Habemus Papam
di Dario Culot
Elaborazione fantastica IA per questo contributo di Dario Culot: nessuna persona è un soggetto reale
Leone XIV - disegno di Rodafà Sosteno
Anche se papa Francesco era perfettamente consapevole che la Chiesa doveva essere riformata,[1] essendosi da subito mostrato piuttosto allergico al potere del clero,[2] nonché ai riti e alle dottrine che non toccano il cuore degli uomini,[3] non è riuscito a realizzare grandi riforme; ha comunque avviato processi di novità,[4] e oggi non sappiamo ancora se i semi che ha sparso fioriranno come a primavera oppure resteranno in letargo negli scantinati della Curia in attesa di tempi migliori[5]. Comunque l’elezione del nuovo papa mostrerà presto quale Chiesa sarà presentata al mondo. Credo che la scelta peggiore sarebbe aver scelto un papa indeciso, che si limita a utilizzare i punti fermi indicati da papa Francesco[6] come meri slogan, senza però muovere alcun passo concreto per realizzare almeno qualcuno di quegli obiettivi. Ma è anche un dato di fatto che nessuno degli ultimi papi (conservatore o progressista che fosse) è riuscito a contrastare con efficacia la secolarizzazione, che anzi sembra aver subito via via un’accelerazione a prescindere dal papa in carica.
È un dato oggettivo che il compito per cui Bergoglio era stato eletto - dopo che papa Benedetto XVI aveva dato le dimissioni perché non ce la faceva più a gestire la Curia vaticana - riguardava la riforma della Curia,[7] il che implica i rapporti fra Vaticano e resto del mondo, fra clero e popolo, fra uomini e donne, e lo stabilire come i cristiani devono comportarsi rispetto all’attuale geopolitica e alla globalizzazione economica[8].
Ma questo compito non è stato realizzato che in minima parte[9]. Perciò ora resta sul groppone del nuovo papa appena eletto. Le prime domande, alle quali dovrà rispondere il nuovo papa, sono: dal momento che il processo di cambiamento è stato interrotto dalla morte di papa Francesco si va verso il completamente dell’aggiornamento,[10] ossia si intensificherà la linea del concilio Vaticano II, oppure si torna indietro, cioè si cederà alle pressioni di quei settori della Chiesa che vogliono tornare alla ‘normalità’ pre-Francesco? In termini più banalmente materiali, questo lo si capirà subito: ricordiamoci come la sobrietà di papa Francesco che viveva a Santa Marta, viaggiava in Ford Focus ed è stato sepolto con le sue consumate scarpe nere ha contrastato brutalmente con le carovane di auto-blindate dei potenti del mondo accorsi al suo funerale. Già su questo punto, il nuovo papa sarà immediatamente chiamato a una scelta, che dirà molto del suo progetto di Chiesa futura. E poi, quasi sovrumano appare il suo compito di riformare senza dividere: dovrà essere un vero pontefice, cioè costruttore di ponti.
Tengo a sottolineare che la maggior parte delle critiche a papa Francesco per i suoi comportamenti e le sue esternazioni provengono da coloro che sono convinti di possedere già per tradizione il monopolio della Verità intera, per cui erano convinti che questo papa stesse stravolgendo – da vero eretico - la fede cristiana[11]. Invece, a ben guardare, quello che papa Francesco diceva e faceva trovava supporto concreto e diretto nel Vangelo,[12] mentre coloro che sono convinti di avere già in tasca la Verità intera difficilmente si richiamano a passi precisi dei vangeli: preferiscono richiamarsi alla dottrina e alla tradizione, vedendo nell’opera di papa Francesco un indebolimento della dottrina, un annacquamento dell’identità cattolica tradizionale e una resa alla modernità laica. Mi permetto allora di osservare che dogmi, dottrine e liturgie sono di sicuro indispensabili per la religione, mentre la sequela di Gesù riguarda piuttosto la spiritualità privata e sfugge al diretto controllo del magistero. Ma solo la sequela porta a spogliarsi di tutto ciò che uno ha (come aveva fatto san Francesco) per servire gli altri, specialmente i più bisognosi (Mc 10, 43-45; Mt 19,21; Lc 18, 22), i deboli, gli ultimi, i micròi (cioè gl’insignificanti che non contano nulla). Questo richiede ovviamente una conversione a “U”, cioè un’inversione totale della propria vita, e non è normalmente una caratteristica che le eccellenze, eminenze e monsignori amano far vedere.
Concordo allora con quanto detto dal teologo gesuita Josè M. Castillo, morto qualche anno fa: la Chiesa che abbiamo, con tutte le sue osservanze, autorità, riti e giuramenti, non va da nessuna parte, posto l’andamento che hanno preso le nuove generazioni e la nuova cultura che già stiamo vivendo. Non ci resta altra soluzione, né altra speranza che il ritorno al Vangelo di Gesù. Per la strada vecchia, che molti vogliono recuperare a viva forza, sperando di tornare a trascinare la gente in chiesa, affinché assista ai riti religiosi, ascolti messe in latino, riceva sacramenti, veneri i santi, sia fedele alle consegne del clero che, con la sua gerarchia, è l’unica parola della Chiesa, eccetera, per questa strada che mira a restaurare il cattolicesimo che vigeva prima del concilio Vaticano II, sicuramente si riuscirà ad accontentare tanta gente di vecchio stampo e persone dalla mentalità conservatrice. Però per questa strada quello che faremo sarà allontanarci, più e più ogni volta, dalla nuova cultura nella quale ormai siamo immersi[13].
