La tesi 9 del vescovo Spong
di Dario Culot
Il Vescovo John Shelby Spong - foto di Scott Griessel, tratta da commons.wikimedia.org
Con la nona tesi, il vescovo Spong sostiene che non si può definire e separare il male in base ai dieci comandamenti e, volenti o nolenti, si deve accettare la relatività etica. Per avvalorare questa tesi fa subito un esempio: di domenica, in un enorme stadio riempito e davanti ad altri milioni di telespettatori si gioca un’importante partita di football americano. La linea dei difensori di una squadra è piegata in avanti e i giocatori pronti allo scatto. Dietro di loro passa un difensore di linea che li incoraggia verbalmente ma spesso colpisce anche il loro fondoschiena per spronarli. Nessuno neanche nota la scena. Ma immaginate cosa accadrebbe in una chiesa, dove una fila di fedeli sta inginocchiata davanti alla balaustra per ricevere la comunione e un inserviente, seguendo l’esempio del difensore di linea, li colpisse nel sedere.
Oppure, una volta il nero si chiamava negro. Nessun bianco si sentiva in colpa se usava quel termine. Oggi sappiamo che usare il termine “negro” è considerato poco rispettoso. Allora ciò che era etico una volta, oggi non lo è più?
Oppure pensiamo a come abbiamo noi cristiani abbiamo smesso di osservare il sabato come giorno di riposo, pur essendo questo previsto nella Bibbia, sostituendolo con la domenica senza sentirci per questo in colpa; e i musulmani hanno sostituito il sabato col venerdì. Evidentemente non c’era alcun ordine divino che proibiva questi cambiamenti, dovuti semplicemente a un cambio culturale.
Altra domanda: è ancora un obbligo divino onorare i propri genitori anche quando essi sono stati abusanti?
E davanti alla sacralità della vita, davanti all’affermazione che era stato Dio a vietare di uccidere, come si spiegano le guerre nel mondo cristiano, com’è che i cristiani hanno giustificato l’uccisione di ebrei e musulmani, hanno giustificato moralmente anche le crociate perché si considerava l’uccisione degli infedeli un malicidio e non un omicidio? Com’è che i cristiani hanno potuto bruciare sul rogo tanti eretici? E oggi, che la medicina ha allungato la quantità della vita, ma spesso non la qualità, quando la qualità della vita è persa e tutto ciò che rimane è un cadavere che respira, la scelta di morire non può essere liberante essendo difficile distinguere fra accanimento per rinviare la morte e lasciar andare dignitosamente quella vita?
Quando Sarah Aaronsohn, che attraverso l’apertura e la chiusura delle persiane comunicava dalla sua casa in riva al mare alle navi inglesi informazioni sul posizionamento delle truppe turche a Gaza (siamo nella prima guerra mondiale), si suicidò il 9 ottobre 1917 sapendo di essere stata scoperta per non rivelare sotto tortura i nomi dei compagni,[1] ha offeso Dio rifiutando il dono della vita? Per gli ebrei ortodossi sì, tanto da negarle la sepoltura in terra consacrata; ma per altri ebrei è stata un’eroina.
Quando una donna va in depressione perché il suo marito non la degna di uno sguardo, magari la maltratta e la fa sentire poco intelligente e poco attraente, commette forse peccato di adulterio se un altro uomo ripristina la sua autostima e la fa rivivere? L’espansione della vita non è di per sé un bene? E che dire degli omosessuali che si vogliono condannare alla castità? Bisogna guardare alle situazioni con occhi moralistici o con occhi che apprezzano ogni accrescimento della vita?
Può ancora valere la regola che il matrimonio è una precondizione per il sesso, o questa regola è svanita nella cultura occidentale attuale? Se una pratica sessuale diventa quasi universale, il fatto di continuare a condannarla per principio non relega questa voce ai margini della società? Soprattutto quando questa voce trova il suo fondamento in criteri medioevali, quando non esisteva alcun sistema efficace di controllo delle nascite, quando l’aspettativa di vita era molto più breve, quando però si sorvegliava la popolazione femminile di alta classe, mentre non interessava custodire la verginità delle popolane. Insomma, non si usavano già in allora due pesi e due misure? E i maschi non venivano quasi incoraggiati a praticare il sesso purché non compromettessero la purezza delle ragazze delle classi elevate?
