Giulia, Sulammita eretica, e il suo Cardinale
di Stefano Sodaro
Suor Giulia Di Marco - foto di pubblico accesso su internet, si resta a disposizione per il riconoscimento di eventuali diritti
Il Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, subito dopo il Concistoro di sabato 7 dicembre 2024 - foto del direttore
Diciamo la verità.
Il tratto così dolce, umile, del tutto alieno da fasti, poteri e privilegi, dell'Arcivescovo di Napoli, neocardinale dal 7 dicembre, Domenico Battaglia, ha fortemente colpito tutti e tutte durante il Concistoro dello scorso sabato, vigilia della Solennità dell’Immacolata (che ha sopravanzato la domenica, mah…).
Mi hanno raccontato - relata refero - che a volte, don Mimmo, così lo chiamano, annuncia ad un suo collaboratore in curia: “Stasera si esce”. Quindi veste normalmente, mette una sciarpa per non farsi riconoscere e va a cercare e a trovare i più dimenticati, soli, poveri, abbandonati.
Viene per davvero in mente Tonino Bello che, la sera del Sabato Santo, si fermava ai fuochi lungo la Statale per augurare Buona Pasqua alle ragazze, incurante di che cosa avrebbero potuto dirgli.
Che uno dei più convinti ammiratori di don Tonino sia diventato Cardinale segna un punto di svolta nella storia contemporanea della Chiesa Cattolica.
“Ci sono pure i parenti di don Tonino, sono qui, sono venuti”, ha esclamato con gioia a me, quando ho potuto personalmente incontrarlo nell’Aula della Benedizione in San Pietro.
Una diffusa grande commozione, proprio grande grande, anche per chi dovrebbe, in fondo, solo riportare la cronaca di un evento.
Lo richiamavano: “Eminenza, questa foto è per la Conferenza Episcopale!”. “Per la Conferenza Episcopale?”, rispondeva. Dall’espressione del viso della foto qui si comprende facilmente l’intero suo disagio. Don Mimmo porta al collo una croce pettorale di legno, esattamente identica a quella di don Tonino, suscitando il provvidenziale ribrezzo delle sette tradizionaliste.
Bisognerà tenere sott’occhio giornalistico (“vaticanistico”) l’attuale sede cardinalizia di Napoli, perché, chissà, anche nel futuro potrebbe riservare notevoli sorprese istituzionali, considerato che Domenico Battaglia entrerà in Conclave…
Ma la storia dell’Arcidiocesi di Napoli è stracolma di ricchezze evenemenziali all’orlo dell’incredibile. Tra cui, l’incredibile – appunto – storia di Giulia Di Marco, di cui s’è occupato anche Sebastiano Vassalli nel suo romanzo Io, Partenope.
La donna, terziaria francescana, nata 450 anni fa – nel 1574 o 1575 - suscitò una querelle incomponibile tra Teatini, a lei tremendamente avversi, e i Gesuiti, che invece l’appoggiarono. Il motivo di tanta contesa fu la sua singolare, persino stravagante, testimonianza di una condivisione di esperienze mistiche, di liturgie praticate a livello popolare, che – secondo l’accusa – sconfinavano, trasbordavano, in vera e propria lascivia carnale, in esperienze sessuali assolutamente intollerabili. Potrebbe venire il sospetto: una specie di Rupnik al femminile nella Napoli di Fine Cinquecento/Inizio Seicento?
Non si capisce bene.
Fatto sta che ripetute condanne inquisitoriali non riuscirono a far desistere Giulia dalla sua eccedenza – aggettiviamola così – “amorosa”, né dal consenso popolare, comunitario, amplissimo, ed il carcere in Castel Sant’Angelo fu la sua fine. Una fine inevitabile.
Colpisce, tuttavia, che di tutti gli arcivescovi di Napoli contemporanei di Giulia nessuno si sia arrischiato ad entrare nella vicenda, a lasciarsi coinvolgere dalla vicenda di una donna, verosimilmente proprio a motivo della sua fama sospetta, paurosamente sospetta, d’eretica.
Al momento della nascita di Giulia, era Cardinale Arcivescovo di Napoli tale Paolo Burali d’Arezzo, chierico teatino morto in fame di santità e poi dichiarato beato, però morì che la nostra eretica aveva tre anni. Nei tempi successivi né Annibale di Capua, né Alfonso Gesualdo, né Ottavio Acquaviva, né Decio Carafa, tutti arcivescovi partenopei, si occuparono di lei. (A titolo di mera annotazione storica, il Segretario di Stato Card. Carlo Carafa, accusato dell’allora considerato esecrando ed imperdonabile crimine di omosessualità, fu giustiziato da Papa Paolo IV, un altro Carafa – Gian Pietro, cofondatore dei Teatini assieme a Gaetano da Thiene, santo -, nel 1560.).
La storia non si fa con i “se”, certo. Ma don Mimmo – è la nostra ipotesi – non si sarebbe affatto del tutto disinteressato, e per riguardosa paura verso i potenti poi, delle sorti di una donna appartenente alla gente comune e avrebbe cercato di comprendere in profondità i motivi del suo agire, della sua spiritualità, qualunque fosse, e persino della sua predicazione.
La Sulammita, cui non riusciamo a non associare Giulia, è giovane donna del Sud. Danza, canta stupefatta la meravigliosa attrazione del suo compagno, è seducente e parla un linguaggio che infiamma i sensi. Il Cantico dei Cantici gemma preziosa di “sacro” erotismo al centro dei libri che compongono la Bibbia.
Ci sono molte altre Giulie, magari proprio teologhe, che, con la loro mente ed il loro sguardo, sanno compartire, e convertire in cromatismo d’amore incandescente, il colore rosso porpora degli abiti cardinalizi.
Trovarle, incontrarle, può essere un buon compito natalizio.
Buona domenica.