Papa Francesco sapeva bene che, vivendo un cambiamento d’epoca (e non solo in un’epoca di cambiamento), per far arrivare una nuova primavera in una istituzione così gerarchizzata e fossilizzata da secoli qual è la nostra Chiesa, per uscire dal freddo tradizionalismo e andare verso le genti, aveva bisogno di essere appoggiato da una forte maggioranza di vescovi e cardinali che la pensavano come lui. Questa schiacciante maggioranza non l’ha avuta e allora, per timore di spaccare ancor di più la Chiesa, ha fatto di necessità virtù: piccoli passi riformatori, spesso così piccoli da sembrare invisibili, ma che hanno comunque scontentato i progressisti e al tempo stesso irritato i conservatori[14].
Le difficoltà sono oggettivamente enormi e non so come il nuovo papa riuscirà non dico a superarle, ma almeno a gestirle: per chi non ha una visione ingenua della realtà, è evidente la complessità e la conflittualità che ormai da tempo vige all’interno della Chiesa. Papa Francesco ha cercato di restituire voce al Vangelo, perché giustamente lo vedeva incrostato di sovrastrutture superflue, ma non ha funzionato; ha cercato il dialogo con le altre religioni perché la diversità va amata, ma neanche questo ha portato a grandi risultati;[15] però neanche la lettura immutabilmente statica dei testi, caldeggiata dai conservatori, funziona più; la Chiesa, che si è assunta il compito di santificare l’uomo riportandolo in stato di grazia dopo il peccato originale, sembra andare lentamente verso il collasso perché – in una società sempre più secolarizzata,- c’è la crisi dei dogmi, dei sacramenti (cioè quei riti indispensabili per meritarsi la benevolenza divina) e del sacerdozio. Indubbio dunque che la Chiesa debba reinventarsi e non limitarsi a gestire il lento ma costante declino. In che direzione allora muoversi? Come intercettare le domande dirette, ma spesso anche mute, dei fedeli?
Se crediamo che la Chiesa siamo noi (visuale post-conciliare), dobbiamo chiederci non solo cosa può fare il nuovo papa, ma anche cosa possiamo dare noi[16]. Papa Francesco nella Evangelii Gaudium (ai numeri 102 – 105) ha ribadito la “capacità decisionale dei fedeli”, senza la quale la Chiesa si impoverisce. Del resto sono convinto che nella vita è più facile bloccarsi sul vecchio che cambiare per inserire il nuovo. Non so quale peso abbia il potere di veto dei vescovi, ma ogni riforma che indebolisce il loro potere difficilmente potrà trovarli favorevoli (salvo le dovute eccezioni). Dopo tutto già Gesù diceva che potere e denaro sono i grandi nemici di Dio. Perciò ogni grande riforma per cambiare la struttura preesistente parte più facilmente dal basso, e non dall’alto che fa resistenza ad ogni cambiamento[17]. Se il nuovo papa non sente dietro di sé la forza compatta dei fedeli, difficilmente riuscirà a cambiare in modo serio la Chiesa.
Se al contrario crediamo che la Chiesa s’identifichi col clero (visuale ante-concilio Vaticano II), che il magistero sia l’unico legittimato a insegnare la retta dottrina (l’ortodossia, indispensabile per aver un certo tipo di fede), possiamo attendere di vedere cosa otterremo col nuovo papa, perché tutto si reggerà sul principio di autorità, a cui corrisponde, da parte dei fedeli, ridotti a sudditi, il principio di obbedienza[18]. Ma se Dio è amore (1Gv 4, 7-12) sappiamo che l’amore, a differenza del diritto, non reclama mai obbedienza.
Fa sempre bene allora ricordare che, dopo il concilio, la Chiesa non è formata da una élite di sacerdoti, di consacrati, di vescovi, ma tutti formano il Santo Popolo fedele di Dio. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati[19]. Anzi, i sacerdoti, i consacrati e i vescovi dovrebbero poter dire al popolo: “Vivete come me, e tutti seguiremo Gesù”. Invece è molto più facile dire: " Se non credi alla dottrina insegnata dal vescovo, sei fuori! Se non obbedisci al tuo vescovo sei fuori!" come predica il cardinal Müller. Ma così c’è da chiedersi: i vescovi cattolici che insegnano la pura ortodossia e non le ‘eresie’ di papa Francesco (tipo la misericordia, il dialogo) saranno anche successori storici degli apostoli, ma sono successori nel messaggio apostolico? Non basta infatti la successione storica, perché – ben più arduo – è succedere nella vita apostolica, la quale è parte integrante della successione apostolica. In altre parole, una successione apostolica non accompagnata da una vita veramente apostolica (cioè da una sequela di Gesù) non può essere vera successione apostolica[20].
Vedremo allora se, col nuovo papa, la Chiesa cattolica s’incarnerà come figlia del concilio Vaticano II, o come figlia del concilio di Trento, depotenziando definitivamente la carica innovativa dell’ultimo concilio ancora non appieno esplosa. Avremo continuità (come sperano i progressisti e temono i conservatori), o ritorno al passato (come temono i progressisti e sperano i conservatori[21]) con i suoi “valori non negoziabili”, come se la storia della Chiesa dovesse fatalmente seguire – col cambio dei papi - l’oscillare di un pendolo, senza trovare un percorso lineare? C’è da sperare che il nuovo papa sia un abile ricucitore dei rapporti fra le due anime della Chiesa, avendo papa Francesco allargato il solco, da un certo punto di vista[22].