Il comandamento contro il furto sembra costruttivo, ma se uno lo compie per sopravvivere o far sopravvivere la sua famiglia? Il furto in questo caso resta un peccato che offende Dio o il peccato si trova nel sistema sociale che lascia certe persone nella povertà più assoluta?
Dobbiamo dire sempre la verità, anche se questo metta a rischio la vita di qualcuno, oppure anche se è talmente rozza e crudele da violare altri valori e altre verità?
E il desiderio è sempre cattivo? Dove finisce la giusta aspirazione a migliorare e dove inizia l’invidia?
Se anche una sola di queste domande ha sollevato almeno un piccolo dubbio, allora si può dire che il giudizio dipende non solo dall’azione o dal pensiero, bensì anche dal contesto nel quale l’azione è eseguita[2]. In altre parole, il bene e il male non sono affatto categorie fisse, immutabili ed eterne.
Negli ambienti conservatori religiosi usare il termine “relatività” è già blasfemo, e non si vuole che le persone prendano decisioni che le riguardano in base alla loro coscienza: Dio ha già stabilito tutto, per cui basta seguire le leggi divine immutabili. È consequenziale dire che le regole eterne devono essere solo applicate.
E nel mondo giudeo-cristiano i dieci comandamenti hanno fatto parte di queste regole eterne e immutabili. Ancora quand’ero piccolo venivano studiate a memoria le due tavole della legge: i primi tre comandamenti indicavano i doveri verso Dio; gli altri della seconda tavola i doveri verso gli uomini. Oggi ricordo il caso di un bambino delle elementari che, per far dispetto al prete che, a parer suo, era stato ingiusto con lui, aveva fatto pipì sul muro della chiesa. Poi, pentito, era andato a confessarsi, ma non trovando in nessuno dei comandamenti la violazione che aveva commesso e di cui si era pentito, aveva utilizzato l’unico comandamento che non capiva e che immaginava potesse andar bene: perciò si era confessato per aver commesso “adulterio”.
Oggi i nostri ragazzi nemmeno conoscono più i dieci comandamenti, come del resto non conoscono le tabelline aritmetiche e non sanno scrivere in corsivo, perché a scuola tutto questo non si studia più. Sembra che i comandamenti siano caduti in disuso, e molti conservatori pensano che il peggioramento della società sia dovuto proprio al fatto che ci si è allontanati da questo codice antichissimo. Come potrebbe un ragazzo considerare importanti regole che non conosce?
Nell’Antico testamento la vecchia alleanza con Dio era basata per l’appunto sulla legge voluta da Dio stesso. Sotto l’influenza farisaica era diffusa la convinzione che la cieca sottomissione ai comandamenti di Dio fosse l’essenza stessa della religione. E questa convinzione permane ancora in molti cristiani conservatori.
Ma proprio qui la cosa si fa interessante, perché non molti sanno che nella Bibbia non abbiamo una sola versione dei dieci comandamenti, bensì tre (Es 20, 2-17; Dt 5, 6-21; Es 34, 17-26): c’è cioè una certa confusione, il che fa pensare che queste leggi sono emerse nella vita comune della gente in un lungo periodo di tempo, e non sono mai calate dall’alto dei cieli sotto dettatura di Dio:[3] infatti, se Dio in persona avesse effettuato la dettatura ci sarebbe una unica versione. Non solo: le due liste nell’Esodo (cioè nello stesso libro) sono già assai diverse fra di loro, e quella di Es 34 – Dio ha dovuto riscrivere i comandamenti perché Mosè aveva rotto le prime due tavole della legge scagliandole a terra quando, rientrato nel campo, aveva visto che i suoi aveva costruito il vitello d’oro (Es 32, 4)[4]- sembra molto più legata al culto che all’etica[5]. Dunque, se Dio stesso ha cambiato i suoi comandamenti, come si fa a dire che sono eterni?
