La beata Colomba da Rieti rovesciata: profezia e liturgia nella Sistina del 2025
di Stefano Sodaro
Strange angels - disegno di Rodafà Sosteno
Nella Cappella Sistina, il 23 ottobre 2025, si è celebrato un evento che ha il sapore di un rovescio spirituale della storia, una specie di capitolazione simbolica degli eventi, un tuffo carpiato dentro le narrazioni degne dei sussidiari scolastici. Un Re, Carlo III, accompagnato dalla regina Camilla, ha pregato insieme a Papa Leone XIV e al decano anglicano Christopher Prevost, in una liturgia ecumenica dedicata alla cura del Creato. Un gesto che, pur nella sua compostezza cerimoniale, ha evocato e ribaltato un episodio lontano: l’incontro tra la beata Colomba da Rieti e Papa Alessandro VI nel 1495.
Allora fu una donna, mistica e povera, a sfidare il potere corrotto del pontefice. Oggi, invece, è il potere stesso — regale, ecclesiale, istituzionale — a cercare una forma di redenzione pubblica, affidandosi alla preghiera comune. Se Colomba denunciava, Prevost invoca. Se Alessandro VI incarnava la mondanità ecclesiastica, Leone XIV rappresenta la misericordia e la riforma. Se la beata si presentava come voce profetica marginale, oggi il profeta è incluso nel cerimoniale, ma non per questo meno significativo.
Eppure, il parallelo si fa ancora più audace. Come Giulia Farnese sedeva accanto ad Alessandro VI, incarnando la mondanità del pontificato rinascimentale, così Camilla Parker Bowles ha accompagnato Carlo III nella Sistina, portando con sé la memoria di un amore extraconiugale divenuto regale. Non è scandalo, ma parabola: la liturgia dell’imperfezione si compie anche nei corpi che hanno amato fuori dai confini del sacramento. La presenza di Camilla, come quella di Giulia, non è un inciampo, ma un segno: che la grazia può abitare anche le biografie ferite.
A rendere il gesto ancora più simbolico è la coincidenza dei cognomi: il Papa, Leone XIV, è nato Robert Francis Prevost; il decano anglicano che ha guidato la liturgia - assieme all’arcivescovo anglicano di York, Stephen Cottrell - si chiama Christopher Prevost. Non sono parenti, il Papa e il decano, ma la condivisione del nome — che deriva dal latino praepositus, “colui che è posto a capo” — sembra evocare una convergenza spirituale. È come se la Provvidenza avesse voluto che due “Prevost” — uno cattolico, uno anglicano — si ritrovassero insieme nella Sistina, non per dominare, ma per servire la preghiera del mondo.
La figura di Christopher Prevost, in questo contesto, assume una valenza simbolica: non è il mistico solitario, ma il liturgo che guida una Chiesa ferita, divisa, eppure viva. La sua presenza nella Sistina, accanto a un re segnato da una biografia imperfetta e a una regina già amante, non è scandalo, ma parabola. È la liturgia dell’imperfezione, dove il peccato non è negato, ma abbracciato nella speranza. È la profezia che non ammonisce, ma invoca.
La Sistina, con il Giudizio Universale alle spalle, diventa così il teatro di una memoria rovesciata: non più la denuncia della corruzione, ma la condivisione della fragilità. Non più la condanna del potere, ma la sua trasfigurazione. Non più la voce solitaria della beata, ma il coro imperfetto di chi cerca Dio insieme.
In questo gesto, la riconciliazione spirituale non è accordo dottrinale, ma desiderio escatologico. Non è perfezione morale, ma disponibilità a camminare. Non è unità raggiunta, ma comunione sperata. E forse, proprio per questo, è più vera.
La beata Colomba “rovesciata”, “capovolta”, non ammonisce più il Papa: oggi guida, silenziosamente, la preghiera del mondo.