Certamente nel conclave non sono stati presenti i rappresentanti di diocesi importanti (ad es. Venezia, Milano – che in un secolo avevano dato alla Chiesa ben cinque pontefici - Parigi, Lisbona) che in passato portavano automaticamente alla porpora cardinalizia, ma che con papa Francesco sono state ridotte a normale rango vescovile. E non ci sono neanche rappresentanti delle ex cattolicissime Irlanda e Austria. Mai come questa volta è stato dato tanto spazio alle periferie, e questa è una novità assoluta.
Ma sappiamo anche che lo Spirito soffia dove vuole, non è neanche detto che un candidato, una volta eletto, non cambi opinione. È già successo proprio con papa Benedetto XVI:
- ad esempio, a proposito delle scarpettine rosse calzate da questo papa, considerato l’ultimo vero ortodosso dai conservatori, guardate cosa scriveva negli anni ’60 il giovane Ratzinger: “La nostra realizzazione cristiana effettiva non sembra essere la maggior parte delle volte assai più simile al culto delle alte cariche dei giudei stigmatizzato da Gesù che non all’immagine da lui disegnata della comunità cristiana fraterna?” Ma voi, ve lo immaginate Gesù Cristo vestito come un cardinale di oggi, o con le scarpette rosse di Papa Benedetto XVI? O forse pensate che san Pietro portava le scarpette rosse, vestiva la mitria, la mozzetta, la cotta, la stola e abitava in palazzi come i papi di questi ultimi secoli? Eppure palazzi e ricchezze esistevano anche allora. Certo, almeno nell’idea di chi esibisce quei ricchi paramenti, essi dovrebbe suscitare ammirazione, richiamando il senso del sacro e del potere; però dimenticano completamente che nel vangelo Gesù l’aveva espressamente proibita, perché nel messaggio di Gesù la gerarchia di onori andava sostituita con una gerarchia di servizio. Da ciò risulta evidente che l’attuale struttura di potere della Chiesa non è data da Dio e che l'istituzione gerarchica è un'invenzione umana. Ci sarà poi una ragione se, col buon senso della gente comune, nessuno pensa di criticare il rozzo saio di san Francesco, mentre molti non apprezzano la ‘gioiosa capacità comunicativa’ delle scarpette rosse firmate (che neanche Ratzinger apprezzava quand’era giovane). Benvenuto allora il nuovo indirizzo di papa Francesco che ha ridotto al minimo gli orpelli e i paramenti.
- E ancora, i canoni 751 e 1364 del codice di diritto canonico, a scanso di equivoci, puniscono con la scomunica il rifiuto alla sottomissione al Sommo Pontefice, considerando la disobbedienza come scisma. Ma è stato forse scomunicato Benedetto XVI quando, ancora giovane teologo progressista, aveva scritto: “Al di sopra del papa…sta ancora la coscienza individuale, alla quale prima di tutto bisogna obbedire, in caso di necessità anche contro l’ingiunzione dell’autorità ecclesiastica”?[23] O è stato forse scomunicato il cardinal Gerhard Müller, il quale minaccia uno scisma se il nuovo papa sarà un nuovo papa Francesco?
- Oppure, come dimenticare che sempre Ratzinger, nel 1968, aveva sottoscritto un documento (la cosiddetta “Dichiarazione di Nijmegen”) firmato da ben 1360 teologi cattolici di 53 Paesi diversi, ove si diceva: «Qualsiasi forma di inquisizione, per quanto sottile, non solo danneggia lo sviluppo di una teologia sana, ma provoca anche un danno irreparabile alla credibilità della Chiesa come comunità nel mondo moderno»; quello stesso documento chiariva che l’opera d’insegnamento del papa e dei vescovi «non può e non deve soppiantare, ostacolare e impedire il compito di insegnamento dei teologi in quanto studiosi»[24].
Inoltre quel papa aveva scritto che una fede senza ragione non è autentica fede cristiana[25]; e parlando a Lourdes il 14.9.2008, aveva detto che nessuno è di troppo nella Chiesa, e che ciascuno, senza eccezione, deve potersi sentire in essa a casa sua, e mai rifiutato. Poi, però, aveva cacciato varie decine di teologi sostenendo che “Occorre sempre obbedire all’insegnamento, anche se non infallibile, del magistero”[26]. Perciò, in punto ‘ragione’, è stato agevole ribattergli che pretendere[27] che si debba credere al magistero e obbedirgli perché è lui a dire che quello che sta insegnando lo riconosce la ragione, significa mortificare la stessa ragione, in quanto qualcun altro ordina ciò che la ragione deve fare; al contrario ciò a cui può arrivare la ragione deve essere lei sola a stabilirlo, non certo l’autorità della Chiesa. Dunque, contrariamente alle sue convinzioni giovanili e ai suoi proclami di principio quand’era papa, è chiaro che questo papa detestava e temeva la libertà di espressione. Forse sarebbe stato più coerente spiegare perché aveva cambiato così radicalmente le sue idee.