Ma vediamo qualche particolare: se la Bibbia comandava di rispettare il riposo del sabato (Es 20, 8) sotto minaccia di condanna a morte (Es 31, 14), in quanto anche Dio rispettava il giorno di riposo (Gn 2, 3), sì che la disobbedienza a questo comandamento significava disobbedienza a tutti i comandamenti (Trattato Berakot, Talmud Palestinese, 1),[6] come non rendersi conto che il riposo del sabato viene previsto per la prima volta appena nella Genesi (uno degli ultimi libri scritti)? Essendo la Genesi stata scritta dopo l’Esodo, emerge piuttosto evidente che l’osservanza dello Shabbat (sabato) è stata imposta ben dopo Mosè per rendere l’obbligo conforme al racconto della creazione in sette giorni.
E comunque i 10 comandamenti imparati al nostro Catechismo sono ancora diversi da quelli dell’Esodo:
La prima cosa che dovrebbe colpirci è che Dio, nella tavola dell’Esodo (Es 20,17), non ha nulla da ridire se si hanno schiavi e si oppone solo al desiderio di schiavi che appartengono a qualcun altro[7].
È curioso poi notare come la Chiesa cattolica si dichiari fedele alle Sacre Scritture, dichiari che i cristiani sono obbligati a osservare tutto il decalogo che costituisce un’unità organica,[8] senza poi spiegarci come mai il comandamento che nella Bibbia vieta di fare immagini non è in realtà minimamente vincolante per noi tanto da essere stato tranquillamente abbandonato (a differenza dei musulmani). Soprattutto non ci spiega come mai ha modificato il testo dei 10 comandamenti, che sicuramente non corrispondono con precisione a quelli dell’Esodo.
Ma c’è di più: già duemila anni fa era saltato fuori un certo Gesù il quale, a muso duro, aveva detto in faccia alla classe che costituiva il magistero infallibile della Chiesa di allora, che non tutta la Bibbia esprimeva la volontà di Dio, il che sottintendeva che Dio non poteva essere l’autore della Bibbia e che la Bibbia era stata scritta dagli uomini. Va infatti ribadito che, elencando i comandamenti, Gesù salta completamente la prima delle due tavole, quella che riguarda i rapporti degli uomini con Dio. Anche Gesù ha fatto una lista di quelli che considera peccati, che però non ci è stata insegnata al catechismo. Ecco l’elenco di quello che esce dal cuore dell’uomo rendendolo impuro (Mc 7, 21-22): prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigia, malvagità, frode, lascivia, invidia, calunnia, superbia e stoltezza. Tutti comportamenti scorretti nei confronti di altri uomini.
A questo punto c’è da chiedersi: come mai oggi ci si confessa ancora in base ai 10 comandamenti, e non in base all’elenco stilato da Gesù, che corrisponde solo in parte ai 10 comandamenti? Non lo so[9]. Chiedetelo all’autorità ecclesiastica[10].
Si può anche osservare che una delle pochissime volte in cui appare la parola comandamento negli insegnamenti di Gesù è in Mt 5, 19, dove si parla delle Beatitudini che prendono posto dei comandamenti di Mosè[11]. I due passi sono dunque da mettere in parallelo: Gesù incarica di insegnare a vivere secondo il codice della nuova alleanza che si compendia nelle Beatitudini sia in Mt 5, 19, sia in Mt 28, 20. Quindi non è un’osservanza astratta, ma un agire concreto. Chi insegna deve trasmettere la vitalità della Parola. Chi invece conosce a menadito tutte le risposte astratte e teoriche della teologia, crede alle verità e alle dottrine che gli sono state insegnate dall’infallibile magistero, ma poi nella vita concreta non dimostra di aver assimilato il messaggio-base dei vangeli non mettendolo in pratica, sarà al più un buon pensatore d’impostazione greca, che ha perseguito una pura ricerca intellettuale e ha indagato la Verità attraverso le sue facoltà mentali, ma non sarà un vero cristiano[12].
Quando i farisei mandano da Gesù per interrogarlo sul comandamento più grande (Mt 22, 36ss.) Gesù trae dal Deuteronomio (Dt 6, 5) la prima norma, e dal Levitico (Lv 19, 18) la seconda, ed unendo i due precetti dimostra innanzitutto che l’amore per Dio diventa pura astrazione se non si esprime contemporaneamente nell’amore per il prossimo[13].
