«Santità, Le racconto»
«Grazie»
di Stefano Sodaro
Il racconto al Papa lunedì 9 dicembre 2024 - foto del Vatican Media Center
È stata – lunedì 9 dicembre 2024 – la mia terza volta di incontro personale con il Papa, Francesco, Vescovo di Roma.
Le altre volte, pur stringendomi affettuosamente mani e braccio (soprattutto la seconda allorché gli rivelai che avevo scritto qualcosa per L’Osservatore Romano), Sua Santità era rimasto in silenzio.
Questa volta, però, avevo un incarico preciso da parte di mio figlio Matteo, che ha provocato una sua parola, una parola del Papa.
“Papà, devi dire al Papa [Papà/Papa… oibò, ci sto pensando ora…] che il giorno successivo io ho l’esame in microbiologia!”.
Al momento, a cena, ci venne da ridere: figuriamoci se al Papa può importare qualcosa di una comunicazione, come dire?, “strettamente di casa”.
Invece, gliene importava.
Se qualcuno e qualcuna ha partecipato alle udienze papali dentro il Palazzo Apostolico sa che, terminati i discorsi e ricevuta la benedizione, si forma una lunga, compostissima, fila di persone che hanno la possibilità di rivolgersi direttamente, in modo personale appunto, al Vescovo di Roma, senza che nessun altro si intrometta.
Il Papa saluta tutte e tutti, con infinita pazienza e accoglienza: sorride, benedice di nuovo, incoraggia con un gesto.
Giunge il mio turno e, emozionatissimo esattamente come le altre due volte, mi avvicino, gli stringo la mano e gli racconto: «Santità, vengo da Trieste, ho un figlio di vent’anni e mi ha detto di riferirLe che domani avrà un esame universitario in microbiologia. Mi ha detto che, se il Papa è uno di casa, deve pur saperlo e magari pregarci su.». Tutto d’un fiato, gli riporto la consegna di Matteo.
Francesco mi guarda, mi sorride e mi risponde: «Grazie!».
Le altre volte – mi permetto di annotarlo ancora – non mi aveva detto nulla, nonostante io avessi provato a coinvolgermi e coinvolgerlo in temi ritenuti da me assai più rilevanti dal punto di vista geopolitico, ecclesiologico, spirituale. Al contrario, il suo “grazie” è venuto quando gli ho riferito di casa, come fosse un altro nonno, come se stesse partecipando per davvero alle nostre vicende più intime, proprie di quella “liturgia del quotidiano” che si celebra in ogni famiglia.
Il 9 dicembre scorso Francesco ha stretto cinquecento mani, il 17 dicembre ha compiuto 88 anni.
In questi giorni, nei cinema, esce il film “Conclave”, avversatissimo da tradizionalisti e contrari all’attuale Pontefice. Cinematograficamente, scenograficamente, al di là di un rosso porpora inesistente per le vesti dei cardinali protagonisti – tutti parati in cremisi -, di un doppiaggio che vede “Summum PontEficem” al posto del corretto “Summum PontIficem”, con la I, al di là di stranezze, se non stramberie, liturgiche, è un fatto che negli eventi istituzionali il “grazie” sparisca, o a motivi di rigidità protocollari, cerimoniali, o per più meschine ragioni para-politiche. Un fatto su cui c’è poco da disquisire e dubitare.
Il nostro settimanale si avvia al suo numero 800, in uscita domenica 12 gennaio 2025. Abbiamo superato, ad aprile 2024, i 15 anni di vita come testata.
Su questo numero – il numero di Natale - compaiono gli scritti delle tre autrici amiche di Rodafà: Emanuela Buccioni, biblista, appartenente all’Ordo Virginum; Paola Franchina, teologa licenziata alla Gregoriana e Vicepresidente dell’Associazione Culturale “Casa Alta”; Martina Talon, avvocato ed esperta d’arte.
Il “grazie” espresso dal Papa vorremmo però si estendesse a configurare quell’ “en pantì eucharistèite” del capitolo 5 della Prima Lettera ai Tessalonicesi: quel “rendete grazie in ogni cosa”, cioè, che si potrebbe, un po’ audacemente, tradurre anche con un “celebrate un’eucarestia in ogni momento” e il passaggio alla “Messa universale” di Teilhard de Chardin si fa corto.
Bisogna essere sinceri: le festività natalizie rischiano di scatenare le banalità omiletiche più noiose e fruste di tutto l’anno. Una fede ridotta ad infantilismo pre-critico che svilisce l’adesione di fede. Un’incapacità di leggere il senso del simbolo, del mito, della figurazione paradossale, facendo diventare inoppugnabile narrazione storica ciò che era catechesi e annuncio di fede. L’articolo di Michela Murgia per “La Stampa”, meno di due anni fa, proprio sulla retorica del “Dio bambino” suscitò vivaci reazioni, pressoché tutte di condanna, ad eccezione del sapiente commento di Marinella Perroni (fra l’altro, Socia Onoraria di “Casa Alta”), rinvenibile qui.
Per il nostro numero 800 vorremmo riuscire a concretizzare un vero e proprio coupe de theatre (le parole non sono scelte a caso...) che dia il senso di tale “grazie”, non privo di un significato di riconciliazione, di riappacificazione profonda, di ristabilita armonia, nonostante fatiche e sofferenze. Vedremo se ce la faremo.
Oggi intanto, in questi giorni che iniziano, sia il silenzio dell’inaudito a caratterizzare il nostro esserci, le nostre idee, le nostre appartenenze, le nostre convinzioni, le nostre incertezze.
Buon Natale, davvero di cuore, e di mente, a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori!
Buon Natale!