Ma a prescindere da chi lo ha votato in conclave,[28] a prescindere da come il nuovo papa si comporterà verso chi vuol ragionare con la sua testa, in ogni caso, il nuovo papa dovrà fare i conti innanzitutto col bilancio in rosso della Chiesa, cosa emersa pubblicamente e platealmente per la prima volta proprio con papa Francesco. Insomma, dense nubi temporalesche lo attendono: oltre al mostruoso buco nel bilancio dovuto a un’allegra gestione finanziaria durata troppo a lungo, continuano a emergere diffusi episodi di pedofilia che sembrano non finire mai,[29] senza che si siano ancora trovate misure risolutive; irrisolta è la questione del celibato dei preti e dell’ammissione delle donne quanto meno al diaconato[30] (e/o del riconoscimento dei viri probati dove non ci sono più sacerdoti); la sinodalità, poi, sarà veramente il cammino che ci aspetta in questo secolo[31] o la Chiesa tornerà indietro, preferendo che sia il singolo (cioè del papa, formalmente unico monarca assoluto) a decidere tutto solo[32] per non desacralizzare il papato? E alla luce dei conflitti in atto, la Chiesa si porrà in favore della teologia della guerra giusta per la difesa del proprio popolo, oppure nella posizione del più totale pacifismo, anche a costo di finire schiavizzati o uccisi? Insomma, che fare in situazioni in cui la violenza, che rimane ingiusta e contraria al Vangelo, è inevitabile e contraddice palesemente la non-violenza come sequela di Gesù? E rimanendo sempre nel campo più geopolitico che strettamente religioso, la Chiesa continuerà sulla linea rivoluzionaria di Francesco il quale riteneva che gli USA non fossero affatto quell’impero del bene contrapposto a Russia e Cina che – nella concezione laica di una parte dell’Occidente - rappresentavano l’impero ateo del male?[33]
Al momento tanti politici citano Francesco come fonte di ispirazione per la loro azione, e pensano di poter innalzare la bandiera di papa Bergoglio, utilizzando a proprio favore frasi dette da questo papa: la sinistra ha gioco facile quando si parla di immigrati,[34] disarmo, pace; la destra può alzare la stessa bandiera quando si parla di famiglia, maternità e aborto. Ma come papa Bergoglio ha parlato di una terza guerra mondiale a pezzi, qui le opposte parti politiche si fanno la guerra a pezzi, perché ciascuna cerca di arruolare sotto la sua bandiera questo papa estrapolando e utilizzando solo alcuni dei vari messaggi da lui trasmessi[35] e che le tornano comodo. Però stranamente nessuno – per quanto mi consti - ha richiamato quello che è stato il cavallo di battaglia di papa Francesco: i poveri, cioè coloro che più patiscono per la disuguaglianza e sono i più vulnerabili, e che nel sud del mondo[36] – a differenza che nel mondo occidentale - sono una categoria maggioritaria e tristemente ben presente nella realtà.
Forse proprio la complessità della situazione così difficile da capire, oltre al fatto che questa volta nel conclave c’è una platea globale di cardinali provenienti da tutte le parti del mondo (soprattutto da periferie geografiche minoritarie) che neanche spesso si conoscono, ha probabilmente escluso dall’inizio ogni tentativo di interferenza della politica nell’ambito del conclave perché - come è stato detto[37]- paradossalmente la debolezza della Chiesa le torna utile nel senso che la mette al riparo da possibili manovre esterne a essa. E visto che né la posizione dei conservatori (“ricucire lo strappo”), né quella dei progressisti (“non torniamo indietro”) sembrava aver i numeri per prevalere nettamente, non si è arrivati ad una resa dei conti radicale (“mors tua vita mea”), ma a una soluzione (per di più assai veloce) che sembra di compromesso.
Non solo la Chiesa ma tutto il mondo sta vivendo un momento particolare e imprevedibile, quando il piccolo catino della razionalità e del buon senso appare circondato da un oceano di feroce violenza e stupidità. Io mi posso solo augurare a questo nuovo papa sappia suscitare speranze e gioia di vivere, riesca a fare della Chiesa quello che frate Giovanni Vannucci aveva in mente ed è anche riuscito a fare della sua piccola chiesa (comunità), in quel piccolo buco (l’eremo di san Pietro alle Stinche) fra i monti, dove l’autorità l’aveva esiliato nel 1969: “In questo piccolo spazio vorrei che ogni uomo si sentisse a casa sua e, libero da costrizioni, potesse raggiungere la conoscenza di sé stesso e incamminarsi per la sua strada forte e fiducioso. Vorrei che questo luogo fosse una sosta di pace, di riflessione per ogni viandante che vi giunge, un posto dove l’ideale diventa realtà e dove la gioia è il frutto spontaneo”.
In effetti potremmo paragonare la fede a un albero ospitale dove i frutti (le opere) non vengono a maturazione se non c’è l’albero. Mi piacerebbe allora anche vedere, grazie a questo nuovo papa, che la nostra Chiesa è capace di liberarsi pian piano da verità dottrinarie spacciate per infallibili e immutabili che tutti devono accettare perché lei sola sa cosa vuole Dio e possiede la Verità; avere una Chiesa capace solo di proporre e non imporre, come nel sogno di don Angelo Casati,[38] il quale diceva: “vorrei che le chiese fossero come l’albero che non chiede agli uccelli da dove vengono e dove vanno… Dà ombra, cibo e poi lascia che volino via”. Insomma, una Chiesa per tutti, proprio per tutti come diceva papa Francesco.
Sull’albero dell’istituzione Chiesa, invece, c’è ancora più di qualcuno che ama la vecchia ‘Chiesa del no,’[39] che non lascia avvicinare chi, secondo lui, non lo merita; e poi c’è ancora troppo vischio su quello stesso albero, con cui qualcuno cerca di catturare gli uccellini senza più lasciarli liberi di volare via una volta che si sono posati fra i suoi rami. Eppure i magi e i pastori di lì a poco se ne sono andati, non si sa verso dove, senza mai venir sequestrati da Gesù.