E quando Gesù dovrà insegnare e lasciare il suo comandamento alla nuova comunità non parlerà né di amare Dio, né di amare il prossimo come uno ama sé stesso. In effetti non è venuto per spiegarci chi è Dio, ma come si comporta Dio. Infatti, nel vangelo di Giovanni, con l’unico comandamento che andrà a sostituire i dieci comandamenti biblici, inviterà i suoi seguaci ad amarsi gli uni gli altri come lui ha amato loro (Gv 13, 34). C’è un unico comandamento che Gesù ci ha lasciato: “Vi lascio un comandamento nuovo,” dove il termine nuovo (gr. καινός,[14] e non νέος), significa una qualità che sostituisce tutti gli altri. Ma poi, quando si legge questo comandamento (“che vi amiate tra di voi come io vi ho amato”) si vede che questo è un comandamento che non può essere un ordine. È indubbio che l’amore può essere soltanto offerto e non può essere imposto; e allora come si può comandare di amare? Si potrà comandare di obbedire, di servire sottomessi, ma non si può comandare di amare o di essere felici. In effetti Gesù usa questo termine solo per rendere chiaro che questo principio supera i comandamenti della legge mosaica. “Vi lascio un comandamento nuovo” non nel senso che oltre ai dieci di Mosè, adesso vi aggiungo l’undicesimo. Se fosse stato un comandamento ulteriore in greco si sarebbe detto νέος; ma Gesù lascia un comandamento nuovo nel senso di sostitutivo del vecchio perché migliore, cioè di una qualità tale che soppianta tutti gli altri comandamenti. E qual è questo nuovo e unico comandamento? Che vi amiate tra di voi come io vi ho amato.
Il Decalogo pretendeva di garantire un minimo di convivenza per il popolo ebraico; Gesù aspira a creare un massimo di fraternità tra tutti gli esseri umani[15]. Ma non si può far a meno di notare che nell’unico comandamento (Gv 15, 12) che Gesù ci lascia (e per i credenti Gesù è Dio) non si nomina affatto Dio.
Prendiamo ancora un altro passo: l’episodio del giovane ricco angosciato (Mt 19, 16; Mc 10, 17; Lc 18, 18), il quale chiede a Gesù cosa fare per avere la vita eterna. Gesù gli risponde: «Conosci i comandamenti?». Ovviamente parlando a un giudeo si riferisce ai comandamenti di Mosè. Apparentemente Gesù gli ricorda che per avere la vita eterna basta obbedire al decalogo: infatti, secondo un noto teologo tradizionalista,[16] Gesù gli ricorda tutti i comandamenti nominandone però solo alcuni. Ma a una più attenta lettura, e tenuto conto che nei vangeli nessuna parola è messa a casaccio o con sciatteria perché gli evangelisti sono raffinati teologi e non scrittori grezzi e illetterati, risalta un elemento che normalmente in poche prediche ufficiali viene messo in evidenza. Non è che Gesù gli raccomanda di obbedire ai 10 comandamenti della Legge. Dato che la religione del ricco è la religione dell’Antico Testamento, Gesù sta dicendo che, per avere la vita eterna, basta osservare ciò che la sua religione esige. Ci troviamo, però, sul piano della religione ebraica, non sul piano del cristianesimo, tant’è che per essere cristiano Gesù inviterà (inutilmente) il giovane a rinunciare al denaro e a seguirlo[17]. Ora, quando si legge il vangelo bisogna vedere non solo quello che c’è scritto, ma anche quello che viene omesso: sappiamo che i comandamenti dati a Mosè per Israele erano divisi in due tavole completamente distinte; i primi tre erano gli obblighi nei confronti di Dio, ed erano quelli esclusivi del popolo di Israele che lo rendevano unico in confronto a tutti gli altri popoli e alle altre religioni. Gli altri sette, quelli della seconda tavola, erano invece sostanzialmente simili anche per gli altri popoli. Va allora notato che qui c’è una evidente e clamorosa eliminazione della prima tavola della Legge,[18] cosa inconcepibile per ogni ebreo osservante, per il quale Dio viene per primo e deve essere amato in maniera assoluta, mentre il prossimo va amato in maniera relativa perché va amato come sé stessi (Dt 6,5; Lv 19,18). Eppure, escludendo consapevolmente quei tre comandamenti che riguardano il rapporto con Dio come indispensabili per avere la vita eterna, Gesù ci fa capire che per avere la vita eterna, a Dio non interessa minimamente di come ci si comporta nei suoi confronti. Ci rendiamo conto di cosa significa questa clamorosa la selezione? Che uno creda in Dio o non creda in Dio, che preghi o non preghi, che vada in chiesa o non ci vada, che obbedisca al clero o non obbedisca affatto, a Dio non interessa niente. A Dio interessa solo vedere come ci si comporta nei confronti degli altri! Se siamo stati creati a immagine e somiglianza sua, dobbiamo sempre mantenere alta la dignità dell’uomo, di ogni uomo, anche nel suo nome.
