Il Salento di Tonino Bello e il Perù di Leone XIV
di Stefano Sodaro
Elaborazione fantastica IA per questo contributo di Dario Culot: nessun dettaglio è reale
Il prof. Duilio Albarello, con un commento questo pomeriggio su Facebook, centra alla perfezione l’ermeneutica dell’omelia odierna di papa Leone XIV in Piazza San Pietro: «Di certo non è stata una omelia programmatica. O forse il programma è proprio non avere un programma. Il che sarebbe probabilmente l’opzione più evangelica.».
Compare, dallo scorso 8 maggio, sulla scena del mondo una figura mitissima e trasparente del nuovo Vescovo di Roma, che, stando alle sue parole odierne, rilancia la profezia del Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, mons. Antonio Bello, “don Tonino”, capace, dal 1982 al 1993 (quando morì, il 20 aprile, a 58 anni) di scuotere dal torpore la Chiesa dell’Italia-da-bere, con uno stile episcopale radicalmente innovativo. A quarant’anni da allora quella profezia, da un lato, si è inverata, con il pontificato di Papa Francesco, ma, dall’altro, si è come illanguidita in una giaculatoria di frasi fatte adottate da qualsiasi curia diocesana, come se mons. Bello fosse divenuto una sorta di assurdo narcotico pastorale. Tutti, ad esempio, a ripetere “la Chiesa del grembiule”, senza capire bene però cosa intendesse chi quell’espressione inventò, don Tonino appunto. Una specie di torsione estetica della profezia, abbastanza tipica nelle ordinarie gestioni chiesastiche delle megalopoli, molto distante – invece – da villaggi e piccole città, borghi e paesi.
Tonino Bello era nato ad Alessano, nel Salento, diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca. Da lì proveniva. E fu parroco a Tricase, sempre nella medesima Chiesa locale.
E quando divenne vescovo accadde come se il suo Salento continuasse ad ispirarlo, ad insufflare sulle sue mani benedicenti profumi, emozioni, colori, di quella terra. Con una certa diffidenza, invece, nei confronti delle grandi città, di cui posso dare personale testimonianza, allorché mi accompagnò lui – “di persona personalmente” – a prendere il treno notturno Bari-Trieste, addì il martedì di Pasqua dell’anno 1991: “Stai attento, Stefano, non siamo a Molfetta”. (E io, ovviamente, stetti attento).
Anche Robert Francis Prevost non viene da una metropoli. Né da Lima, né – come fu nel caso di Bergoglio – da Buenos Aires. Viene, episcopalmente, da Chiclayo, di cui – diciamo la verità – nessuno conosceva sino a ieri l’esistenza.
Con ogni probabilità è Chiclayo a fargli dire, stamattina: «In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace.
Questo è lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo.
Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore! La carità di Dio che ci rende fratelli tra di noi è il cuore del Vangelo e, con il mio predecessore Leone XIII, oggi possiamo chiederci: se questo criterio «prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?» (Lett. enc. Rerum novarum, 21).
Con la luce e la forza dello Spirito Santo, costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio e segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità.»
Ma forse è proprio don Tonino ad ispirargli l’espressione convivenza delle diversità, da lui adoprata poco prima.
Non basta. È nota, forse anzi notissima, la devozione mariana di don Tonino, venata di tenerezza, poesia, struggimento, ma che oggi potrebbe non essere esente da critiche teologiche in nome di un rinnovato – e ben legittimo, sia chiaro – cristocentrismo. Nel post-Concilio si è provvidenzialmente passati dal Maria numquam satis al Maria nunc satis. Però così non è stato per mons. Bello e, da quanto si può intuire in questi primi giorni di pontificato, così non è per papa Prevost (Wojtyla, al riguardo, lasciamolo un attimo sullo sfondo…).
C’è la forza impetuosa della devozione popolare nel nostro Sud come a Chiclayo.
Insomma, il programma di pontificato – lo ha detto chiaramente oggi Leone – lo detterà l’amore. Punto.
Questione spinosa per vaticanisti/e d’ogni dove. Motivo di enorme consolazione, meglio: di entusiasmo, per l’intero Popolo di Dio.
È la sparizione davanti a Cristo di cui ha parlato sempre il Papa nella sua prima omelia ai Cardinali nella Sistina.
Montano persino imbarazzi trattenuti a forza: un papa che fa un passo indietro quanto a protagonismo ecclesiale per lasciare che parli l’Altro, l’Altra.
Come nel Salento, come a Chiclayo.