Dunque, buon lavoro! Papa Leone XIV perché c’è tanto da fare per Lei (e per noi), per chiudere i capitoli che papa Francesco non è riuscito a chiudere e per riuscire a parlare a tutti.
NOTE
[1] Anche se, intervistato da Antonio Spadaro, alla precisa domanda se voleva riformare la Chiesa, aveva risposto: “No, voglio semplicemente mettere Cristo sempre di più al centro della Chiesa. Poi sarà lui a fare le riforme” (riportato in “Famiglia cristiana”, n.18/2025, 16).
[2] Ma anche al potere del capitalismo visto da lui come predatorio, al contrario di quanto hanno pensato per secoli i protestanti, che vedevano nella ricchezza un bene. Invece quel papa venuto dalla fine del mondo, e con altra cultura, giustamente vedeva un atto anti-evangelico nell’affannarsi ad accaparrarsi i beni, perché proprio dal Vangelo emerge che la ricchezza allontana dal Vangelo, il quale invece invita a lasciare tutto e seguire Gesù (Mc 10, 17-31; Mt 19, 16-29; Lc 18, 18-30), e Gesù non aveva nemmeno un cuscino dove poggiare il capo (Mt 8, 20).
[3] Diceva che Dio preferisce un ateo sensibile alla giustizia sociale a un credente che frequenta la chiesa ma non ha alcun riguardo per il prossimo che soffre, in https://leonardoboff.org/2025/04/21/o-papa-francisco-nao-e-um-nome-mas-um-projeto-de-igreja/
[4] Pensiamo solo al suo attivarsi verso i poveri (gli scarti come li chiamava), i migranti, l’ambiente, l’omosessualità, le donne, il proporre una visione positiva del sesso, gli abusi avvenuti nella Chiesa, la guerra e la pace, il dialogo con le altre religioni, l’importanza della misericordia e della speranza piuttosto che la dottrina e i dogmi. E allo stesso modo ha cercato di accantonare certi titoli onorifici e di ridurre il lusso di certi paramenti e delle auto di servizio. In effetti oggi è poco credibile un papa che per parlare di povertà arriva a bordo di una Mercedes. Pensiamo ai nuovi rapporti con la Cina, anche se, il cardinale cinese Zen ha contestato duramente questo accordo troppo sbilanciato a favore della Cina.
I detrattori di questo papa indicano proprio in questa sua carica innovativa uno dei suoi più grossi difetti: aprire tanti processi senza curarsi di chiuderli. E se questa critica fosse oggi condivisa, c’è il rischio evidente che l’eredità lasciataci da papa Francesco non sia contraddetta apertamente, ma archiviata implicitamente. Come la teologa Zarri aveva già ricordato del Concilio Vaticano II: «I funzionari della curia erano forti, con in mano tutte le leve del potere, sapevano muoversi e destreggiarsi meglio di chiunque altro e tuttavia – rispetto ai confratelli che venivano da ogni parte del mondo – erano meno numerosi e si trovarono presto in minoranza. Masticarono amaro ma non si persero d’animo. Anche nel passato Concilio era accaduto lo stesso, e alla fine loro si erano detti: “I padri conciliari ora tornano a casa e qui restiamo noi.” Così fu. I padri se ne andarono e i curiali restarono e cominciarono a seppellire il concilio adagio, con un po’ di sabbia per volta, che quasi non paresse; seguitando a citarlo e seguitando a insabbiarlo» (Zarri A., Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, ed. Diabasis, Reggio Emilia, 2008, 31).
[5] Non pensiamo che solo papa Francesco abbia pensato che la Chiesa deve essere riformata. Già Papa Benedetto XVI aveva sostenuto che una riforma è necessaria per il cammino della Chiesa (Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana in occasione del Natale, in www.vatican.va/ Sommi Pontefici/ Benedetto XVI/ Sito web/ Discorsi/ 2005/ dicembre), ma neanche lui era riuscito nell’intento.
[6] Ad es. sinodalità, misericordia, l’opposizione alla cultura dello scarto, i poveri, le periferie, un’economia alternativa rispetto a quella neoliberista e al capitalismo selvaggio oggi prevalenti, prendersi cura del creato perché il degrado ambientale e il degrado umano vanno di pari passo e siamo tutti sulla stessa barca, ecc.
[7] Ma la Costituzione Praedicate evangelium non sembra aver migliorato granché la situazione.
[8] Del resto neanche il papa ha la bacchetta magica: quando c’è stata l’invasione russa dell’Ucraina papa Francesco si è subito recato all’ambasciata russa presso la Santa Sede, ma ne è uscito con un pugno di mosche. Parlare di pace in astratto è facile, raggiungerla in concreto è difficile: che la guerra sia un male è pacifico, ma bene e male non si presentano mai come due principi astratti tra cui fare la scelta, che invece sta sempre nella concretezza di una situazione tragica perché bene e male si mescolano e la scelta da che parte mettersi non è mai “pura” e non è ricavabile da principi astratti o da norme elaborate in dottrine astratte dalla vita reale.