Solo l’amore gratuito che si traduce in servizio sostituisce allora tutti gli altri comandamenti. E di questo si ha ulteriore conferma nel giudizio universale (Mt 25, 31) che parla solo dell’amore per il prossimo, che non sta in relazione diretta con Dio, tant’è vero che anche i giusti si meravigliano che Cristo consideri fatto a lui quello che è stato fatto soltanto agli uomini[19]. Ciò significa che col discorso sul giudizio finale Cristo fa capire due cose: che si può credere benissimo in Dio senza amare il prossimo (ma in questo caso si è empi, davanti a Dio); che si può amare il prossimo (ed ottenere la salvezza) senza credere affatto in Dio.
Quindi l’idea di sintesi del vescovo Spong è che il decalogo è relativo e non è stato dettato da Dio. Il decalogo è venuto poi a formarsi nel tempo, e in proposito il vescovo dà questa spiegazione: in Es 18, 1ss., Ietro, suocero di Mosè e sacerdote di Madian suggerisce a Mosè di creare un sistema gerarchico per risolvere le controversie fra il suo popolo: ogni dieci membri un giudice; se il problema non si risolveva, si passava al giudice superiore che sovrintendeva un gruppo di cento; se neanche questo risolveva si passava al giudice che sovrintendeva un gruppo di mille. Ovviamente, osserva Spong, la debolezza del sistema risiedeva nella mancanza di oggettività. Il volere di Dio o veniva applicato oggettivamente o diventava soggettivo screditando l’intero sistema. Mosè ha allora escogitato potenti simboli (quali nuvole, oscurità, fuoco) per tramandare regole divine. Alla gente era proibito avvicinarsi troppo al monte su cui Mosè avrebbe parlato con Dio e ricevuto il decalogo. Anche i giudici potevano avvicinarsi per un breve tratto, dopo speciali riti di purificazione. Così Dio ha parlato solo con Mosè e fu costituita la Torah. Dopo i comandamenti è venuto il resto della Torah destinato a includere ogni violazione che il popolo poteva compiere. La legge scaturiva da Dio, passava a Mosè, ai sacerdoti e ai giudici e infine al popolo: il volere di Dio per il popolo era stato reso oggettivo e messo per iscritto. Questa oggettività eliminava la relatività del giudizio del singolo giudice, cancellava sostanzialmente l’ansia per la soggettività, e questo ha fornito sicurezza al popolo. Del resto, aggiunge il vescovo, questo è stato sempre il modo in cui nel mondo antico le leggi venivano legittimate. Oggi sappiamo che la rivelazione come fonte di verità era ed è sempre mitologica. Ma se nessun codice ha Dio come sua fonte, nessun codice può né deve durare per sempre, perché le conoscenze cambiano[20]. Pertanto, se il Dio teistico non può essere accettato, non si può neanche accettare che esistano leggi oggettive che esprimano la volontà di questa divinità teistica[21].
Ovvio che, in simile situazione, è molto più difficile stabilire la linea che divide sempre il bene dal male. Se i comandamenti sono stati già modificati nel passato, sono soggetti anche a cambiamenti futuri, col che la relatività sostituisce le nostre pregresse certezze. Le nostre risposte etiche non si troveranno più nei codici del passato come se contenessero leggi sacre definitive e immutabili, perché ben si può pensare che sono scaturite dall’esperienza umana, nella lotta per vivere meglio, pienamente, in sicurezza, nella conferma che l’amore lo troviamo nel profondo del nostro essere[22].
Ormai sembra chiaro che affondiamo in un mare di relatività, in cui forse può indirizzarci solo la legge dell’amore[23].
