donne. Non c’era interesse a evidenziare pari opportunità, al punto che la strutturazione del pastorato delle donne vide l’emergere di resistenze e sospetti, nonché limitazioni come predicare alle sole donne, predicare solo in dipendenza del marito o in assenza di pastori maschi, uscire dal ministero in caso di matrimonio o alla nascita dei figli, predicare ma non celebrare sacramenti.
La maggior parte delle Chiese protestanti storiche si pone la questione dell’ordinazione femminile in modo sistematico solo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Scelsero di non sfuggire al confronto con il movimento suffragista e la prima ondata emancipatoria del femminismo.
Le donne stesse sollecitarono la riflessione ecclesiale e teologica sul tema; si trattava infatti di rileggere i testi biblici che attestano la presenza attiva delle donne nella prima Chiesa, la prassi di coinvolgimento inclusivo da parte di Gesù, il recupero della memoria dimenticata di tante donne significative nella storia del popolo di Dio, insieme alle questioni di giustizia sociale, di accesso per le donne a una pari dignità e a ruoli pubblici rispondenti alla loro specifica soggettualità, che per troppo tempo era stata negata o sottovalutata dalle chiese.
Nonostante le spinte ad una riflessione teologica sistematica, all’inizio, l’ordinazione di donne si collocò nel quadro di una configurazione ministeriale non mutata, per ragioni legati alla diminuzione dei pastori maschi e in termini ancora eccezionali.
È dalla seconda metà del XX secolo, a partire dagli anni Sessanta, durante la seconda ondata del femminismo, che la questione dell’ordinazione delle donne pastore assume tratti più inclusivi e di riconoscimento della complementarità di apporti tra i due generi.
Le chiese protestanti storiche degli Stati Uniti ordinarono donne dalla metà degli anni Settanta. In Italia vengono ordinate le prime due pastore valdesi nel 1967. Le chiese dell’Africa si aprono a questa possibilità negli anni Ottanta.
Dunque, dagli anni Novanta in poi la presenza di donne pastore nelle chiese ormai era diffusa e viene percepita come un tratto qualificante il volto delle chiese protestanti.
La riflessione teologica e pastorale si concentra sul cambiamento complessivo avvenuto e sulle sue implicazioni per l’annuncio evangelico, l’immagine di Dio, lo stile di presenza ecclesiale. Il dibattito si apre alla prospettiva di genere, al riconoscimento della Chiesa come istituzione gendered, all’interrogativo se esista una modalità specifica – maschile e femminile – di esercizio del ministero. Infatti, all’aumento quantitativo non corrispose immediatamente l’accesso a funzioni di coordinamento, come i ruoli apicali all’episcopato.
Dal punto di vista della riflessione ecclesiologica, possiamo dire che la vicenda delle donne pastore è il riconoscimento di una chiamata e di un carisma dono di Dio per una specifica comunità. Le forme del ministero sono concepite dalle chiese in conformità alla loro comprensione del vangelo e secondo le interpretazioni che lo Spirito suggerisce in una mutevole situazione storica.
Le chiese ritengono che non vi siano ragioni bibliche o teologiche adducibili contro l’ordinazione femminile ma che si tratti di un legittimo sviluppo del ministero tradizionale della chiesa e una risposta profetica e necessaria alle nuove situazioni, come conseguenza della fedeltà al vangelo in un tempo e in una cultura in cui le donne devono essere riconosciute come protagoniste attive della vicenda ecclesiale a tutti i livelli.
La maggior parte delle chiese dichiarò conclusa l’esperienza delle diaconesse dopo l’ordinazione di donne pastore.
Non si tratta infatti di creare uno spazio di tutela di una pretesa specifica del femminile o di affermare una formale uguaglianza di diritti, ma in gioco era il ripensamento complessivo delle figure ministeriali e della loro collocazione, ruolo, forma di parola e azione pastorale maggiormente aperto al dinamismo dello Spirito e alle sfide del tempo. In altre parole, il superamento di una matrice monosessuata nel pensare l’identità dei soggetti ecclesiali, segna un passaggio evidente dall’uno alla pluralità costitutiva del popolo di Dio.