[9] Mentre - a mio avviso - mettendo il Vangelo davanti alla Religione, ha brillantemente svolto il compito di chiarire qual è il messaggio attuale del Vangelo, e quindi ha dato precise indicazioni sulla via da seguire per il prosieguo del cammino (misericordia, speranza, maggior importanza della pastorale rispetto alla fredda teologia, particolare attenzione alle sane relazioni e agli ultimi, e quindi una Chiesa in uscita, ecc.), sul come essere cristiani oggi. Anche qui, però, ha necessariamente fatto vedere che era stato educato in Argentina, dove il peronismo era strettamente legato al servizio sociale. La cosa forse era accettabile in Italia, ma in molti Paesi (pensiamo in primis agli Stati Uniti dove il welfare europeo è visto come comunismo) si rimproverava al papa di presentare la Chiesa come fosse una Ong. Si rimproverava a questo papa anche di essere stato populista, rispetto all’elitario Benedetto XVI (ovviamente, all’opposto, c’è chi contesta a papa Benedetto di essersi rinchiuso in biblioteca a studiare teologia, completamente avulso dalla realtà, e di non aver governato la Chiesa), per cui non esiste mai un papa che riesca ad accontentare tutti.
[10] La formula sul modo di essere Chiesa era stata usata da papa Giovanni XXIII.
[11] Ad es., l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, il cardinale tedesco Gerhard Müller, in un intervista data al “The Times” (riportata parzialmente in Religión digital del 25.4.2025) ha detto che la Chiesa corre il rischio di dividersi in due se non verrà eletto un papa ortodosso: cioè dopo aver dato dell’eretico a papa Francesco, ha affermato che il cattolicesimo non consiste nell’obbedire ciecamente al Papa, ma nel rispettare le Sacre Scritture, la tradizione e la dottrina della Chiesa, e non si tratta di progressisti o conservatori, ma di eresia od ortodossia. Ecco quindi che questo cardinale ha dimostrato il suo più profondo disaccordo sulla benedizione alle coppie omosessuali (cosa contraria alla dottrina della Chiesa), sull’accordo del Vaticano con la Cina (“Non si può fare un patto col diavolo”), e sulla fratellanza fra cattolici e musulmani (“siamo fratelli e sorelle, ma solo in Cristo”). Comodo dire che non è scismatico contestare un papa che non segue le idee tradizionali, per cui non Müller è scismatico ma papa Francesco è eretico.
[12] L’ultimo Concilio ecumenico (Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione del 18.11.1965 - Dei Verbum 11 e 24 - e artt. 136 e 137 del Catechismo della Chiesa cattolica) ha solennemente proposto la centralità delle Sacre Scritture nella vita della Chiesa. Quindi ogni insegnamento e predicazione non possono che partire dai vangeli. E Papa Francesco ha fatto sempre così.
[13] Castillo J.M., Teología popular (III), Desclée De Brouwer, Bilbao, 2013, 112.
[14] Si pensi solo alla comunione ai divorziati. Nell’Enciclica Amoris laetitia del 2016 (alla nota 351 del §305) sembrava che la comunione ai divorziati fosse ammessa, tanto più che veniva sottolineata che essa è un alimento per i deboli, e non un premio per i perfetti. Ma il can. 915 del codice di Diritto Canonico non è stato revocato o modificato. E allora, nell’ambiguità, ognuno decide da sé. Oppure si pensi alla definizione di “sicari” data a medici abortisti, ma questo si contraddice con la visita a Emma Bonino che era stata una delle principali sostenitrici della legge sull’aborto. Oppure si pensi al famoso “chi sono io per giudicare” riferito all’omosessualità, cui seguì in seguito il grezzo termine di frociaggine. Si pensi anche alla situazione pre-scismatica fra Germania progressista e Africa tradizionalista (ad es. in punto Lgbt). Ovviamente l’Africa dice che accettando queste nuove aperture si va verso un laicismo nichilista.
[15] Papa Francesco ha ben capito che, con la globalizzazione, i popoli hanno sentito minacciate le loro culture e sono divenuti consapevoli di una diversità di tradizioni che li distingueva da ogni altro popolo. Di queste culture, di queste tradizioni la religione autoctona è un cardine essenziale. Dunque, i nazionalismi che, paradossalmente, l'utopia della mondialità ha risvegliato si sono fatti difensori, anche con le armi, della fede dei loro antenati, intesa come elemento di coesione politica per la salvaguardia della diversità. E il cristianesimo è stato ed è avvertito come un corpo estraneo, sì che non è più pensabile esportarlo nel resto del mondo com’è avvenuto nel passato quando s’imponeva con la forza del colonialismo europeo e si era convinti che solo la Chiesa cattolica possedesse la Verità assoluta.
Papa Francesco ha anche capito che chi pensa di essere in possesso di verità intoccabili, pensa che gli altri che non vedono le cose in maniera differente siano nell’errore; ma inevitabilmente, senza rendersene conto, chi pensa così disprezza gli altri; gli altri, che si sentono disprezzati, sono quanto meno irritati. A quel punto, amarsi con l’amore che chiede il vangelo diventa praticamente impossibile (Castillo J.M., I poveri e la teologia, ed. Cittadella, Assisi, 2002, 238).
[16] Gli interventi di Dio nella storia sono sempre attraverso la fatica e l’impegno di uomini e donne che sentono di avere da Lui questo compito. Non devono dimostrare niente, ma vogliono essere lievito dentro la storia perché il pane sia alla fine buono. Dio ci chiede di rendere migliore questo mondo (don Gianni Marmorini, omelia in Papiano del 12.1.2025, in https://www.youtube.com/watch?v=f1xT8uIWuR0).
[17] Non a caso Gesù si è sempre scontrato con la religione di allora, i cui sacerdoti e capi non volevano cambiare.
[18] Castillo J.M., I poveri e la teologia, ed. Cittadella, Assisi, 2002, 344.