NOTE
[1] Wallance G., The Woman Who Fought an Empire, Un. of Nebraska Press, (USA), 2018.
[2] Spong J.S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020, 216 e 234ss.
[3] Idem 227.
[4] Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo e ubbidiremo (Es 24, 7). Ma poco dopo il popolo, ansioso e spaventato dalla lunga assenza di Mosè a colloquio con Dio, costruisce il vitello d’oro, imitazione dell’animale sacro di Egitto, e quindi è un’ennesima ribellione e manifestazione di nostalgia per i bei tempi in cui erano in Egitto, da schiavi.
[5] Spong J.S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020, 226.
[6] Maggi A., Gesù ebreo per parte di madre, ed. Cittadella, Assisi, 2006, 194.
[7] Harari Y.N., Nexus, Giunti, Firenze-Milano, 2024, 75s.: anche la Costituzione degli Stati Uniti permetteva la schiavitù, ma prevedeva all’art. V che la Costituzione potesse essere modificata e in tal caso gli emendamenti diventavano parte della Costituzione. Il XIII emendamento ha abolito la schiavitù. Invece i dieci comandamenti non prevedono alcun meccanismo di modifica.
L’autore osserva poi che la Costituzione americana si apre con “Noi il popolo”, e riconoscendo la sua origine umana investe gli uomini del potere di emendarla. I dieci comandamenti si aprono con “Io sono il Signore tuo Dio”, rivendicando con ciò un’origine divina per cui è precluso all’uomo ogni possibilità di modifica.
[8] N. 2053 Catechismo. Nn. 438s. compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2005.
[9] Non sono di questa idea l’art. 344 del Catechismo di Pio X, ed il n. 2076 del Catechismo attuale, ove si afferma che Gesù ha confermato la validità perenne di tutti i comandamenti, omettendo però di fare cenno all’innovazione portata da Gesù. Vedasi anche Matino G., I beati secondo Dio, “Famiglia cristiana”, n. 5/2011, 12: “Benché la Legge antica sia riconosciuta dal Maestro come necessario precetto da seguire, d’ora in poi non sarà la sola Legge a sancire il definitivo patto.”
[10] Paolo (Gal 5, 19-20), invece, che non ha conosciuto Gesù vivo, si aggancia ai cosiddetti “cataloghi dei vizi e delle virtù” dimostrando la sua dipendenza dalla filosofia popolare ellenistica e dalla morale giudaica.
[11] Mateos J. e Camacho F., Il Vangelo di Matteo, ed. Cittadella, Assisi, 1995, 401.
[12] Vannucci G., Esercizi spirituali, ed. Comunità di Romena, Pratovecchio (AR), 2005, 33. Papa Francesco aveva aggiunto: “Le scuole cattoliche non devono in alcun modo aspirare alla formazione di un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, bensì devono essere il luogo in cui tutte le domande vengono accolte e dove, alla luce del Vangelo, si incoraggia la ricerca personale” (Parole ricordate da padre Antonio Spadaro, “Italia Oggi”, 9.1.2014, 2).
[13] Matino G., Un amore concreto, “Famiglia Cristiana”, n.43/2011, 10.
[14] Balz H. e Schneider G., Dizionario esegetico del Nuovo testamento, ed. Paideia, Brescia, 1995, vol. I, voce καινός: non nel senso che non esisteva prima, ma nel senso che diventa un predicato essenziale.
[15] Mateos J. e Camacho F., IL figlio dell’uomo, ed, Cittadella, Assisi, 2003, 282.
[16] McInerny R., Vaticano II: che cosa è andato storto, ed. Fede&Cultura, Verona, 2009, 88.
[17] Castillo, J.M., Simboli di libertà, ed. Cittadella, Assisi, 1983, 368 s.
[18] Anche nel Catechismo vien fatto notare questo, ma poi non se ne trae alcuna conseguenza: Fuček I., I dieci comandamenti, in Catechismo della Chiesa Cattolica, ed. Piemme, Casale Monferrato (AL), 1993, 974.
[19] Arias J., Il dio in cui non credo, ed. Cittadella, Assisi, 1997, 132.
[20] Spong J.S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020, 228ss.
[21] Idem, 231.
[22] Idem, 232.
[23] Idem, 244.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/