[19] In www.vatican.va/ Papa Francesco/ Lettere/ 2016/ Lettera del santo padre Francesco al cardinale Marc Ouellet, presidente della pontificia commissione per l'America latina del 19 marzo 2016.
[20] Che nella successione apostolica non basti l’apostolicità del ministero, ma occorra anche quello della vita lo sosteneva da tempo anche Castillo J.M., I poveri e la teologia, ed. Cittadella, Assisi, 2002, 340. “La Chiesa ha sempre vigilato sull’ortodossia, cioè sulla retta dottrina; ma ha mai vigilato con la stessa intensità sulla sequela di Gesù?” (Castillo J.M., Declive de la religión y futuro del Evangelio, Desclée de Brouwer, Bilbao, 2023, 65).
E lo stesso papa Benedetto ha riconosciuto fondata questa idea, evidenziando come l'apostolicità significa che la Chiesa confessa la fede degli apostoli e cerca di viverla (Benedetto XVI, La gioia della fede, ed. San Paolo Cinisello Balsamo (MI), 2012, 98). Logica conseguenza allora vorrebbe che la vera chiesa di Cristo funzioni in modo tale che le persone, vedendo la Chiesa, vedano Gesù. Invece va notato che per secoli si è insistito sull’apostolicità del magistero, poco sull’apostolicità della vita; ma siccome il Vangelo non è semplice teoria dottrinale, è essenziale che la vita della Chiesa rispecchi ciò che vuol insegnare, cioè la fedeltà alla vita vissuta di Gesù (Castillo J.M., I poveri e la teologia, ed. Cittadella, Assisi, 2002, 70s.).
[21] Credo però di poter dire che, quand’anche il nuovo papa prendesse una strada pienamente conservatrice, l’eredità lasciataci da papa Francesco potrà essere messa temporaneamente da parte, ma continuerà a farsi sentire in una parte della Chiesa che continuerà a vivere inquieta e con spinte separatiste. Del resto, dopo che papa Francesco aveva affermato che “Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza” (Esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 24.11.2013, §119), sarà quasi impossibile far ritornare il popolo ai tempi di Pio IX quando il suo unico diritto e il suo unico obbligo era quello di obbedire al magistero.
[22] Ma si può parlare forse di solco in punto ortodossia, perché fin da quel “Buonasera” pronunciato il 13.4.2013 quando si è affacciato sulla piazza, questo papa ha definitivamente abbattuto il solco, il muro di separazione che esisteva fra pontefice e popolo.
[23] Scritto di Ratzinger J., in raccolta solo tedesca degli anni 1962-65, citato da Küng H., La mia battaglia per la libertà, ed. Diabasis, Reggio Emilia, 2008, 511 s.
[24] Citato in Allen J., Pope Benedict XVI: A Biography of Joseph Ratzinger, Continuum, New York 2005, 67.
[25] Ratzinger J, Dio e il mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 40.
[26] Come papa ha silenziato decine di teologi che uscivano dallo stretto binario imposto dalla dottrina ufficiale, anche se usavano il ragionamento. Un elenco incompleto dei tanti teologi colpiti da censura si trova in Gumersindo Salas L., Una fede incredibile nel secolo XXI, Massari, Bolsena 2008, 196. Insomma, quest’ultimo papa che molti oggi ricordano per la sua sorridente mitezza fu in realtà un teologo portatore di un pensiero rigido e inflessibile.
[27] Mancuso V., Io e Dio, Garzanti, Milano, 2011, 107
[28] Il conclave di quest’anno è stato il più internazionale di sempre, ma va tenuta presente nell’elezione anche il pre-concilio, quando anche i cardinali ultraottantenni e quindi esclusi dal voto vero e proprio, col peso della loro personalità e autorità, partecipano alle riunioni generali (cd. congregazioni generali) che terminano con l’extra omnes dalla Cappella sistina. Essi sono in grado di costruire cordate, saldare legami fra cardinali che non si conoscono, e influire così su un’esclusione o su uno spostamento di consensi, fungendo da veri e propri grandi elettori.
[29] E, in cambio, le casse di tante diocesi si vuotano dovendo pagare risarcimenti miliardari alle vittime degli abusi, il che riduce anche di molto gli invii di denaro a Roma, dove il bilancio presenta un buco di ben 83 milioni di euro. Tanto denaro in meno costringerà la Chiesa, volente o nolente, a una maggior sobrietà e a un maggior ridimensionamento.
[30] Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (n.103), papa Francesco aveva affermato con decisione che c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Poi, però, ha bloccato i lavori della commissione che studiava il problema del diaconato delle donne, ritenendo non ancora maturo il momento.
[31] Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Discorso di papa Francesco del 17.10.2015 nella commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi da parte di papa Paolo VI). In altre parole, papa Francesco ha riconosciuto la necessità di una “riforma del Papato”, anche se non l’ha realizzata.
Già poco dopo il concilio Vaticano II Yves Congar escludeva la giurisdizione universale del papa nella Chiesa e si esprimeva per la collegialità (Jean Puyo interroge le Pere Congar, ed. Centurion, Parigi, 1975, 209s.).
La tesi era stata riproposta con forza, sul piano teologico, prima della nomina di papa Francesco, dal decano degli ecclesiologi italiani Severino Dianich (Per una teologia del papato, Cinisello Balsamo, San Paolo 2010). Il centro del discorso è il passaggio da una visione giuridica della Chiesa, basata sul criterio di giurisdizione, a una concezione sacramentale, basata sull'idea di comunione. Il nodo del problema risale alla discussione che c’è stata nel concilio sulla interpretazione del n. 22 della Lumen Gentium e sulla Nota praevia che è seguita a quel documento, in quella che i progressisti hanno definito la “settimana nera” del Vaticano II. I rapporti tra il papa e i vescovi, dopo il Vaticano II, secondo Dianich, non possono più essere improntati alla delega e alla subordinazione. Il papa non governa “dall’alto” in quanto il suo potere di giurisdizione verrebbe infatti dal sacramento e, sotto l’aspetto sacramentale, il papa non è superiore ai vescovi. Egli, prima di essere pastore della Chiesa universale, è vescovo di Roma, e il primato che esercita sulla Chiesa universale non è di governo ma di amore, proprio perché, ontologicamente, come vescovo, il papa è sullo stesso piano degli altri vescovi. Per questo Dianich chiedeva di attribuire maggior potere al collegio episcopale attribuendo a esso la possibilità di legiferare autorevolmente. Il papa dovrebbe esercitare il suo primato in maniera nuova, associando al suo potere organi deliberativi o consultivi, quali possono essere conferenze episcopali, sinodi, o comunque organismi permanenti, che lo coadiuvano nel governo della Chiesa. Il suo sarebbe un primato di “onore” o di “amore”, ma non di governo e di giurisdizione della Chiesa. Ovviamente non tutti sono d’accordo sulla sinodalità: ad es., il cardinale cinese Zen ha parlato duramente contro di essa nel pre-conclave.
[32] Anche vivendo a Santa Marta e facendosi tumulare in Santa Maria Maggiore, papa Francesco ha dimostrato di non aver un buon feeling col Vaticano e con la curia.
[33] Basta pensare a come, in precedenza, il papa polacco Wojtyla aveva combattuto l’URSS, appoggiandosi agli USA che – fra l’altro, hanno contribuito fino a poco tempo fa con circa il 40% alle entrate della Chiesa.
«Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo» ha detto papa Francesco, facendo tornare di attualità l’opzione per i poveri, propria della Teologia della liberazione (“Famiglia Cristiana”, n. 45/2014, 5). Avendo visto sostanzialmente “annullata” da Roma la Teologia sudamericana della Liberazione, papa Francesco non ha mai apprezzato questo appiattimento dell’Europa e della Chiesa romana sugli USA, non ha mai visto negli imperi una differenza fra buoni e cattivi. Anche da qui i suoi non buoni rapporti con gli USA, invisi anche perché le loro chiese cristiane evangeliche prendevano sempre più piede in Sud America con la loro dottrina della prosperità, la quale sostiene che la fede, le preghiere e le pratiche spirituali portano a benessere materiale e successo finanziario. Lì il denaro non è mammona, ma un ben di Dio.
E alla fine, durante il funerale del 26.4.25, il trattamento dei migranti da parte di Trump criticato aspramente da Bergoglio in vita, è stato ricordato dal celebrante Re, col presidente americano presente in prima fila, a dimostrazione che non c’è solo Bergoglio a pensare che gli USA non siano proprio l’impero del bene. Un modo per far intendere che il pontificato di Bergoglio non si potrà cancellare e che chi gli succederà dovrà raccogliere il suo testimone?
[34] Il tema dell’accoglienza dei migranti è cavalcato dalla destra per raccogliere voti, ed è sempre la stessa destra che curiosamente utilizza la persecuzione dei cristiani in altre latitudini per giustificare la sua xenofobia a questa latitudine.
[35] È sempre stato così fin dai tempi di Costantino. Nella stretta simbiosi fra Impero romano e Chiesa, l’Impero utilizzava i valori religiosi per i propri fini politici e la Chiesa utilizzava i mezzi politici per espandere il Vangelo (Molari C., Gesù è Dio? La Cristologia nella riflessione del teologo Carlo Molari, Ravenna, Quaderno n.10 del 24.4.2023, 22).
Col crollo dell’Impero, la Chiesa in occidente si è vista costretta a surrogare molte delle funzioni che il potere politico laico non era più in grado di assicurare, sì che il papato è diventato il fantasma del defunto Impero romano deceduto, che siede incoronato sopra la sua tomba (Hobbes T., Leviathan, Clarendon Press, 1965, 544). Questo stretto legame Chiesa-Politica è durato a lungo.
Teniamo ancora presente che fino al 1904 i grandi sovrani avevano un potere di veto sulla nomina del papa, come ad esempio lo usò l’imperatore Francesco Giuseppe per impedire la nomina dell’allora segretario di Stato vaticano Rampolla (troppo amico della Francia); alla fine uscì il nome di Giuseppe Sarto che assunse il nome di Pio X.
[36] Interessante sapere che nel mondo i cattolici sono circa 1,4 miliardi: in Africa c’è il 20% di cattolici, più o meno come in Europa, anche se in Europa i cattolici sono più che altro di nome, ma non di fatto, mentre all’inizio del XX secolo erano i 2/3 del totale cattolico nel mondo. Il Sud America ha oltre il 27% di cattolici. Negli USA c’è poco più del 6% dei cattolici, ma come peso economico finanziario essi contribuiscono col 40%. L’Asia ha solo poco più del 10% di cattolici.
[37] Lavia M., A Dio piacendo, in https://www.linkiesta.it/2025/04/elezione-papa-conclave-politica-compromesso-roma/.
[38] Interventi di Casati A., Gratuità e gratitudine, 2009, in www.sullasoglia.it.
[39] Giustificabile in base alla dottrina, ma non mi sembra in base al Vangelo.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/